Lo scrittore legge il colpo come un’azione mirata: non un raid casuale ma la ricerca di qualcosa di preciso nel caveau
«Una banda che punta a razziare il caveau entra dal sottosuolo il venerdì sera e sfrutta tutto il weekend per lavorare con calma mentre la banca è chiusa. Perché invece qui è stato messo in piedi tutto questo show? A cosa è servito attirare tanto l’attenzione?».
Sembra di sentire il vicequestore Palma che ragiona ad alta voce con i suoi Bastardi, alla ricerca dell’indizio che spingerà le indagini sulla pista giusta. Classico esempio di deformazione professionale: per Maurizio de Giovanni, autore di gialli sistematicamente al top delle classifiche nonché fortuitamente napoletano del Vomero con casa a poche centinaia di metri dalla banca rapinata, un fatto di cronaca è sempre una storia che vuole dirci qualcosa. E per capirla bene, bisogna prima di tutto entrare nella mente dei suoi protagonisti.
Chi sono allora i banditi del colpo di piazza Medaglie d’oro? A quali conclusioni arriverebbero i Bastardi di Pizzofalcone?
«Per fortuna non tocca a loro indagare, però un paio di punti fermi li fisserei: in questa rapina ci sono fin troppe anomalie».
Quindi?
«La mia sensazione è che i banditi siano andati a caccia di qualcosa di specifico, di una cassetta in particolare. Se fosse un romanzo, un tale utilizzo di stratagemmi, di veri e propri mezzi scenici si spiegherebbe così».
E in questo ipotetico romanzo, cosa conterrebbe la cassetta su cui mettere le mani?
«Non soldi, non gioielli ma documenti. Contratti, lettere, qualcosa di compromettente da far sparire ad ogni costo».
Però, nella realtà, le cassette aperte più o meno a casaccio sono state anche svuotate: un depistaggio?
«Una copertura, perché no. Prendi quello che ti interessa e porti via anche il resto, così da lasciare l’impressione del raid a scopo per così dire economico».
È de Giovanni che sta parlando, o l’ispettore Lojacono?
«Questa è gente che sa quello che fa, ha pianificato tutto nei dettagli. È un’azione chirurgica messa a punto nel tempo, non certo improvvisata: il buco per arrivare al caveau dalle fogne, l’irruzione a mano armata e con le maschere in perfetto stile Casa di Carta, il sequestro degli ostaggi per concentrare su di loro l’attenzione delle forze dell’ordine e prepararsi una fuga tranquilla. Quanti precedenti ha un’azione così? Chi mette in scena una simile sequenza, in pieno giorno, per un bottino su cui si sarebbero potute mettere le mani in altri modi, diciamo così, più discreti?»
I precedenti si trovano di sicuro nei film, in molte fiction a cominciare dalla Casa di Carta cui accennava, nei romanzi: è la realtà che copia dalla fantasia?
«No, è sempre la fantasia a prendere le mosse dalla realtà. E nella realtà, in fondo, le rapine in banca le avevamo archiviate come faccende del passato. Il fatto che nelle filiali le giacenze di denaro siano ormai esigue ha forse spinto ad abbassare la guardia. Per arraffare i soldi, oggi, si scassinano i bancomat, non si prendono 25 persone in ostaggio».
Il fatto che questa rapina show sia avvenuta a Napoli vuol dire qualcosa?
«Non direi. Leggo che i rapinatori si esprimevano in dialetto, ma questo non prova che la banda fosse tutta napoletana, non sappiamo chi fossero quelli rimasti nel caveau. Napoli è un agglomerato di tre milioni e mezzo di abitanti, dentro c’è un mondo».
I buoni e i cattivi, i furbi e gli alfieri della genialità, nel bene e anche nel male. Spunti in abbondanza per tornare ad alimentare luoghi comuni sulla città?
«Non credo, sarebbe un’operazione ottusa. In questo colpo non c’è stata astuzia, non si è venduta la Fontana di Trevi: hanno agito dei professionisti e questo può accadere dovunque. Poi è chiaro, Napoli è una capitale del Sud del mondo, come Buones Aires, come Rio de Janeiro: grandi povertà che si mescolano, si affiancano a grandi ricchezze. Non credo che episodi come questo possano qualificare un’intera comunità, o essere utilizzati come metro di giudizio di una condizione sociale».
Fosse un romanzo, questa storia avrebbe un lieto fine? Lojacono e perché no, Aragona riuscirebbero a mettere sotto chiave i banditi e a restituire il maltolto ai titolari delle cassette di sicurezza?
«Poveretti, loro sono le vere vittime: non posso non pensare che il Vomero è un quartiere abitato in prevalenza da anziani, che sotto chiave avevano messo i loro ricordi. Purtroppo no, non lo vedo un lieto fine, anche se naturalmente ci spero. Ma mi sembra tutto troppo ben pianificato perché ai banditi possa essere sfuggita l’ultima mossa, un approdo sicuro e remunerativo per quei preziosi che oggi certamente scottano».
La prima mossa, invece, può essere stata la ricerca dell’appoggio di di un talpa?
«Possibile, certo, ma improbabile. Che bisogno ne avevano? Molto più facile per uno de banditi presentarsi un po’ di tempo fa con un falso nome e falsi documenti e noleggiare una cassetta, così da scendere nel caveau, guardarsi intorno e capire quello che c’era da capire».
È sempre de Giovanni che parla, giusto?
«de Giovanni nel romanzo la talpa non ce la metterebbe. Qui c’è Lojacono, poi, a suggerire che il finto titolare, una volta lì sotto con i complici, la sua cassetta l’avrebbe anche scassata, così da fingersi danneggiato e sviare ogni sospetto. Sempre nel romanzo, però».


















