Per ora l’unione tra Siena e Banco resta una promessa. Unicredit si chiama fuori. Giorgetti: «Decide il mercato»
C’è un crescendo rossiniano — ma con qualche nota stonata di troppo — nella nuova stagione del risiko bancario. Una partita che promette di ridisegnare gli equilibri del potere vero in Italia: quello che scorre silenzioso tra credito, fondi d’investimento e gestione del risparmio. Lontano dai riflettori ma vicinissimo ai cordoni della borsa. In queste ore va in scena un thriller, dove nessuno è davvero quello che sembra, le alleanze ribaltano con la rapidità di un cambio d’abito dietro le quinte e, soprattutto, il protagonista, Luigi Lovaglio amministratore delegato di Mps, rientra sul palco dalla porta principale dopo essere stato accompagnato all’uscita.
Il ministro soddisfatto
Un’assenza breve, giusto il tempo di spegnere le luci e riaccenderle su un copione completamente diverso. Benvenuti nel grande risiko della finanza, dove il Monte non è più una banca risanata a fatica — come rivendica con sobria, quasi notarile soddisfazione il ministro Giancarlo Giorgetti — ma si è trasformato nello snodo strategico del potere finanziario italiano. Un crocevia affollato dove si incrociano ambizioni, vendette, piani industriali e regolamenti di conti lasciati a metà. Il governo ha scelto la parte dello spettatore.
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Non partecipa, non interviene, osserva da lontano con l’aria di chi ha già dato parecchio. Per mesi è stato inseguito dall’accusa di essere il convitato di pietra nella più grande partita dell’alta finanza mai giocata in Italia: la privatizzazione del Monte e la successiva scalata verso Mediobanca e Assicurazioni Generali. Potere in confezione regalo, sussurravano i maligni, per gli amici di Francesco Gaetano Caltagirone e per la galassia Delfin. Ma Giorgetti, da Washington, sede del rito internazionale del Fondo monetario, taglia corto: missione compiuta, banca risanata, contribuenti salvi. Ora la banca cammina da sola, noi ci togliamo dai piedi. E infatti il Mef all’assemblea non si presenta, lasciando che la partita si giochi senza arbitro. O, se si preferisce, con arbitri tutti in campo. E che partita.
Chi brinda e chi piange
Piazza Affari brinda: il Monte sale del 2,7% portando al 13% il rialzo della settimana, Mediobanca accelera del 3,26%. I grafici disegnano impennate come un ottovolante. Mentre in superficie scorrono bollicine, dietro le quinte si combatte una guerra senza esclusione di colpi. La questione è brutale nella sua semplicità: chi controlla Mps decide dove scorrono i soldi. Credito a imprese e famiglie, fondi d’investimento, gestione del risparmio: i rubinetti della ricchezza passano di lì. E chi tiene in mano i rubinetti, si sa, decide anche quando aprirli e quando lasciarli gocciolare.
Gli analisti parlano di “seconda ondata di fusioni”. Tra le pedine più osservate c’è Banco BPM, indicato da molti come il partner naturale di un Monte tornato ambizioso. Ma non è semplice. C’è il Crédit Agricole, seduto con il suo 22% dentro Banco BPM che occupa una poltrona in prima fila. Parigi osserva, ascolta, e all’occorrenza alza il sopracciglio. Il risultato è che il matrimonio tra Siena e Banco resta, per ora, una promessa sotto la pioggia: suggestiva, romantica, ma con alte probabilità di finire con un raffreddore.
Unicredit fuori dai giochi?
Il risiko perde un protagonista d’eccezione. UniCredit gioca la sua partita in Germania, tra i corridoi della vigilanza e il dossier Commerzbank. La banca guidata da Andrea Orcel è impegnata in un dialogo fitto con la BCE su soglie, controlli di fatto e requisiti patrimoniali. Non c’è che dire: Berlino oggi conta più di Siena. E quindi, per il momento, niente distrazioni italiane. Ma il vero spettacolo è tutto interno al Monte. Perché la vittoria della lista Plt, quella che ha riportato in sella Luigi Lovaglio, è stata clamorosa ma tutt’altro che pacificante.
Anzi, ha consegnato alla banca un equilibrio degno di un funambolo bendato. Otto consiglieri da una parte. Sei dall’altra, espressione dell’area Francesco Gaetano Caltagirone, grande sconfitto del giorno. Più uno di Assogestioni. Totale: otto contro sette. Una maggioranza che esiste nei numeri ma traballa nella realtà. Ogni consiglio di amministrazione potrà trasformarsi in un piccolo Vietnam finanziario. Ogni decisione in una trattativa estenuante. Ogni equilibrio in qualcosa di temporaneo, revocabile, negoziabile.
Il paradosso
E qui sta il paradosso dell’intera vicenda: mentre il mercato festeggia, i titoli volano e gli analisti disegnano scenari, dentro la stanza dei bottoni regna una confusione creativa che rischia di paralizzare tutto. Una banca centrale come non mai, governata come una coalizione litigiosa. Una potenza finanziaria con i piedi su un terreno che scricchiola a ogni passo. Insomma, il Monte è tornato. Più forte, più desiderato, più temuto. Ma anche più instabile, più nervoso, più imprevedibile. E nel grande teatro del capitalismo italiano, quando il protagonista è così instabile, una cosa è certa: lo spettacolo sarà lungo, rumoroso e pieno di colpi bassi.


















