Con le sue affermazioni e politiche spregiudicate, il presidente americano Donald Trump sta allontanando le destre europee dalla strada del sovranismo e del populismo. Lo dimostrano il caso di Magyar in Ungheria, ma anche Meloni in Italia e Bardella in Francia
Messi insieme, la vittoria di Peter Magyar alle elezioni in Ungheria e lo scontro tra il presidente americano Donald Trump e Papa Leone XIV producono un doppio effetto. Da una parte, rendono evidente la spaccatura in quella internazionale sovranista che, secondo alcuni, ha unito le destre mondiali nell’obiettivo di scardinare la democrazia liberale. Dall’altro lato, segna l’inizio di una sorta di “derby” tra le destre populiste e sovraniste, ancorate alla dottrina statunitense del Maga, e le destre che da questo modello dimostrano di volersi distanziare, valorizzando i tratti conservatori se non addirittura liberali.
Il potere illimitato
È il delirio di onnipotenza di Trump, denunciato senza mezzi termini da papa Leone XIV e magistralmente descritto da Fabrizio Coscia su queste stesse colonne, a mettere in crisi l’internazionale sovranista. Tanto in politica interna quanto in quella estera, il presidente degli Stati Uniti sta evidenziando i soli due principi che orientano la sua azione. Il primo riguarda il desiderio di un potere sostanzialmente illimitato.
La moralità come unico limite
Rivendicando il diritto di agire anche senza l’autorizzazione del Congresso, smantellando progressivamente il sistema dei controlli indipendenti e sostituendo i vertici delle autorità federali in contrasto con la sua linea, Trump dimostra di perseguire una visione di potere esecutivo quasi illimitato. E il “quasi” si giustifica con quello che il presidente americano riconosce come unico argine alla sua “straripante” politica, cioè la sua stessa moralità.
La demolizione del multilateralismo
La seconda “stella polare” è la demolizione del principio del multilateralismo che, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, ha garantito la pacifica convivenza tra gli Stati. E la prova è una politica estera predatoria e imperialista, quando rivolta a potenze “minori” come il Venezuela di Maduro o l’Iran degli ayatollah, o ridotta a interlocuzione “one to one”, quando sul fronte opposto ci sono superpotenze come la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping. Inutile parlare dell’Unione europea o della Nato di cui Trump sottolinea la presunta inutilità o inaffidabilità a ogni piè sospinto.
Gli insulti al papa
In questa dimensione si inseriscono perfettamente gli insulti che il presidente statunitense ha rivolto a papa Leone XIV, bollato come debole e asservito alla sinistra radicale: un modo per ricordare al mondo che il potere dell’inquilino della Casa Bianca è, nello stesso tempo, libero anche da vincoli religiosi e capace di infiltrarsi persino nelle Sacre Stanze.
Il caso ungherese
Ma è proprio la forza destabilizzatrice della dottrina trumpiana che adesso comincia ad allontanare le destre europee da quella statunitense. L’ultimo esempio in ordine di tempo è rappresentato proprio da Peter Magyar. Il neo-premier di Budapest ha sconfitto alle elezioni il suo mentore Viktor Orban che in sedici anni, seguendo il modello di Putin prima e di Trump poi, ha condotto l’Ungheria sulla strada delle autocrazie. Ne sono prova tutte quelle leggi, a partire dalla riforma costituzionale del 2011, con cui il potere del premier è stato ampliato a dismisura riducendo l’indipendenza della magistratura, limitando la libertà di stampa e colpendo i diritti di minoranze come comunità Lgbt e migranti.
Perché Magyar ha vinto
Magyar ha preso le distanze da questo modello e gli elettori lo hanno premiato. Non solo gli elettori di destra, ma anche un 11% composto da progressisti, liberali e addirittura ambientalisti che nel leader di Tisza hanno visto una figura capace di difendere gli interessi ungheresi senza seguire l’esempio trumpiano o, peggio ancora, putiniano. Non a caso, subito dopo il trionfo elettorale, Magyar ha fatto sapere che non telefonerà a Trump né a Putin, promettendo che farà dell’Ungheria un Paese più europeista e vicino alla Nato.
Bardella in Francia
Ma il neo-premier di Budapest non è l’unico esponente di destra che prende le distanze dal modello populista e sovranista incarnato da Trump. Jordan Bardella, leader del Rassemblement National francese che ora punta all’Eliseo, non ha esitato a prendere posizione contro il presidente americano almeno in due circostanze: quando l’amministrazione americana ha avanzato pretese territoriali sulla Groenlandia e quando ha rilanciato la politica commerciale aggressiva nei confronti dell’Europa basata sul ricatto permanente dei dazi.
Una “colpa storica”
Di fronte alla «prova di potenza e di verità» avviata dall’inquilino della Casa Bianca, Bardella ha detto in tempi non sospetti che la sottomissione dell’Europa sarebbe «una colpa storica» e ha chiesto l’immediata sospensione degli accordi commerciali siglati nella scorsa estate da Bruxelles e Washington. Eppure nel 2024, in occasione della rielezione di Trump, proprio Bardella lo aveva indicato come un modello di patriottismo da seguire per la difesa degli interessi nazionali.
La traiettoria di Meloni
Al “derby delle destre” non poteva non partecipare Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio, tradizionalmente considerata l’alleato più fedele di Trump in Europa, non ha potuto fare a meno di prenderne le distanze dopo gli insulti rivolti dal Tycoon a papa Leone XIV, ricevendo ieri in cambio la sua dose di improperi. E lo stesso Meloni aveva fatto davanti al Parlamento, criticando l’intervento militare americano e israeliano in Iran.
Il tatticismo di Fratelli d’Italia
Certo, in simili esternazioni c’è una buona dose di tatticismo: la leader di Fratelli d’Italia ha capito che la vicinanza a Trump ha contribuito in maniera forse determinante alla vittoria del No al referendum sulla riforma della giustizia e adesso le sta facendo perdere preziosi punti di consenso in vista delle elezioni del 2027. Ma è un fatto che la premier, pur con numerose ambiguità e contraddizioni, stia da tempo seguendo una linea molto più europeista e meno aderente a quel sovranismo a lungo predicato. Non a caso, nel Parlamento europeo, Fratelli d’Italia si colloca nel gruppo dei Conservatori e Riformisti che sostengono la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, non certo tra i Patrioti che dell’internazionale sovranista rappresentano un perno.
L’eterogenesi dei fini
Insomma, la furia distruttrice di Trump sta finendo per demolire anche l’unità delle destre mondiali. Nello stesso tempo, però, può spingere quelle del Vecchio Continente verso modelli più conservatori, liberali e soprattutto europeisti. Perché, se all’aggressività militare della Russia e quella commerciale della Cina si somma il l’imperialismo in salsa Maga degli Stati Uniti, la risposta non può essere improntata al sovranismo ma alla cooperazione tra Stati che si riconoscono pienamente nei valori della democrazia liberale. Se questo dovesse essere l’approdo delle destre europee attualmente al governo e di quelle che ambiscono a governare, al termine della sua parabola Trump dovrà essere paradossalmente ringraziato. Probabilmente
solo di questo.



















