15 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

15 Apr, 2026

Orsina: «Nazionalismi divergenti. La rottura con Trump era inevitabile»

Il professore Giovanni Orsina

La rottura Meloni-Trump, il sovranismo in crisi, la costruzione di una destra liberale e conservatrice. Di questo parliamo con il professore Giovanni Orsina, direttore del dipartimento alla Luiss di Roma


«Vista in termini generali, la questione è abbastanza semplice. Abbiamo due sovranismi, che hanno un’affinità ideologica perché entrambi si richiamano alla difesa dell’interesse nazionale. Ognuno dei due nazionalismi punta a massimizzare l’interesse del proprio paese; proprio per questo, quando gli interessi nazionali divergono, ecco che nascono anche le divergenze sul piano politico». È la spiegazione, lineare e sintetica, dello strappo Meloni-Trump offerta dal professor Giovanni Orsina, storico dell’età contemporanea, direttore del dipartimento di scienze politiche all’università Luiss e autore di Controrivoluzione. Una storia politica del nostro tempo (Marsilio 2026).

Professore, la rottura si è consumata ieri ma covava da tempo ed è culminata nell’attacco di Trump al Papa, subito condannato dalla premier.

«Trump ha progressivamente reso la propria politica internazionale più unilaterale e aggressiva, nel nome dell’America first. Così facendo, non ha potuto che entrare in conflitto con l’interesse nazionale degli alleati, fra cui l’Italia. Pensiamo ai dazi, alla Groenlandia, all’Iran. Un governo, come quello italiano, che si considera sovranista, a un certo punto non poteva non rispondere, fino ad arrivare all’inevitabile punto di frattura».

Rimane l’affinità ideologica, il comune nazionalismo del governo italiano e di quello americano. Meloni ha le risorse ideologiche e politiche per differenziarsi da Trump?

«In questi anni il mondo meloniano non ha escogitato ideologie alternative. In termini di elaborazione concettuale si è limitato a ripercorrere e confermare i capisaldi della tradizione conservatrice. È un’antica e nobile tradizione ma, in tutta onestà, non mi sembra che si sia lavorato ad aggiornarla e a riportarla alle esigenze della contemporaneità. Detto questo, l’alternativa al trumpismo c’è stata nella pratica concreta di questo governo. Un’azione all’insegna del pragmatismo, della disponibilità a lavorare all’interno dell’Europa partecipando costruttivamente al dialogo continentale. Ancora, il tentativo di conciliare l’europeismo con l’atlantismo, che si è fatto sempre più difficile fino alla crisi odierna. Meloni, nel complesso, ha cercato di dare una declinazione pragmatica al nazionalismo. Del resto, questa è l’unica cosa che può fare un paese come l’Italia».

Molti analisti ritengono che la premier abbia pagato la vicinanza a Trump con la sconfitta referendaria. È possibile che si sia resa conto che la sua solidarietà al tycoon non paga in termini di consenso nel Paese e abbia cercato di cambiare rotta?

«Io non sono convinto che la politica internazionale abbia pesato direttamente sul risultato referendario, che può essere letto semplicemente sulla base degli equilibri politici. Il referendum si è politicizzato, la partecipazione è stata da voto politico e, in un voto politico, il governo vale il 46 per cento. Tanto quanto gli hanno sempre dato i sondaggi, punto più punto meno. Detto questo, è evidente che Trump è fortemente impopolare e che Meloni tenga conto anche di questo. Ma la sua aggressività e il suo unilateralismo sono effettivamente inaccettabili per Meloni, al netto delle strategie politiche e qualunque siano le valutazioni dell’opinione pubblica. Nel momento in cui il conflitto in Iran, deciso senza consultare gli alleati, ha costi che si riversano sull’Europa, diventa difficile essere contenti e soddisfatti dell’operato di Trump. La frattura è nelle cose. Questo vale anche per l’attacco al Papa, visti i legami storici che l’Italia ha con la Santa Sede e la stessa Meloni con il mondo cattolico in generale».

Con la sconfitta di Orbán in Ungheria è venuto meno il principale modello per Trump, la democrazia illiberale che il presidente americano ambisce a realizzare?

«È stato lo stesso mondo Maga a riconoscere Orbán come modello. Pensiamo alle conferenze dei conservatori americani organizzate in Ungheria, o al viaggio di J.D. Vance a Budapest per sostenere la campagna elettorale di Orbán. Tutto questo dà anche la misura della fragilità di quel mondo e di quell’ideologia. È mai possibile che gli Stati Uniti assumano come modello un paese di dieci milioni di abitanti, che non ha accesso al mare, che ha tradizioni totalmente peculiari? Quello che ha fatto Orbán è così profondamente ungherese, così legato alla storia di quel paese, che prenderlo a modello appare privo di senso».

La vittoria di Magyar ci dice che l’argine alla destra estrema arriva da una destra conservatrice e moderata?

«Il sovranismo ha acceso i riflettori su esigenze vere e reali e su un’autentica crisi del mondo globale. Che poi i sovranisti siano in grado di rispondere a queste esigenze è un altro discorso. Anzi, la sconfitta di Orbán è proprio legata al fatto che il suo governo non si è dimostrato in grado. Il discorso si sposta allora su chiunque riconosca quelle stesse esigenze e proponga risposte diverse. Nel contesto dell’Ungheria, che è un paese fortemente sbilanciato a destra, quella risposta è venuta dal centrodestra. In un paese come la Danimarca, ad esempio, sull’immigrazione è venuta dai socialdemocratici di Mette Frederiksen. Ma le esigenze restano le stesse: quei paesi vanno rassicurati rispetto a questioni come i flussi migratori, va dato alle opinioni pubbliche un senso di protezione, vanno date risposte ai problemi della vita quotidiana. La proposta di Magyar va in questa direzione: rispondere alle stesse domande a cui intendeva rispondere Orbán ma facendo un altro tipo di politica».

Le risposte date da Meloni sono sufficienti o deve compiere ancora qualche passo in direzione di una destra più moderna?

«A Meloni manca innanzitutto una riflessione su questo percorso, perché la politica va anche pensata, non solo praticata. Arrivati a questo punto potremmo chiederci: cos’è il melonismo? È una forma di nazionalismo blando? Un nazionalismo pragmatico? Una retorica nazionalista in grado di moderarsi al dunque? Tutto questo non è stato tematizzato, anche perché Meloni non vuole che lo sia. La premier è sempre molto attenta alla propria coerenza e non è disposta a rinunciare ad alcuni aspetti ideologici della propria dottrina politica. Dopo di che, il vero grande problema è sempre quello di rispondere alle esigenze concrete degli elettori, che molto spesso hanno a che fare con un tessuto economico che in Italia resta debole. Il nostro paese è in declino da trent’anni. Il governo Meloni, come i suoi predecessori, non ha invertito questo declino. A questo proposito qualcuno potrebbe certo osservare che difendere gli interessi nazionali significa anche rendere il modello Italia economicamente solido, cosa che, al momento, non è affatto».

In Italia come altrove servirebbe una destra liberale che ancora non si vede all’orizzonte?

«Ma il paese la vuole? Una politica liberale avrebbe bisogno di un paese vitale che riconosca nel liberalismo lo strumento della propria vitalità. Invece l’Italia è un paese poco vitale che conta sul patrimonio accumulato nel passato, un paese demograficamente anziano. Tutto questo fa sì che nell’apertura dei mercati si veda un pericolo invece che un’opportunità. Se quindi fai una politica liberale nel tentativo di invertire il declino, poi gli elettori ti bocciano».

Questa scarsa vitalità è lo strumento di cui si serve la controrivoluzione di cui parla nel suo ultimo libro?

«Il tema della controrivoluzione è più o meno questo. Noi abbiamo vissuto per vari decenni – almeno a partire dagli anni Settanta – in un mondo rivoluzionario. Non lo abbiamo percepito come tale perché la rivoluzione non avveniva sul terreno politico, con forme di azione violenza e immediata. Era piuttosto una rivoluzione che avveniva giorno dopo giorno attraverso l’economia, il diritto e il cambiamento della moralità».

A che cosa puntava questa rivoluzione silenziosa?

«Puntava verso una società fortemente individualista, la massima possibile emancipazione soggettiva. A un certo punto, per varie ragioni, questa rivoluzione ha smesso di funzionare ed è stata rifiutata dall’opinione pubblica occidentale. La controrivoluzione che stiamo vivendo è la rivolta contro quella rivoluzione, percepita come fallita e non più desiderabile».

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