Il premier spagnolo Sánchez rafforza i rapporti con Xi Jinping mentre la Cina prova a presentarsi come garante di stabilità in un mondo turbato da degli Stati Uniti sempre più instabili
Quattro visite in quattro anni. È questa la quota che vanta il Primo ministro Pedro Sánchez quando si parla di tour ufficiali in Cina. Un segnale evidente del tentativo di Madrid d’ingraziarsi Pechino in vista di tempi molto difficili sullo scenario internazionale.
Negli ultimi giorni il premier spagnolo ha avuto molti importanti incontri con la leadership cinese. Primo tra i quali quello con il potente leader Xi Jinping. Durante l’incontro i due politici hanno ribadito più volte la vicinanza tra le rispettive nazioni. Arrivando a paventare nuovi e più proficui legami tra l’Europa nella sua interezza e il Dragone.
«Instauriamo un legame più solido tra la Cina e l’Unione Europea», ha detto Xi in tal senso durante il meeting con Sánchez nella Grande Sala del Popolo. «Se queste potenze si comprenderanno a vicenda e coopereranno, ne trarranno beneficio le loro società e si contribuirà anche alla stabilità, alla pace e alla prosperità del mondo in questo delicato clima internazionale», ha poi continuato.
La strategia globale di Pechino
Aprendo a quello che è uno dei temi centrali emerso dal viaggio di Sánchez. E, più in generale, dalle mosse cinesi sullo scacchiere internazionale nelle ultime settimane: la ricerca di stabilità e cooperazione. Almeno a parole, infatti, Pechino ha deciso di giocare la sua partita in questo instabile e imprevedibile mondo in mutamento presentandosi alla comunità internazionale come forza stabilizzatrice. Capace di rallentare, o quantomeno controllare, il rapido deterioramento dell’ordine internazionale fondato sulle regole.
Un ordine un tempo vanto quasi esclusivo proprio di quegli Stati Uniti che ora stanno minando ognuna delle fondamenta del sistema da loro costruito. E una delle fondamenta più solide di quell’ordine era la libertà di navigazione, ora minacciata dal blocco navale imposto da Washington all’Iran. In questo quadro, la postura americana appare sempre più contestata, aprendo spazi narrativi e politici che la Cina cerca di occupare con crescente decisione.
La proposta cinese per il Medio Oriente
Proprio sul fronte mediorientale, ieri, Pechino ha fatto la sua più importante mossa da settimane. Presentando una proposta in quattro punti per calmare le agitate acque del Golfo Persico. Una proposta a dire il vero molto generica. Che serve più a presentare la Cina come promotrice di stabilità all’estero che a risolvere veramente i problemi del Medio Oriente.
I punti, infatti, includono: un invito a migliorare le relazioni tra Paesi mediorientali per stabilire un’architettura di sicurezza sostenibile; la richiesta di rispettare la sovranità nazionale di tutti i Paesi dell’area; un invito a rispettare il diritto internazionale e le regole di convivenza pacifica; e infine un piccolo accenno allo sviluppo.
In sostanza, nulla di particolarmente esaltante o pratico. Tuttavia, come detto, lo scopo di proposte di questo tipo non è quello di risolvere lo scontro tra Teheran e Washington. Ma quello di capitalizzare sulla perdita di credibilità e lustro degli Stati Uniti.
Visto l’attuale contesto internazionale, infatti, Pechino ha gioco facile a presentarsi come la vera potenza pacifica e cooperativa del mondo, in contrapposizione con un “vecchio” egemone sempre più autoritario e aggressivo anche verso i propri alleati.
La crisi energetica e lo stretto di Hormuz
In quest’ottica, del resto, s’inseriscono tutti i recenti tentativi fatti dalla Cina per coordinare risposte condivise alla crisi energetica innescata dal blocco di Hormuz. Sullo scacchiere internazionale, in tal senso, Pechino non è mai stata tanto attiva quanto adesso. Segnale evidente che la leadership cinese ha fiutato la possibilità di guadagnare spazi di manovra a discapito dei rivali statunitensi. E questa posizione di vantaggio non è indebolita neanche dal blocco imposto dagli Stati Uniti alle navi commerciali cinesi transitanti per Hormuz – un blocco definito «pericoloso».
Visto che si tratta di una mossa che provoca qualche danno a Pechino ma al prezzo di confermare quanto i cinesi stanno ormai gridando, seppur con tatto diplomatico, ai quattro venti: l’America non è più una potenza affidabile a cui assegnare la gestione della convivenza pacifica globale. Un messaggio che si inserisce in una strategia più ampia di ridefinizione degli equilibri internazionali.
Madrid tra Europa e Cina
In questo contesto si inserisce anche l’attivismo diplomatico di Madrid. Il governo guidato da Pedro Sánchez punta a ritagliarsi un ruolo di ponte tra Bruxelles e Pechino, sfruttando una tradizione di relazioni economiche già consolidate.
Non è un caso che durante la visita si sia parlato anche di investimenti, transizione energetica e cooperazione industriale, temi centrali per un’Europa alle prese con una crescita fragile e con la necessità di diversificare i propri partner strategici.
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Resta però da capire quanto spazio reale esista per un avvicinamento tra Unione Europea e Cina senza incrinare ulteriormente i rapporti con Washington, e quanto sia genuina la spinta alla stabilizzazione di Pechino.
La partita, infatti, si gioca su un equilibrio sempre più sottile: da un lato la ricerca di autonomia strategica europea, dall’altro la persistente dipendenza dal sistema di sicurezza garantito dagli Stati Uniti, che seppur incrinato resta centrale almeno sul continente europeo. In questo scenario fluido, ogni mossa diplomatica – come il viaggio di Pedro Sánchez – diventa un tassello di un riassetto globale ancora tutto da definire.


















