Se la crisi nel Golfo diventa strutturale, l’Europa potrebbe essere costretta a riaprire ai flussi energetici russi. L’analisi di Claudio Descalzi (Eni) e i rischi per il ban
C’è uno spettro che si aggira per l’Europa e, anche se con meno violenza di quello bolscevico del secolo scorso, anche questo viene dalla Russia. E’ la prospettiva, rilanciata ormai da ambienti sempre meno sospetti di collusione con il Cremlino, che il Vecchio Continente sarà presto costretto a riallacciare i propri storici legami energetici con Mosca.
«Penso che sia necessario sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di Gnl (gas naturale liquefatto, ndr) che vengono dalla Russia», ha detto pochi giorni fa Claudio Descalzi. Fresco di riconferma come amministratore delegato dell’Eni, il colosso energetico nazionale.
Per l’ad italiano infatti non c’è da credere alle vacue promesse di tregua mediorientali ventilate dal presidente americano Donald Trump. Il Golfo Persico resterà chiuso e questo costituirà l’evento più importante per l’Europa degli ultimi 40 anni. Da cui la tentazione di tornare a guardare a Est.
Družba e la lunga dipendenza
Dal 1964, quando fu inaugurato l’Oleodotto Družba (“Amicizia”, pensato per rifornire di greggio sovietico i Paesi centro-orientali europei parte del Patto di Varsavia), Mosca ha gradualmente incrementato il suo ruolo di “polmone energetico” europeo. Dopo la caduta del Muro di Berlino, le reciproche arterie energetiche sono state collegate. Permettendo anche all’Europa occidentale di beneficiare del petrolio e del gas a basso costo proveniente da Est.
Svanito il fantasma dei Cosacchi pronti ad abbeverarsi a San Pietro, ora era il Vecchio Continente a bere a pieni mani la nafta russa. In particolare, fu soprattutto la “locomotiva d’Europa” tedesca ad alimentare la propria corsa in questo modo, gettando le fondamenta non solo di un grande successo economico. Ma anche di una politica estera mercantilista mantenuta anche dopo l’annessione della Crimea nel 2014.
Il brusco risveglio dovuto all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha tuttavia innescato rapidamente un corto circuito continentale. Con alcuni Stati (Ungheria e Slovacchia, in particolare) che, proprio in forza dei propri bisogni energetici, rifiutavano di applicare le necessarie sanzioni contro la Russia.
Il ritorno dello spettro
Non si trattò semplicemente di una questione economica o politica, bensì del ritorno dello spettro: che il Družba ritornasse alla sua funzione originaria. Quello di pompa di benzina di un blocco di nazioni est-europee allineamento con Mosca, com’era nel 1964.
Va però detto che la suggestione di Descalzi non è un fatto isolato, né muove da particolari simpatie filo-russe quanto semmai da considerazioni strettamente pragmatiche. Non a caso, la richiesta non è di riprendere immediatamente gli acquisti – come chiedono da tempo i rappresentanti politici più vicini a Mosca – bensì, in prospettiva, di non rinnovare il divieto di importazioni dal 1° gennaio 2027.
Il messaggio è semplice. L’Eni può garantire i rifornimenti energetici appoggiandosi a fonti alternative, alle capacità di stoccaggio pre-esistenti e alle riserve globali. Ma la crisi in Medio Oriente non è destinata a finire presto e se questa dovesse tradursi in un elemento strutturale dello scenario globale allora la situazione potrebbe diventare meno solida. Vari analisti, come Gianclaudio Torlizzi, concordano. Se si arrivasse alle porte del 2027 con Hormuz bloccata, considerando anche i danni agli impianti del Golfo, sarebbe necessario trovare una valvola di sfogo.
Prezzi, concorrenza e scarsità
Non tanto per una questione di quantità, quanto di disponibilità economica. Al momento la crisi ha fatto esplodere i prezzi energetici ma è ancora possibile farvi fronte pur con un costo più elevato. Ma se un quinto della produzione energetica globale diventasse inutilizzabile o comunque inaffidabile sul lungo periodo si produrrebbe inevitabilmente un “effetto ressa”. Con i Paesi acquirenti impegnati a spintonarsi per accaparrarsi i barili disponibili.
In parte questo si sta già verificando. L’Italia e l’Europa riescono a sopperire allo stop mediorientale, ma il logoramento potrebbe rivelarsi a un certo punto insostenibile a fronte della concorrenza spietate delle affamate economie asiatiche, del gioco al rialzo condotto opportunisticamente dagli operatori statunitensi e dallo stop legale all’energia russa.
Il problema strutturale
«Il mercato fisico del petrolio in Asia è a 150 dollari al barile, quello cartaceo atlantico è a 110. E quindi se c’è un cargo che parte dall’Africa o da qualsiasi altra parte dove va? La questione in questo momento non sono i prezzi, sono i volumi che servono. L’Europa consuma circa 60 milioni di tonnellate di jet fuel, ne importa il 35%, perché negli ultimi 18 anni sono state chiuse 36 raffinerie perché si è detto che il petrolio e il gas non servono. Tutto quello che sta accadendo ci porta a dire che non c’è più capacità di raffinazione in Europa. O hai la capacità di produrre quel che ti serve o altrimenti rischi: sul jet fuel come sul gasolio», ha spiegato Descalzi.
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E non è il solo e nemmeno il primo. Già qualche settimana fa il primo ministro belga Bart De Wever aveva prefigurato questo scenario, dicendo che si avvicinava il momento in cui «l’ipocrisia europea sarebbe venuta meno» e l’Europa, obtorto collo, sarebbe stata costretta a riprendere le importazioni energetiche dalla Russia. Gli fece eco l’ex presidente finalndese Sauli Niinistö.
Una questione di sopravvivenza, dissero, accolti dal silenzio dei loro colleghi. Un mutismo dovuto a ovvie ragioni politiche ma – forse – anche a una consapevolezza sempre più stringente: che se il Continente dei Lumi vorrà mantenere la luce accesa dovrà accettare di pagare uno dei regimi che, politicamente e culturalmente, la sta avversando. Che sia l’Iran, gli Stati Uniti oppure – appunto – la Russia.


















