A Islamabad si gioca oggi una partita vitale. Non solo per quanto concerne il conflitto Usa-Iran, ma anche per le ambizioni regionali dell’emergente potenza ospite: il Pakistan
Una città completamente blindata. Nessuno va a lavoro, mentre i caccia pattugliano i cieli e migliaia di militari e poliziotti – secondo le stime ufficiali almeno 10.000 – si schierano per le strade della metropoli coprendo ogni possibile via d’accesso a siti sensibili. È questa l’immagine che restituisce Islamabad da ormai due giorni. Quella di una città ferma, sigillata. In lock-down. La sede dei negoziati tra Iran e Stati Uniti è una città immobile, dove l’attesa è palpabile e la tensione si taglia con il coltello.
Il Pakistan, del resto, ha investito molto sul negoziato che si terrà oggi nella sua capitale. Dopo il successo del raggiungimento del cessate il fuoco di venti giorni mediato dal Paese asiatico, una pace definitiva tra Teheran e Washington sarebbe la ciliegina sulla torta dell’azione diplomatica d’Islamabad. Il coronamento di un processo faticoso portato avanti per settimane tentando di convincere i due reticenti avversari a tornare a parlarsi.
Questo successo è frutto di una serie di fattori. Contrariamente a quanto molti osservatori disattenti potrebbero pensare, sotto la leadership del Feldmaresciallo Asim Munir, di fatto il vero uomo forte a Islamabad ed eminenza grigia dietro il governo, il Paese ha infatti da tempo assunto un ruolo centrale nella politica mediorientale. Negli ultimi anni, del resto, il comandante delle Forze Armate ha fatto tutto quanto in suo potere pur di incrementare il prestigio del Pakistan.
Tra India e Stati Uniti
Vincendo una breve ma simbolicamente importante guerra contro l’India. Solo per cedere questa vittoria a Washington, entrando nelle grazie del presidente americano Donald Trump concedendo al tycoon la possibilità di rivendicare la pace tra Islamabad e Delhi.

Sul piano regionale, poi, Munir ha tentato di riportare all’ordine il vicino Afghanistan, Paese dove i Talebani, un tempo alleati d’Islamabad, faticano a tenere a bada tutte le proprie anime. Tramite una serie di violenti raid e scontri di confine le forze armate pakistane hanno chiaramente reso evidente la propria supremazia militare, pur senza riuscire a riportare completamente Kabul sotto la propria influenza.
Sul piano delle alleanze, poi, l’accresciuta credibilità del Pakistan negli ultimi anni ha reso possibili enormi sviluppi diplomatici. Come il siglato accordo di difesa militare con l’Arabia Saudita. O i molti accordi economici con Cina e Stati Uniti e il tanto chiacchierato progetto di alleanza militare con Riyadh e Ankara. Al netto di tutto, dunque, il Pakistan si è creato oggi uno spazio di manovra e una credibilità internazionale decisamente ampia.
Una questione di sicurezza nazionale
Oltre al prestigio, comunque, per il Pakistan la questione della pace in Medio Oriente è anche parte della propria architettura di sicurezza. Avendo un accordo di difesa reciproca con l’Arabia Saudita, infatti, Islamabad rischia di venir trascinata nel conflitto qualora gli attacchi al Golfo Persico da parte dell’Iran dovessero diventare troppo violenti. Un’eventualità che aprirebbe scenari estremamente pericolosi.
Islamabad si troverebbe, in caso di entrata nel conflitto, a dover gestire ben tre fronti potenzialmente esplosivi, visto il conflitto latente – anche se molto stemperato – con l’Afghanistan e quello mai sopito con l’odiato vicino indiano. Per questo anche al netto dell’indubbia vittoria d’immagine che ne deriverebbe, per il Pakistan il raggiungimento di un accordo di pace è fondamentale.
L’incognita dei negoziati
Ma visti gli attori seduti al tavolo dei negoziati, non è affatto detto che gli accorgimenti messi in campo e l’influenza di Islamabad basteranno a ottenere qualcosa dagli incontri di oggi. La volontà politica e la serietà delle parti in causa sono del resto la più grande incognita dietro questa tornata negoziale.
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Le distanze restano profonde, alimentate da anni di diffidenza, interessi divergenti e pressioni interne difficili da ignorare. È qui che si gioca la partita più delicata per il Pakistan: trasformare un successo diplomatico in un risultato concreto, evitando che questo vertice si trasformi nell’ennesima occasione mancata. In caso contrario, la capitale blindata di oggi rischia di diventare il simbolo non di una svolta storica, ma di un equilibrio fragile. E mentre i caccia continuano a sorvolare i cieli di Islamabad, la pace resta ancora un obiettivo da costruire.


















