10 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

10 Apr, 2026

Leonardi: «Il taglio delle accise ci costerà 600 milioni al mese»

L’economista Marco Leonardi, professore di Economia presso l’Università degli Studi di Milano, fa il punto sul quadro economico italiano anche alla luce delle ricadute della crisi in Medio Oriente, e sul taglio delle accise contro il caro carburanti


La premier Meloni, nel corso dell’informativa al Parlamento, ha parlato di un’economia italiana solida: l’Italia, ha sostenuto, è l’unico Paese del G7 tornato in avanzo primario dopo il Covid; il tasso di disoccupazione generale è ai minimi storici, quello giovanile al livello più basso; dall’inizio della legislatura ci sono quasi 1,2 milioni di posti di lavoro in più e 550mila precari in meno; i salari sono in ripresa. Professor Leonardi, un quadro troppo ottimistico?

«È realistico per quanto riguarda l’occupazione e i conti pubblici. Non lo è per i salari, perché la ripresa è talmente lieve che non se n’è accorto nessuno. Sono ancora 8 punti sotto i livelli 2019-2021. Hanno recuperato appena l’1%, quindi se vogliamo essere precisi siamo ancora a -7. Non mi pare si possa parlare di una grande ripresa».

Lo shock energetico ha portato a una revisione al ribasso delle stime sulle prospettive di crescita. Per Bankitalia se va bene, l’Italia crescerà dello 0,5% sia nel 2026 che nel 2027, se va male vedremo il 2026 a 0, e il 2027 a -0,6%. S&P ha dimezzato le previsioni sulla crescita dallo 0,8% allo 0,4%, considerando l’Italia il Paese più esposto e danneggiato dalla guerra in Iran. Il ministro Giorgetti ha detto che il governo si appresta a rivedere le stime sul Pil in linea con le principali istituzioni, ma di confidare ancora nei miracoli…

«Credere ai miracoli significa pensare che i prezzi del petrolio e dell’energia tornino ai livelli pre guerra. Gli effetti di questa impennata saranno di lungo periodo e resta una grande incertezza che, come si sa, fa grandi disastri».

L’Ocse, nel report diffuso ieri, riconosce i progressi fatti dall’Italia nell’ultimo decennio sulle “performance economiche”, insomma non siamo più alla crescita zero. Ma dopo il balzo post Covid le continue tensioni ci hanno condotto allo zero virgola. La crescita è dovuta all’aumento dell’occupazione – che resta però al di sotto della media dei Paesi Ocse, riflettendo la bassa partecipazione di giovani e donne – ma l’organizzazione di Parigi sostiene la necessità di riforme strutturali per sostenere la produttività e migliorare il mercato del lavoro. Vede segnali in questo senso?

«La Meloni ha cancellato il superbonus e il reddito di cittadinanza, ma non mi pare sia stata fatta nessuna grande riforma in questi tre anni di governo. Quello che servirebbe adesso è una riforma della contrattazione per far ripartire i salari e una riforma del fisco per evitare che l’inflazione si mangi gli aumenti salariali».

C’è poi il nodo del debito che è tra i più alti dell’area, sottolinea l’Ocse avvertendo che le pressioni sulla spesa derivanti da difesa, pensioni e cambiamenti climatici – a fronte della necessità di portare avanti gli investimenti – renderanno difficile il consolidamento dei conti pubblici.

«Ha ragione. Il contenimento del debito è stato ottenuto in questi anni grazie a delle variabili esogene come l’inflazione, che ha permesso di aumentare le entrate e ridurre il debito sul Pil. Ma non c’è stata nessuna riduzione di spesa, o riforma rilevante. Quindi, le altre forze esogene, come la demografia, i tassi d’interesse internazionali, il ciclo della crescita globale, impatteranno sul debito italiano».

L’Ocse sollecita una sostanziale revisione della spesa. I tentativi in questo senso non sono finora andati a buon fine.

«Non abbiamo fatto una spending review, politiche per l’istruzione o la sanità. Non abbiamo strumenti quindi per prospettare un miglioramento del debito».

Giorgetti ha confermato l’impegno a portare avanti una strategia di prudenza di bilancio.

«Ne dubito, perché il prossimo anno ci sono le elezioni».

Per la premier, se la crisi in Medio Oriente dovesse avere un’ulteriore escalation, non dovrebbe essere un “tabù” ragionare su una sospensione del Patto di stabilità. Una posizione condivisa dal titolare del Mef.

«È un desiderio di tanti. Ma non è che uno può fare la campagna elettorale per Orban, e quindi contro l’Europa, e poi a Bruxelles chiede la sospensione del patto di Stabilità. È una decisione che dovrà essere condivisa. Detto questo, se si lasciano le mani libere e si spende per le elezioni… non mi sembra una grande idea».

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Intanto contro il caro carburanti innescato dallo shock petrolifero il governo ha disposto il taglio delle accise, misura poi prorogata fino al 1° maggio. Era un intervento necessario? La premier ha detto che si valuta l’attivazione delle accise mobili in caso i prezzi dovessero aumentare in maniera stabile.

«Il taglio delle accise è una misura elettorale: con il referendum alle porte hanno messo in campo un intervento che è non giustificato dalla situazione in essere. Le accise mobili sono più ragionevoli, mentre il taglio delle accise è stato un regalo. Il rischio ora è che da qui alle elezioni continueranno a prorogarlo, e fino ad allora si spenderanno 600 milioni al mese».

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