10 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

10 Apr, 2026

Trump, perché il 25° emendamento o l’impeachment non bastano a fermarlo

Il presidente Usa Donald Trump

Dalle invocazioni del 25° emendamento all’impeachment, cresce il dibattito sulla rimozione di Trump. Ma tra ostacoli politici e soglie altissime, fermarlo resta quasi impossibile


La guerra mediorientale tra Stati Uniti, Israele e Iran ha rivelato il lato più oscuro del Presidente americano Donald Trump. Gli oltre quaranta giorni di conflitto sono stati frequenti messaggi contraddittori, apocalittici, pubblicati a mezzo social o rilasciati alla stampa.

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Messaggi che hanno fatto invocare a numerosi avversari del Presidente (e anche a qualche ex alleato) l’invocazione del 25esimo emendamento relativo alla rimozione del Presidente per impedimento o malattia. Se è vero che esistono numerosi impedimenti che i contrappesi istituzionali possono imporre al Presidente, è altresì vero che richiedono tutti un ampio consenso spesso e volentieri difficile, se non impossibile, da raggiungere.

Il nodo del 25esimo emendamento

Partiamo proprio dal 25esimo emendamento. Ratificato nel 1967, affronta le questioni relative alla successione presidenziale e alla disabilità del Presidente; in particolare, è la Sezione 4 che è stata oggetto di particolare attenzione e dibattito, in quanto prevede un meccanismo per la rimozione temporanea o permanente di un Presidente ritenuto incapace di svolgere i propri doveri. Una procedura complessa che richiede un consenso politico molto ampio.

La procedura delineata è complessa e richiede un consenso significativo. Essa stabilisce che il Vicepresidente, insieme alla maggioranza dei «principali funzionari dei dipartimenti esecutivi», può inviare una dichiarazione scritta ai vertici del Congresso, affermando che il Presidente è incapace di esercitare i suoi poteri. A seguito di tale dichiarazione, il Vicepresidente assume immediatamente i poteri come “Presidente facente funzioni”. Un passaggio istituzionale delicato che implica una rottura interna all’esecutivo.

Questo meccanismo è stato concepito per situazioni di emergenza, come una grave malattia fisica o mentale che impedisca al Presidente di governare. Tuttavia, la sua applicazione è intrinsecamente “radioattiva”, poiché implica una dichiarazione pubblica di incapacità del leader della nazione, con potenziali ripercussioni sulla stabilità politica e sulla percezione internazionale. Il costo politico è altissimo e le conseguenze imprevedibili.

Il ruolo decisivo del Congresso

Il Presidente può contestare la decisione e dichiararsi idoneo a governare. Se il Vicepresidente e il Gabinetto insistono, la questione passa al Congresso, dove serve una maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere per confermare la rimozione. In caso contrario, il Presidente riacquista i suoi poteri. Una soglia difficilissima da raggiungere che rende il meccanismo quasi inapplicabile.

Un altro strumento costituzionale per la rimozione di un Presidente è l’Impeachment. Questo processo è una “messa in stato di accusa” da parte della Camera dei Rappresentanti, seguita da un processo al Senato. La Camera può avviare il procedimento con una maggioranza semplice per approvare gli articoli di accusa. Un percorso più politico ma comunque lungo e complesso.

Una volta che la Camera ha approvato gli articoli, la procedura si sposta al Senato, dove si tiene un vero e proprio processo. Per condannare il Presidente e rimuoverlo dall’incarico, è necessaria una maggioranza dei due terzi dei senatori presenti. Nella storia degli Stati Uniti, tre Presidenti sono stati sottoposti a impeachment dalla Camera. Nessuno è mai stato rimosso e il precedente pesa ancora oggi.

Il precedente di Trump

Il caso di Trump, che ha affrontato due processi di impeachment durante il suo primo mandato, dimostra chiaramente quanto sia arduo raggiungere la maggioranza qualificata richiesta al Senato, anche in presenza di accuse gravi. Basti pensare che la seconda procedura ebbe luogo a seguito dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. La lealtà partitica resta l’ostacolo principale.

Oltre a questi meccanismi di rimozione, esistono altri limiti ai poteri presidenziali che riflettono il sistema di “pesi e contrappesi”. Ad esempio, il Congresso ha limitato la possibilità di ritirare gli Stati Uniti dalla Nato senza approvazione parlamentare. Anche sul fronte dei dazi, i poteri del Presidente non sono illimitati. Il sistema istituzionale regge ma non è sufficiente a fermare tutto.

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Rimuovere Trump dalla sua posizione di Commander in Chief risulta, allo stato attuale, impossibile; vero è che le elezioni di mid-term si avvicinano sempre di più. Se il partito Democratico dovesse conquistare la Camera, potrebbe migliorare la sua capacità di opposizione. Secondo gli ultimi sondaggi, le azioni dell’amministrazione potrebbero già influenzare gli elettori. La partita si sposta sul piano politico e passa dalle urne.

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