L’Ungheria assediata nel ’56 si pensava come ultima frontiera della civiltà europea e occidentale. Oggi quella narrazione è messa in crisi dal regime di Orban
Nel novembre del 1956, mentre Budapest veniva schiacciata dai carri armati sovietici, il direttore dell’agenzia di stampa ungherese riuscì a trasmettere un ultimo telex al mondo. Si chiudeva con questa frase: «Moriremo per l’Ungheria e per l’Europa». Milan Kundera, quasi trent’anni dopo, nel suo saggio “Un Occidente prigioniero” fece di quella frase la chiave del suo ragionamento sull’Europa centrale.
Che cosa intendeva dire il direttore dell’agenzia di stampa ungherese, si chiedeva lo scrittore ceco, se non che «in Ungheria era l’Europa a essere presa di mira»? Come la Polonia o la Cecoslovacchia, infatti, l’Ungheria apparteneva geograficamente a una zona di confine, culturalmente all’Occidente, politicamente a un Est imposto dalla forza. “Europa”, dunque, indicava una civiltà, una forma storica e culturale dell’appartenenza, una memoria comune.
Il modello sovranista
Vale la pena ripartire da qui, per capire che cosa è diventata oggi l’Ungheria, alla vigilia delle elezioni. L’Ungheria che nel Novecento implorava di essere riconosciuta come parte dell’Europa è entrata davvero, dopo il crollo del blocco sovietico, nel cuore istituzionale dell’Occidente: prima nella Nato, poi nell’Unione europea, di cui è Stato membro dal 1° maggio 2004. E tuttavia proprio questo paese, che aveva vissuto l’Europa come promessa di ritorno, è diventato sotto Viktor Orbán uno dei punti da cui si contesta l’Europa politica dall’interno, se ne paralizzano le decisioni, se ne denunciano i principi come imposizione ideologica, se ne usa l’appartenenza come leva contro la sua stessa coesione. Ecco allora il senso vero della visita di JD Vance a Budapest, a cinque giorni dal voto del 12 aprile.
Vance è andato in Ungheria per dire apertamente ciò che da anni la nuova destra internazionale pensa: Orbán non è il premier di un piccolo Stato periferico, è il custode di un modello. Dal palco di Budapest lo ha celebrato come difensore della “Western civilization”, ha accusato Bruxelles di interferenza elettorale e ha perfino telefonato a Trump in diretta, ricevendone un endorsement in vivavoce. Anche questo dettaglio, direi grottesco, ha una sua eloquenza: il sovranismo contemporaneo predica la non interferenza proprio mentre la calpesta con disinvoltura per salvare uno dei suoi totem.
La frontiera interna dell’Occidente
Il punto decisivo, però, è che Orbán non combatte l’Europa in nome di un’alterità esterna. La combatte usando il vecchio vocabolario centroeuropeo della difesa, dell’identità, della sopravvivenza storica. Kundera descriveva l’Ungheria come una nazione che temeva di essere strappata all’Occidente.
Orbán ha preso quella memoria e l’ha rovesciata: oggi la sovranità ungherese viene raccontata come resistenza contro Bruxelles, i diritti vengono dipinti come ingerenza, il pluralismo come decadenza, la fedeltà europea come una forma di subordinazione. Ci troviamo di fronte, dunque, a un capovolgimento storico impressionante: da avamposto dell’Europa assediata, Budapest si è trasformata in una frontiera interna da cui una parte dell’Occidente tenta di ridefinirsi contro sé stesso.
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Per questo attorno a Orbán si è raccolta una vera internazionale delle destre. Un video elettorale diffuso a gennaio ha allineato, nello stesso montaggio, tra gli altri, Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Marine Le Pen, Alice Weidel, Herbert Kickl, Andrej Babiš, Aleksandar Vucic, Javier Milei e Benjamin Netanyahu. Poi sono arrivati CPAC Hungary, l’adunata dei Patriots for Europe, il messaggio di Trump e infine Vance in persona. Questa galleria di sostegni mostra con chiarezza che Budapest non viene considerata importante per il suo peso materiale, ma per il suo valore simbolico. Se Orbán regge, regge l’idea che si possa svuotare la democrazia liberale senza perdere il consenso. Se Orbán cade, a incrinarsi sarà la leggenda dell’invincibilità illiberale.
Magyar e quella parziale alternativa al regime
Non sorprende allora che questa elezione venga letta sempre più come un referendum sulla collocazione geopolitica dell’Ungheria. Lo sfidante Péter Magyar, leader di Tisza, ha parlato esplicitamente di una scelta fra permanenza nell’orizzonte euro-atlantico e prosecuzione della deriva filorussa di Orbán. Certo, sarebbe ingenuo immaginare Magyar come il cavaliere progressista che restituisce Budapest al catechismo liberal dell’Europa occidentale. Non è quello. Viene dal mondo di Orbán, resta un conservatore, parla a un elettorato nazionale, non a una bolla cosmopolita. Ed è proprio questo a rendere ancora più significativa la possibile sconfitta del premier. A sfidare Orbán non è una caricatura costruita da Fidesz per eccitare il proprio pubblico. È un avversario che usa parte dello stesso lessico patriottico per portare l’Ungheria fuori dalla prigione dell’orbánismo.
In altre parole: la crisi del regime viene da dentro il suo stesso campo ed è una crisi su cui pesano soprattutto la corruzione, la stagnazione, i servizi pubblici in affanno, la fatica di un sistema logorato da troppo potere concentrato troppo a lungo nelle stesse mani. Quel telex del 1956 – «Moriremo per l’Ungheria e per l’Europa» – nasceva dall’idea che la libertà ungherese e l’Europa fossero inseparabili. Orbán ha lavorato per anni a spezzare proprio quel legame. Ha insegnato al suo Paese e ai suoi ammiratori stranieri che si può parlare in nome della civiltà occidentale mentre si logorano i suoi anticorpi, che si può invocare l’identità europea mentre si sabota la solidarietà europea, che si può esibire il vessillo della nazione mentre la si consegna a una rete di dipendenze politiche, energetiche e ideologiche sempre più ambigue.
Il dramma ungherese
Vance è andato a Budapest per salvare questa finzione. Non è chiaro se riuscirà. Ma il nocciolo del dramma ungherese sta qui: il Paese che un tempo chiedeva all’Europa di riconoscerlo come parte di sé è diventato, sotto Orbán, il luogo in cui l’Europa viene sfidata in nome di quelle stesse parole che un tempo la difendevano.



















