L’ambasciatore Michele Valensise commenta le recenti dichiarazioni di Donald Trump riguardanti un possibile abbandono statunitense della Nato
L’uscita di Donald Trump, con la sua minaccia di lasciare dopo più di sessant’anni l’Alleanza atlantica, non ha precedenti. Sembra destinata non solo a scuotere le cancellerie occidentali ma anche a rimettere in discussione i punti di riferimento del nostro orizzonte politico internazionale. Per cercare di fare chiarezza in questo scenario ne parliamo con l’ambasciatore Michele Valensise. Già Segretario Generale del ministero degli Esteri e oggi presidente dell’Istituto Affari Internazionali.
Signor ambasciatore, si tratta di un gesto che mette in discussione un pilastro della sicurezza euro-atlantica e anche la forma dell’Occidente così come lo conosciamo. Come vede questa crisi nei rapporti tra gli alleati transatlantici? Se si può parlare di alleanza.
«Direi che si tratta di affermazioni inaudite. Certo, siamo abituati a esternazioni del presidente Trump senza precedenti, però questa volta mi sembra che siamo andati davvero lontani, per due ragioni direi. Una è di metodo. Aprire una discussione, dando un segnale di questa portata attraverso gli organi di informazione e non attraverso il coordinamento istituzionale che dovrebbe esserci tra alleati. Una seconda ragione è invece nel merito. Non c’è dubbio che questa postura, laddove confermata, perché sappiamo anche di una certa volatilità degli orientamenti di Trump, significherebbe una crepa. Una cesura in un’alleanza che ha retto l’Occidente e che è stata la base della solidarietà transatlantica per anni».
Il Presidente Usa definisce la Nato una ‘tigre di carta’. Critica gli alleati perché non partecipano alla guerra in Medio Oriente. Sostiene che sulla difesa non facciano abbastanza. Questo attacco di Trump è una maschera ipocrita che cade o una mutazione genetica dell’alleanza storica tra Usa ed Europa?
«C’è un dato di fatto dal quale mi sembra che l’amministrazione americana prescinda totalmente e cioè che la Nato è un’alleanza difensiva. Questo è scritto nel trattato. È un’alleanza difensiva pensata per potersi difendere insieme da una minaccia che possa eventualmente realizzarsi nei confronti di uno o più membri dell’alleanza stessa. Questa è la Nato. Altra cosa sarebbe, e a questo accenna Rubio, la predisposizione di strumenti o l’approntamento di basi che servano per un’azione offensiva. Ed è qui che c’è un limite chiaro nel trattato.
Insomma, stiamo andando oltre la lettera e lo spirito del trattato Nato. Non solo. Stiamo andando oltre anche nella misura in cui gli americani configurano un’ipotesi di intervento nei confronti di aree che sono al di fuori del perimetro geografico dell’alleanza atlantica. Cioè l’Europa, il Canada, l’Atlantico settentrionale e gli Stati Uniti. La domanda è se questa amministrazione americana ha una nozione precisa degli impegni e degli obblighi che derivano dal trattato della Nato».
Come vede questa minaccia sulla tenuta della Nato nei confronti della posizione europea sull’Iran? Influirà riguardo allo sforzo bellico in Medio Oriente e a un possibile coinvolgimento europeo?
«Innanzitutto diciamo che nei rapporti tra alleati deve prevalere la linearità e la trasparenza degli impegni e non viceversa un’interpretazione estensiva o riduttiva di comodo. Valgono gli impegni e quelli devono essere rispettati. Aggiungo che nella dialettica non nuova tra le due sponde dell’Atlantico la parte europea si è assunta delle responsabilità notevoli aderendo alla pressante richiesta americana di compensare, di rafforzare l’impegno europeo in termini di difesa militare».
Quando gli Stati Uniti in passato hanno chiesto un contributo in operazioni militari – Afghanistan, Iraq o la missione militare in Libia – in Medio Oriente, i Paesi europei non hanno fatto mancare il loro sostegno.
«Esattamente, c’è stata una risposta nell’ambito delle regole che devono presiedere ai rapporti tra alleati. Nel caso dell’Iran il vizio originale, se così si può dire, è quello di una iniziativa unilaterale, israelo-statunitense, assunta senza alcun coordinamento preventivo. Senza alcuna consultazione con gli alleati, nonostante il fatto che le ripercussioni di straordinaria forza di questa iniziativa avrebbe avuto, come ha avuto, proprio sugli alleati della Nato. Quindi la reazione degli europei di sentirsi marginalizzati nell’avvio di questa operazione e nella definizione dei suoi presunti obiettivi, vaghi e mai condivisi, è un atteggiamento più che comprensibile».
Questo raffreddamento dei rapporti si era già visto nello scontro sulla Groenlandia. Dove, secondo rumors gli Stati Uniti vorrebbero potervi spostare asset militari senza dover attendere il permesso di Copenhagen. Lei teme che a seguito di questa frattura possa anche riaprirsi il dossier groenlandese?
«Io auspicherei, proprio nell’interesse dell’Alleanza atlantica o almeno di quel che ne rimane, che vi sia una riduzione di fronti aperti anziché una loro moltiplicazione. Noi abbiamo un fronte gravissimo in Iran, abbiamo ancora nodi da sciogliere tra Gaza e Israele, abbiamo da oltre quattro anni una guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina, abbiamo delle minacce non banali sulla sorte di Cuba, abbiamo – appunto – anche un rischio latente di riapertura del dossier Groenlandia, che mi augurerei veramente che fosse tenuto al di fuori del contenzioso sul patto atlantico in questo momento.
Tanto più che nella fattispecie della Groenlandia ci troviamo di fronte a un caso di scuola nel quale i protagonisti sono tutti membri della medesima alleanza. Lo sono gli Stati Uniti, lo è la Groenlandia, lo è la Danimarca, lo sono gli altri Paesi europei potenzialmente interessati allo sviluppo della crisi. E allora il foro più appropriato per confrontare delle opinioni o per studiare delle strategie comuni è proprio quello dell’alleanza, non certo la prospettiva di un’iniziativa unilaterale o addirittura armata»
In questo frangente ci si pone la domanda su cosa possa fare l’Europa. Ma la piega dell’amministrazione non era totalmente inaspettata. Fin da quando la la rielezione di Trump nel 2024 è divenuta plausibile, era chiaro che i rapporti con gli alleati sarebbero stati messi sotto stress. Cosa avrebbe potuto o dovuto fare l’Europa, allora e adesso. Assediata com’è un po’ da tutti i fronti?
«Non mi pare che ci sia un’alternativa al fatto che l’Europa assuma maggiori e crescenti responsabilità per quel che riguarda la sicurezza sua e degli europei. Naturalmente per farlo, visto il livello di integrazione e di dipendenza che noi abbiamo nei confronti degli Stati Uniti, occorrerà del tempo, ma credo che questo sia una sorta di sveglia per superare esitazioni o riserve che hanno fino a questo momento compromesso l’idea di una credibile difesa europea o, per meglio dire, che non le hanno consentito di svilupparsi come avrebbe potuto e dovuto».
Donald Trump ha postato scrivendo che non ci sarà cessate il fuoco con l’Iran finché lo stretto di Hormuz non sarà riaperto. Martedì aveva detto che a riaprirlo dovevano essere le nazioni che hanno bisogno del petrolio mediorientale. Il ministro della Difesa del Pakistan, che cerca di mediare tra iraniani e americani, ha ricordato a Trump che lo stretto era aperto prima che lui iniziasse la guerra. Quale prospettiva ha questa guerra?
«Purtroppo il quadro è ancora molto confuso perché l’operazione israeliana-statunitense era nata asseritamente con l’obiettivo di ridimensionare prima di tutto la capacità offensiva iraniana. E i fatti di guerra quattro settimane e mezzo, quasi cinque più tardi, hanno dimostrato che l’Iran, pur decapitato nella sua dirigenza, continua ad avere una straordinaria capacità di resistenza e offensiva. Dunque c’è un dato che è del tutto difforme da quello che originariamente ci si era proposti.
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E poi mi pare difficile dare torto al ministro della Difesa pakistano. Perché con la guerra si è creato un enorme e anche prevedibile problema al traffico commerciale del petrolio attraverso Hormuz che prima non esisteva. Dunque il paradosso di questo conflitto è proprio che in questo momento che noi, e anche gli Stati Uniti, stiamo cercando di ristabilire uno status quo che esisteva prima dell’inizio delle ostilità stesse».


















