13 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

13 Mar, 2026

La famiglia italiana nel bosco in Australia: «Siamo felici. Italia inconcepibile»

Tiny house in Australia

Una famiglia italiana che vive da anni in una casa di legno nel bosco vicino Sydney racconta la sua scelta di vita e guarda con stupore alla vicenda della famiglia abruzzese: «Siamo felici come tanti, ma in Italia accade l’inconcepibile»


A migliaia di chilometri dall’Abruzzo, dall’altra parte del pianeta, c’è un altro bosco e un’altra famiglia che vive quasi nello stesso modo. Michele (Michael) ha 40 anni, suona la chitarra e il mandolino. Sua moglie Giovanna, 37, è nata in Sicilia, in un piccolo paese del Messinese, sua nonna emigrò nell’altro emisfero negli anni ’50.

Hanno una bambina di 7 anni e un bimbo di 18 mesi. Dieci anni fa hanno scelto di lasciare la città e costruirsi una casa di legno immersa nella natura, a circa cento chilometri da Sydney. Quando in Italia è esplosa la storia della “famiglia nel bosco” abruzzese, quella dei Trevaillon, Michael l’ha seguita con attenzione. «Qui ne parlano sui social – racconta – e noi non finiamo di stupirci».

La stessa storia a parti invertite.

Lei, Michael, cosa pensa della famiglia che vive nel bosco in Abruzzo?

«Sinceramente? Non ci vedo nulla di scandaloso. Anzi. Dall’altra parte del mondo sembra una famiglia molto bella: contro lo spreco, attenta alla natura, con l’idea di crescere i figli lontano dal bombardamento digitale. Certo, magari con qualche estremismo, ma lo spirito è quello».

Ma vivere nel bosco non è sempre la stessa cosa…

«Infatti. C’è bosco e bosco. Il nostro è meraviglioso. Viviamo qui da dieci anni e stiamo benissimo. Non siamo degli eremiti: abbiamo l’elettricità, l’acqua, la lavatrice. Ho installato i pannelli solari e le batterie, durante il giorno è il sole che ci dà energia. La notte usiamo un generatore e, se serve, anche le bombole del gas. Rispetto a quello che ho letto su quella famiglia in Abruzzo, noi siamo quasi dei borghesi».

L’Australia però non è l’Abruzzo. Qui la scuola è obbligatoria.

«Certo, e infatti nostra figlia va a scuola tutti i giorni. Però l’Australia è enorme: basta uscire dalla città e dopo cinque minuti sei fuori dal mondo. Lo Stato permette anche l’istruzione domestica. Se decidi di tenere i figli a casa ti fornisce libri, programmi, materiali. Poi devi dimostrare che i bambini raggiungono un certo livello. Sempre più famiglie fanno questa scelta».

Per sfiducia verso lo Stato?

«Anche. Dopo il Covid molti genitori hanno iniziato a dubitare del sistema educativo. Ognuno ha le sue ragioni: politiche, culturali, personali».

Siete no vax?

Michael ride. «No, assolutamente. Mia figlia è vaccinata. Siamo una famiglia normalissima. Io e mia moglie vivevamo già qui nel bosco prima che nascessero i bambini. L’ospedale non è lontano, e a pochi chilometri c’è pure un centro commerciale. Non siamo isolati dal mondo».

La casa l’ha costruita lei.

«Sì. Ed è la cosa più incredibile della mia vita. Prima non avevo mai preso in mano un martello. Poi piano piano ho imparato tutto: il legno, il tetto, le fondamenta. È una casetta semplice ma funziona. Ed è nostra».

Che idea si è fatto di quello che sta accadendo alla “nostra” famiglia nel bosco?

«A me sembra assurdo. Inconcepibile. Io e Giovanna abbiamo viaggiato molto in Italia. A Catania e a Napoli ho visto ragazzini di otto anni guidare motorini senza casco o spacciare droga in strada. Scene che ti fanno rabbrividire. Allora mi chiedo: perché tanto accanimento contro una famiglia che vive nel verde con i propri figli?».

Secondo lei, c’era amore in quella scelta?

«Da quello che si vede, sì. Amore per i bambini, per gli animali, per la natura. Non mi sembra una prigione. Anche noi viviamo così: abbiamo un grande terreno, un cane, le galline. In passato allevavamo anche qualche mucca».

Il mondo è globalizzato. Non teme che i suoi figli un giorno possano sentirsi diversi dagli altri?

«Non credo. La nostra bambina va a scuola, fa sport, suona musica. Abbiamo vicini con quattro figli che sono cresciuti studiando a casa. Non è una cosa strana qui. E poi c’è anche una ragione economica».

Quale?

«Le case in Australia costano cifre folli. Un appartamento parte da 800 mila dollari. Se vuoi qualcosa di un po’ più grande arrivi facilmente al milione. Noi qui non abbiamo un mutuo. Viviamo con quello che produciamo: orto, galline, frutta».

Che cosa coltivate?

«Limoni, arance, avocado, spinaci, pomodori. Facciamo anche la salsa. Il cibo ha un altro sapore quando nasce dalla tua terra. La nostra unica paura? Che un giorno arrivi qualcuno a dirci: qui non potete stare. Tecnicamente non abbiamo “costruito” una casa nel senso burocratico del termine: ce la siamo fatta da soli, tutta in legno. Ma per ora viviamo tranquilli».

In Australia si parla molto di “Tiny house”.

«Sì, è un movimento enorme. Coppie e famiglie che scelgono case piccolissime, spesso mobili, con tutto il necessario. Costano magari 50 mila dollari e ti liberano dal mutuo. In Nuova Zelanda, negli Stati Uniti, sta diventando una filosofia di vita».

E la tecnologia?

«Abbiamo il frigorifero, la lavatrice. Ma niente televisione. È una scelta. Non vogliamo che i bambini crescano incantati davanti a uno schermo. Abbiamo un iPad, sì, ma lo guardano solo la sera con noi per pochi minuti prima di andare a dormire».

Cosa fanno il resto del tempo?

«Giocano. Semplicemente giocano. Guardano gli uccelli, gli insetti, gli animali del bosco. All’alba arrivano i canguri. Ci sono serpenti, lucertole, un po’ di tutto. Un fiume attraversa il nostro terreno».

Sembra un paradiso.

«È bellissimo. L’unico vero rischio qui sono gli incendi o le alluvioni».

Lei è stato molto critico verso alcune periferie italiane.

«Sì, perché mi hanno scioccato. Palazzi enormi, tenuti malissimo. Non ci vivrei e non farei crescere i miei figli lì nemmeno se mi pagassero. E allora mi chiedo: perché i giudici non vanno a vedere quei posti?».

Sta dicendo che si accaniscono sulla famiglia sbagliata?

«Sto dicendo che è una storia strana. Si concentrano su una famiglia che vive nel bosco mentre altrove i bambini crescono in condizioni molto peggiori. È come guardare il dito invece della luna».

Lei però lavora anche in città.

«Sì, con la musica non sempre si vive. Suono la chitarra e il mandolino, ma gestisco anche un locale. Per arrivarci devo fare parecchi chilometri ogni giorno».

Quindi un giorno potreste cambiare vita?

«Forse. Quando i bambini saranno più grandi. Ma per ora questo posto ci ha insegnato tanto».

Cosa, per esempio?

«Che la solitudine può essere una ricchezza. Che avere spazio attorno cambia il modo di pensare. E che ogni comodità che guadagniamo spesso ci fa perdere qualcosa indietro».

Ultima domanda: con tutta la natura che c’è in Australia, perché secondo lei la famiglia Trevillon ha scelto proprio l’Italia?

Michael ci pensa qualche secondo. «Perché l’Italia ha qualcosa che altrove non esiste più. Paesi bellissimi fuori dalle città, terra fertile, cibo straordinario, una cultura antica. Molti stranieri la guardano come il posto ideale dove vivere una vita più semplice». Poi sorride. «Se l’Italia capisse davvero questo tesoro che ha, sarebbe il posto perfetto per tornare a vivere come una volta».

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