L’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti sull’Europa: troppa burocrazia, il problema è la libertà non la competitività. «Il Vecchio Continente progredisce nonostante la burocrazia. La Cina è un gigante che forse andava lasciato dormire…»
«Ricordo una conversazione successiva a una lezione alla scuola centrale del partito comunista cinese a Pechino. Dal lato cinese, la conclusione fu questa: “Un tavolo per essere stabile deve avere almeno tre gambe: America, Cina ed Europa”. Non è un concetto diverso da quanto scritto nella prima parte del manifesto di Ventotene, nel dicembre del 1941, quando l’esercito tedesco è alle porte di Mosca. Il manifesto prevede la fine della guerra, la sconfitta della Germania e dell’Asse e un punto di equilibrio tra l’Europa federale che verrà, l’America e l’Asia. Tre gambe anche allora. Insomma il futuro della storia va in questa direzione, nonostante apparenze diverse».
A parlare è Giulio Tremonti, già ministro dell’economia nei governi Berlusconi e oggi presidente della commissione affari esteri della Camera dei deputati. Con lui riflettiamo sul futuro dell’Europa in questo cruciale passaggio storico.
Ma la terza gamba dell’Europa a che punto sta? Oggi, in un momento critico come la guerra in Iran, Emmanuel Macron, Pedro Sanchez, Keir Starmer, Giorgia Meloni e Friedrich Merz sembrano avere ciascuno un atteggiamento diverso…
«Ciò nonostante l’Europa sta progredendo nella direzione del nation building, sia pure nei termini di una confederazione. Quando, nel 2003, in occasione del semestre italiano, il governo italiano fece discutere la proposta degli eurobond per la difesa, il voto negativo più intelligente fu quello del premier britannico Gordon Brown che disse: “No, perché questo è nation building”. Oggi abbiamo adottato gli eurobond per la difesa dell’Ucraina e abbiamo l’accordo sul nucleare tra Francia e Regno unito, esteso anche alla Germania. Un fatto paradossale se si pensa che finora la Francia è stata contraria e che il Regno Unito viene dalla Brexit. In più abbiamo accordi europei in campo tecnico e aeronautico e abbiamo lo sviluppo geopolitico e geoeconomico con Mercosur e India. L’impressione e la speranza è che l’Europa vada finalmente nella direzione di una sua posizione geopolitica».
L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia dimostra inoltre che la questione della sovranità territoriale in un sistema di sfere di influenza è diventata cruciale…
«Un altro punto decisivo per l’Europa, infatti, è l’allargamento. La guerra iniziata dalla Russia contro l’Ucraina segna la fine della vecchia visione dell’Europa dall’Atlantico agli Urali. L’ultima applicazione di quella visione fu il Nord Stream, ovvero il sistema di gasdotti sottomarini strategici che collegavano la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico, trasportando gas naturale per l’Europa. Oggi la visione si sposta da nord a sud con l’allargamento che va fatto in formato all in: come si legge infatti nell’articolo 49 del Trattato sull’Unione Europea, “ogni Stato europeo, rispettoso dei valori fondamentali di democrazia, libertà, stato di diritto e diritti umani, può candidarsi”. In sostanza, tutti gli stati europei possono entrare nell’Ue e sono già europei per trattato. A parte l’Ucraina che è ancora in guerra, ciò vale per esempio per i paesi balcanici. Proprio la settimana scorsa in parlamento la delegazione serba ha detto che, in caso di adesione, la Serbia avrebbe rinunciato al potere di veto».
A proposito di veto, c’è da dire che finora il principio di unanimità è stato un enorme ostacolo per la definizione di politiche europee comuni nel campo della difesa e delle relazioni internazionali…
«È vero, ma mi permetto di ricordare che l’Euro fu fatto a maggioranza. Pertanto in tutte queste novità che abbiamo elencato vedo una evoluzione positiva del processo di unificazione in termini di nation building».
Che cosa manca ancora per andare avanti in questa direzione?
«In occasione della firma del Trattato di Roma del 1957 il cancelliere tedesco Konrad Adenauer disse: “La foresta non sia tanto fitta da impedire la visione dell’albero”. Era la visione giusta del principio. Sfortunatamente oggi vediamo che tra foresta ed albero si è persa la ragione. Basti pensare a un milione e 400mila pagine di Gazzetta Europea: una selva di norme. Inoltre, in un momento di drammatica crisi dell’auto è appena uscita una norma sui tricicli per i bambini: ti chiedi se è una cosa comica o grottesca. Nonostante tutto ciò, l’Europa va avanti. Purché non si vada avanti con cose demenziali come il rapporto sulla competitività che è un’astrazione materializzata dal nome».
In che senso? Vuole dire che il dossier Draghi va archiviato?
«In realtà, quello che manca all’Europa è la libertà. Il sistema giuridico europeo ha ricostruito un medioevo postmoderno con diritti segmentati all’infinito e differenziati all’infinito. In più, doveri imposti, vincoli e limiti. Le faccio qualche esempio».
Prego.
«Steve Jobs, l’inventore di Apple, comincia a creare in un garage. Se Guglielmo Marconi, il padre delle comunicazioni mediante dispositivi elettronici, operasse oggi in Europa finirebbe in prigione per aver violato almeno quattro codici, relativi a lavoro, poste, navigazione, fisco. Quello che manca nell’Ue è la libertà non la competitività, che è una conseguenza. Mi permetto di ricordare che quando il Terzo stato si riunisce in assemblea e redige i suoi “quaderni di doglianza” contro l’antico regime, tutti i quaderni chiudono con una richiesta: un re, una legge, un ruolo d’imposta. Ma il re non li ascolta e viene decapitato. Poi arrivano i codici di Napoleone che sviluppano la modernità e l’Europa con un predicato unitario: la persona. Ma il termine “persona” deriva dal latino e vuol dire anche “maschera”. Una maschera che viene sovrapposta alla varia preesistente tipologia umana, creando diritti e doveri uguali per nobili, chierici, artigiani, uomini e donne».
Quindi?
«Il momento dell’Europa ci sarà quando si abbandonerà il medioevo giuridico postmoderno e si faranno nuovi codici di libertà. Devi regolare l’impianto della luce di un grattacielo in città, ma non quello di un edificio rurale nelle Ardenne o sull’Appennino».
In questo nuovo scenario internazionale parliamo sempre poco di un’altra “gamba” del tavolo globale: la Cina. Che appare sempre più come il grande beneficiario delle fratture dell’ordine occidentale.
«A fine marzo, la commissione esteri della camera si recherà in Cina. Poi ci sarà anche la visita di Donald Trump. Il dialogo con Pechino è aperto. Con la crisi del 2008 si passa dal G8 al G20, ma l’ingresso della Cina allora fu sottovalutato: non c’era ancora la percezione del suo rilievo politico. Si sapeva che era un gigante economico, ora è anche un gigante geopolitico. È una realtà di cui dobbiamo tener conto. È un effetto involontario della globalizzazione. Il presidente americano Bill Clinton diceva che la Cina è in cammino verso il progresso e la democrazia: è una visione paternalistica. Ricordiamo la celebre profezia attribuita a Napoleone Bonaparte: “La Cina è un gigante che dorme. Lasciatelo dormire! Perché, quando si sveglierà, il mondo tremerà”. Ebbene, la Cina si è già sviluppata: è successo di colpo, ma ciò non ci consente di escludere che sia avvenuto».
Tutto chiaro. Ma la Cina che cerca di costruire un ordine alternativo a quello guidato dagli Stati Uniti va vista come nemico o come alleato?
«Non credo che la Cina sia un concorrente né un nemico. Se Trump va in Cina per parlare con Xi Jinping è perché non lo considera un nemico».
I fatti tragici di questi anni sembrano una sfida sistemica all’Occidente. Lei ha spesso descritto nei suoi libri e nei suoi discorsi una crisi non solo politica ma anche culturale dell’Occidente. Crede che oggi esista ancora una coscienza politica e culturale dell’Occidente come comunità di destino di fronte alla sfida delle autocrazie?
«Ciò che noi chiamiamo “Occidente” è una somma di secoli di storia e di cultura. La globalizzazione ne è stata una variante. Meglio, la globalizzazione è stata l’ultima utopia del Novecento, prima c’era il comunismo. Con la globalizzazione si è cercato di mettere il mercato sopra e gli stati sotto: questa era l’idea di fondo, una novità assoluta nella storia. Ricordo che in occasione del passaggio delle consegne alla Banca centrale europea, nel 2019, i due presidenti stavano sul palco a cinguettare, mentre i capi di governo europei stavano in platea ad applaudire. Ma lei si immagina Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Charles De Gaulle che applaudono i banchieri? Christine Lagarde disse che i banchieri centrali sono gli eroi del tempo presente: c’è stata un’inversione dei termini essenziali della politica, con l’economia di sopra e la politica di sotto. La crisi del 2008 non è solo una crisi finanziaria ma è la crisi di questo paradigma».
Arriviamo ad oggi: quella crisi si è accentuata?
«Come nel libro della Genesi nella Bibbia, noi viviamo sotto l’effetto della Torre di Babele. Lì l’umanità crea un mondo nuovo levato verso il cielo che è la torre. Ma la divinità la prende male e toglie la lingua unica: così l’umanità torna ai conflitti e alle guerre, cioè allo stato iniziale. Oggi è lo stesso. Il mondo è ancora globale. Sugli oceani navigano i container, sulla rete passano i segni e i simboli. Ma è finita l’utopia della globalizzazione. In questa alterazione dei rapporti classici, emerge anche la amoralità della élite globalista».
Si riferisce agli Epstein files?
«Esatto. Mi riferisco all’illusione di onnipotenza che si vede nei file di Jeffrey Epstein. Non commento il comportamento dei singoli, ma il principio: la dimensione collettiva di quel fenomeno rappresenta la cifra della élite globalista».



















