5 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

5 Mar, 2026

Attali: «Europa ultimo baluardo per difendere l’Occidente»

Jacques Attali

L’ex consigliere di Mitterrand e prolifico saggista Jacques Attali commenta la posizione europea di fronte allo squilibrio mondiale legato alla guerra in Iran


«Al di là delle diverse posizioni sulla guerra in Iran e sul rapporto con gli Usa, i Paesi europei condividono l’idea di difendere i valori occidentali contro chi li minaccia, come il regime di Khamenei». È il pensiero di Jacques Attali, economista, saggista prolifico e per dieci anni consigliere speciale del premier francese François Mitterand. In dialogo con l’Altravoce riflette sull’approccio europeo alla guerra in Iran e sui suoi esiti possibili.

I leader europei hanno assunto posizioni molto diverse rispetto all’intervento americano in Iran. Questa frammentazione è un problema?

«Credo che, nonostante tutto, l’Europa riesca a mantenere una voce comune. Tutti noi europei desideriamo la fine del regime iraniano e che il mondo viva senza paura del terrorismo. Questi sono i temi che contano e, su questo, mi pare che i diversi paesi europei abbiano una visione comune».

Il leader spagnolo Sánchez però si è opposto molto duramente a Trump, dicendo che non si può condurre una guerra al di fuori di ogni regola diplomatica e di diritto internazionale. Come valuta questa presa di posizione?

«La Spagna si è dichiarata contraria all’attacco, ma non credo che sia davvero un problema. Perché immagino che anche la Spagna sia contraria anzitutto al regime degli ayatollah e confidi nel suo collasso. Naturalmente, la Francia ha assunto una postura più offensiva perché prova a ritagliarsi uno spazio di centralità nella difesa europea. Un discorso analogo vale per la Germania. Ma sono sicuro che anche le opinioni pubbliche spagnola e italiana preferiscano la sicurezza alla minaccia che l’Iran era diventato per l’ordine mondiale».

Quindi non vede una frammentazione nell’atteggiamento dei leader europei rispetto a questa guerra?

«Quella in Iran è una guerra locale, e non è l’unica in atto nel mondo. C’è la guerra in Ucraina, c’è quella a Taiwan. La domanda che dobbiamo porci è: sono davvero conflitti locali oppure sono parte di un unico, grande, conflitto globale? Per la maggior parte delle persone si tratta di tanti conflitti locali. Ma tutti hanno un elemento in comune».

Quale?

«Che in tutti questi conflitti ci sono dei nemici della civiltà occidentale che ambiscono a distruggerla. La Russia non combatte solo contro l’Ucraina, ma contro l’intera civiltà occidentale. Lo stesso vale per la Cina contro Taiwan e per l’Iran contro Israele. In tutto il mondo, il “sud globale” inizia ad allearsi per combattere i valori occidentali. Ora, il punto è: chi deve farsi carico di quei valori?».

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Europa e Stati Uniti?

«Non gli Stati Uniti, ma solo l’Europa. Se italiani, spagnoli e tedeschi tengono a quei valori, allora devono combattere per difenderli. Naturalmente, nessuno chiede di mandare soldati italiani o spagnoli in Iran. Quello che si tratta di capire è che si deve combattere contro l’ideologia degli ayatollah all’interno dell’Europa stessa».

L’Europa sembra però all’inseguimento degli Usa e destinata ad essere in seconda linea anche nella difesa di quei valori.

«Ma gli Usa non sono dei credibili difensori di valori quali la libertà individuale e la democrazia. Al momento, l’unico posto in cui quei valori sono davvero perseguiti e implementati è l’Europa. Siamo l’unico luogo al mondo in cui esiste lo Stato di diritto».

Dice questo perché negli Usa oggi governa Trump?

«Non dipende da chi governa gli Stati Uniti, sarebbe vero anche con qualunque altro leader. Forse ritorneranno, ma sono convinto che non siano più campioni credibili dei valori occidentali».

La formula usata per legittimare l’intervento è stata quella dell’“attacco preventivo”. L’Iran rappresentava una minaccia concreta e attuale?

«Nessuno poteva davvero sentirsi al sicuro con un regime così minaccioso e così potente: l’Arabia Saudita e tutti gli altri paesi del golfo non potevano. Credo dunque che sia un po’ ipocrita dire che siamo contro il regime e poi contestare l’intervento militare».

Era questo il momento opportuno per intervenire?

«Non so se esistesse un momento opportuno. Forse questo lo era per ragioni militari che non possiamo conoscere. In ogni caso, credo che fosse necessario sbarazzarsi del regime di Khamenei e della minaccia che rappresentava per tutto il mondo. In Francia, subiamo il terrorismo iraniano fin dagli anni ’70».

Pensa che sia possibile arrivare a un cambio di regime?

«Lo scenario migliore sarebbe sicuramente quello di arrivare a una democrazia. In ogni caso, si può quantomeno raggiungere un regime non aggressivo; non aggressivo nei confronti dei sauditi, dei sunniti e del resto del mondo. Questo sarebbe un sollievo per tutti. Se invece il regime dovesse rimanere intatto, tutto il mondo sarebbe in pericolo».

È possibile evitare questo scenario limitandosi agli attacchi aerei?

«Ad un certo punto l’iniziativa dovrà essere presa dagli iraniani. Il problema è che in Iran esistono posizioni e fazioni contrapposte tra loro, anche all’interno della stessa opposizione al regime».

Il premier inglese Starmer ha ammonito l’America affinché non compia gli stessi errori commessi in Iraq.

«Quello di cui parliamo è uno scenario completamente diverso: l’Iraq non era uno Stato terrorista, per quanto fosse retto da un feroce dittatore».

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