5 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

5 Mar, 2026

Il coraggio di schierarsi dalla parte dell’Occidente

Il premier spagnolo Pedro Sanchez

Dalla portaerei francese al pacifismo spagnolo, l’Unione europea mostra la sua complessità di fronte alla crisi in Iran e mentre s’interroga sulla sua appartenenza all’Occidente


Quando un conflitto esplode nel mondo, l’Europa fa quello che sa fare meglio: si divide. Non per viltà, ma perché è fatta così. È un continente di storie diverse, di memorie che non sono facili da sovrapporre e integrare. La crisi iraniana lo sta mostrando con spietata chiarezza. Macron non ha esitato. Ha inviato la portaerei de Gaulle nel Mediterraneo e lanciato un piano di deterrenza nucleare.

Diversissimo il caso di Sánchez, che ha scelto la più forma più astuta di pilatismo diplomatico. «Rifiutiamo l’azione militare unilaterale di Stati Uniti e Israele», ha scritto su X, definendola «un’escalation che contribuisce a un ordine internazionale più incerto e ostile». Ha aggiunto un rifiuto delle azioni iraniane, ma l’enfasi era chiaramente sull’intervento israelo-americano.

Insomma, ciascuno per sé e Dio contro tutti. Che bussola abbiamo in mano per orientarci? Il diritto internazionale, a cui molti si aggrappano come a un’ancora? Che fine ha fatto? Come ha scritto ieri Ferdinando Adornato su queste pagine, siamo nell’era del “diritto autosancito”: ciascuno se lo scrive da solo. È una diagnosi giusta. Ma anche a volerlo prendere sul serio, il diritto internazionale non offre una risposta certa: al momento non c’è corte, non c’è organo, non c’è meccanismo sovranazionale che possa fermare un regime teocratico armato, finanziatore del terrorismo, potenzialmente a un passo dalla bomba atomica. Invocare uno strumento che non funziona, non è una grande idea.

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I limiti dell’internazionalismo pacifista

Allo stesso modo, l’internazionalismo pacifista della sinistra mostra i suoi limiti strutturali. C’è in quella tradizione un riflesso quasi pavloviano: cercare il colpevole sempre nell’Occidente. Così, di fronte all’Iran, ci si trova nell’imbarazzante situazione di non riuscire a condannare senza riserve un regime che impicca i dissidenti, perseguita le donne, finanzia Hezbollah e Hamas, e punta alla bomba. L’internazionalismo pacifista, in questi casi, è sostanzioso come un guscio vuoto. Una bella parola che non permette nessuna scelta reale.

Allora, che fare? Quando i principi nobili non bastano, bisogna ricorrere a principi più rozzi. Meno eleganti, forse, ma più veri. Carl Schmitt – il più vituperato e il più necessario dei teorici politici del Novecento – ha costruito l’intera sua opera su una distinzione elementare: quella tra amico e nemico. Non ha i quattro quarti di nobiltà etica dell’internazionalismo salottiero, ma è più semplice e più radicale, e dice che ogni azione autenticamente politica nasce dall’identificazione di un nemico. Sennò non c’è politica, ma solo chiacchiera.

L’Iran degli ayatollah è nemico dell’Europa

Proviamo ad applicare questa griglia alla crisi iraniana. Il regime degli ayatollah è un nemico dell’Europa per ragioni concrete e non contestabili. Primo: nega i diritti fondamentali che l’Europa considera la base stessa della propria cultura. Secondo: finanzia e arma organizzazioni terroristiche che hanno operato sul territorio europeo; le Guardie della Rivoluzione hanno pianificato attentati contro dissidenti in Germania, in Francia, in Albania. Terzo: un Iran nucleare innescherebbe una serie di grane difficilmente immaginabili ma le cui conseguenze per l’Europa – geograficamente vicina – sarebbero sicuramente devastanti.

Quarto: la retorica del regime è esplicitamente e strutturalmente antioccidentale. Nel senso dell’annientamento, non della critica. «Morte all’America», e soprattutto «morte a Israele», non sono slogan folkloristici: sono la grammatica di quel sistema di potere. A conferma del fatto che l’Iran considera anche l’Europa un nemico, c’è un episodio passato quasi inosservato nel diluvio di notizie, cioè che missili iraniani hanno preso di mira Cipro, dove si trovano basi aeree britanniche.

L’Iran degli ayatollah è chiaramente un nemico dell’Occidente. Non necessariamente un nemico da combattere militarmente. Questo è un altro paio di maniche. Ma è comunque un nemico da nominare come tale, senza le perifrasi di un’ipocrisia diplomatica che supera ampiamente la soglia della decenza. Per cui la questione è abbastanza chiara: in questo momento i nostri amici essenziali, America e Israele, sono in guerra con un nemico.

So che per molti questa dichiarazione è insopportabile. Sono gli stessi che hanno un’anima così nobile e un cuore così puro da soffrire per le vittime lontane e sconosciute tanto quanto per quelle vicine. La loro pretesa alla equanimità e imparzialità assolute, per cui non siamo uomini e donne con i piedi piantati in qualche preciso angolo del pianeta ma teste d’angelo sollevate parecchie migliaia di chilometri sopra la crosta terrestre, è commendevole, ma è smentita dai fatti.

Essere dalla parte dell’Occidente

Essere dalla parte dell’Occidente non vuol dire essere ciechi sui suoi scivoloni. Trump non è esattamente Pericle. Israele ha commesso errori gravissimi a Gaza. Però la distinzione amico-nemico non richiede che l’amico sia irreprensibile. Solo che sia preferibile al nemico. E qui, credo, non c’è dubbio, visto che anche i tifosi occidentali del defunto Khamenei si guardano bene dal gettare tra le fiamme il proprio passaporto.

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Gli inglesi avevano un motto: “Right or wrong, my country”. I comunisti nel dopoguerra lo trasformarono in “right or wrong, my party”, per giustificare con il sol dell’avvenire i crimini dell’Unione sovietica in Europa. Noi potremmo dire, con una certa avventatezza e faccia tosta, qualcosa di analogo: “Right or wrong, my West”. Non perché l’Occidente abbia sempre ragione. Ma perché in questo conflitto specifico, la scelta tra l’Occidente e la teocrazia di Teheran non è difficile. È anzi la più facile che si possa immaginare, se solo si ha il coraggio di farla.

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