27 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

27 Feb, 2026

Pera: «Il giudice deve essere terzo. Oggi la magistratura è politicizzata»

Marcello Pera

Il senatore di Fratelli d’Italia ed ex presidente del Senato Marcello Pera parla della riforma della giustizia su cui si voterà tra poco meno di un mese


Il giudice terzo è una garanzia per i cittadini, mentre i magistrati già oggi sono politicizzati e dipendenti dalle correnti che hanno occupato il Consiglio superiore della magistratura. Meloni va apprezzata: ha avviato la trasformazione del suo partito in una forza politica conservatrice europea e si sforza di costruire con gli Usa un’alleanza atlantica adatta a questo momento storico.

È la posizione di Marcello Pera, classe 1943, filosofo della scienza, considerato uno dei massimi studiosi italiani di Karl R. Popper. Senatore dal 1996 al 2013, prima con Forza Italia, poi con il Partito della libertà, presidente del Senato dal 2001, Pera ritorna alla politica attiva nel 2022 quando viene rieletto senatore nelle liste di Fratelli d’Italia. In questa conversazione con l’Altravoce interviene a ruota libera sulle principali questioni all’ordine del giorno.

Manca meno di un mese al referendum sulla separazione delle carriere: perché lei dice Sì?

«Mi scusi, ma ormai mi sembra come chiedere perché l’auto anziché la bicicletta. La domanda del referendum è semplice e chiara: volete voi che a giudicarvi sia un giudice il cui posto e la cui carriera non dipendano dai pubblici ministeri? Volete voi avere, come è scritto nella costituzione, un giudice che sia terzo e cioè che non sia collega del pubblico ministero? Sì, lo vogliamo e sfido chiunque comprenda queste semplici domande a votare No. È una questione di garanzie. E perciò è una questione di diritti fondamentali inderogabili. Attualmente l’ordinamento giudiziario, che mette i giudici alla mercé dei pubblici ministeri, è incompatibile con la costituzione. È almeno dal 1999 che è così».

Dal punto di vista dei cittadini che cosa cambia?

«Avranno un giusto processo che li tutela. Sapranno che la loro accusa sarà sullo stesso piano della loro difesa. E saranno sicuri che la prova a favore o a carico si formerà soltanto davanti al giudice, non condizionato da nulla, che sta lì ad ascoltare e farsi un’opinione libera».

È più forte il rischio futuro di una invadenza dell’esecutivo sull’ordine giudiziario o la realtà concreta e attuale della politicizzazione della magistratura?

«E perché mai? La politicizzazione della magistratura c’è già e da tempo: per parlare di storia recente, almeno da quando quattro scalmanati in toga andarono in televisione, misero in crisi un ministro e un governo, fecero paura ad un presidente della repubblica. Le correnti dei magistrati sono partiti politici che hanno i loro seggi nel Consiglio superiore come i veri partiti politici li hanno nel Parlamento. Quanto all’invadenza dell’esecutivo, nella riforma non ce n’è traccia. Nessuna, neanche indiretta. L’autonomia e indipendenza della magistratura sarà come prima e anche più di prima. È triste sentire l’Associazione dei magistrati che usa questo argomento come uno spauracchio. Comunque, a chi temesse la perdita di autonomia della magistratura bisogna replicare non solo dicendo che non è toccata dalla riforma, ma con un’altra domanda».

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Chieda pure…

«Se la magistratura dipendesse dalla politica non sarebbe autonoma, e se invece dipendesse da un sindacato? Caro magistrato, soprattutto caro giudice, se il tuo posto, il tuo grado, la tua richiesta di trasferimento, il tuo avanzamento in carriera dipendono dal tuo iscriverti ad un sindacato e dalla tua adesione ad una sua corrente, ti senti autonomo e indipendente? E se non sei iscritto e aderente? Nulla, nessuna promozione che corrisponda al tuo merito. È indipendenza questa o è prevaricazione del sindacato unico?»

No a Berlusconi, no a Renzi, no a Meloni: sulle riforme costituzionali la sinistra è ormai diventata una forza conservatrice e populista?

«La sinistra su questo tema, e parliamo della sinistra di oggi, perché quella di ieri è stata più volte cosa diversa, è cieca come una talpa. Pensa di vincere se passa il No. Errore fatale, perché se passa il No avrà vinto l’Associazione dei magistrati non il Pd e la sinistra politica dovrà mettersi in riga e fare sempre quello che vuole l’Associazione. La sinistra scherza col fuoco e si condanna alla marginalità. Un partito giudiziario giacobino farà da sé il campo largo. Elly sarà nulla di fronte ad un Parodi di turno».

I No risalgono nei sondaggi, grazie alla mobilitazione contro la destra. Il governo sta sbagliando la comunicazione? Cosa dovrebbe fare per vincere?

«Per me, Giorgia Meloni in prima persona deve spiegare la riforma e trascinare i cittadini al voto. Solo lei ha l’autorevolezza e la credibilità per farlo. Non abbia paura di politicizzare, perché spiegandosi bene potrà mostrare che la politicizzazione è proprio di quelli che non vogliono parlare della riforma ma di altro. Non sapendo nulla di separazione delle carriere e neanche della storia recente del suo partito (basta vedere come tratta persone e studiosi come Augusto Barbera), Elly Schlein butta sempre la palla in tribuna sperando di realizzare l’ammucchiata del No».

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La separazione delle carriere è una riforma liberale. Ma quanto è liberale il centrodestra odierno? Al di là dei fenomeni alla Vannacci, Fdi può diventare un soggetto conservatore, liberale e popolare? O resta bloccato sul suo guado ideologico?

«Ecco la palla in tribuna, ma la seguo. L’evoluzione di FdI in una formazione conservatrice è un processo su cui Giorgia Meloni è impegnata. Le occorrono tempo, forza e dirigenti, ma il processo lei l’ha avviato. È difficile ma è partito. Solo i faziosi non lo vedono e riconoscono».

Meloni ha conquistato un ottimo standing internazionale ma appare spesso divisa tra fedeltà transatlantica al trumpismo Maga e lealtà verso l’Ue. Contraddizione ideologica insuperabile o strategia ragionata e coerente?

«Cosa dovrebbe fare un leader responsabile in Europa che sia preoccupato della divaricazione in corso fra le due sponde dell’Atlantico? Dovrebbe stare dalla parte dell’Europa debole, inerte e incapace non solo di difendersi ma anche di dotarsi di una sua propria identità? Dovrebbe dichiararsi pacifista e neutrale? Dovrebbe dichiarare guerra all’America oltre che alla Russia? Dov’è la contraddizione se uno dice che vogliamo essere partner di una nuova alleanza atlantica? Dov’è la contraddizione se uno vede e sa che il popolo americano, il popolo, dico, non solo Trump e i Maga, stanno andando da un’altra parte per ragioni di necessità e cerca di porvi rimedio? Mi dica che questa operazione è difficile, non che è contraddittoria».

Dove va l’America di Trump e come sta cambiando il mondo? 

«Mi metto nei panni degli americani: dove stiamo andando non lo sappiamo bene neppure noi, ma sappiamo che dobbiamo costruire un nuovo ordine mondiale. Voi europei, avete capito, ci date una mano, o remate contro? Abbiamo timori sulla Cina. Nel caso, voi ci aiutereste?»

Il cambiamento dello spirito americano è irreversibile?

«È profondo perché largamente condiviso. La denuncia dell’Europa l’avevano già fatta Obama e Biden. Trump la approfondisce».

In tutto ciò che futuro vede per l’Europa? Resterà un’associazione intergovernativa di stati con regole ‘confederali’ (e diritto di veto) o si muoverà verso un federalismo pragmatico (definizione di Draghi) a partire da competitività e difesa?

«Draghi mi piace da matti, come Monti. Hanno trovato la ricetta: eliminiamo la regola dell’unanimità e avremo l’Europa unita. Poi: aggiungiamo un mega prestito europeo con i bond e avremo anche la forza per imporsi su Russia, America e Cina. Infine: se l’America non sta con noi, peggio per loro. Beata semplicità!»

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