28 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

27 Feb, 2026

Oleodotto russo fermo, Orbán blocca Kiev e spacca l’Europa sulla guerra

Viktor Orbán

Il blocco dell’oleodotto russo riaccende lo scontro tra Budapest, Kiev e Bruxelles: Orbán pone il veto su aiuti e sanzioni e riapre la faglia energetica che divide l’Europa nel pieno della guerra


«Leader e Paesi Ue si preparano alla guerra contro la Russia. Le conseguenze saranno imprevedibili». Così Viktor Orbán all’apice di una pressione crescente tra Ungheria, Ucraina e Unione europea.

Triangolo isoscele che può diventare insidioso, figlio del conflitto che dal 24 febbraio 2022 imperversa in territorio ucraino e che ora si sposta sul terreno dell’energia.

«Invito il Parlamento a sostenere gli sforzi del governo per mantenere l’Ungheria fuori da una simile guerra».

Al centro della disputa l’oleodotto Druzhba, canale vitale che trasporta il petrolio russo via terra nel cuore dell’Europa. Dal 27 gennaio scorso il flusso verso Budapest si è arrestato. La conduttura, nel suo tratto ucraino, ha subito ingenti danni dopo un attacco russo, ma il governo ungherese parla di «blocco senza precedenti, con cause più politiche che tecniche» e denuncia un «ricatto» ai danni del Paese da parte di Kiev.

Bruxelles rassicura, Budapest alza il muro

La Commissione europea ha chiesto al governo ucraino di velocizzare le riparazioni. Per Ungheria e Slovacchia l’oleodotto è una linea vitale per l’approvvigionamento industriale. Da Bruxelles intanto arrivano rassicurazioni: le riserve sono sufficienti e, in caso di necessità, l’alternativa è il condotto croato Adria, che può rifornire Budapest e Bratislava durante l’attuale stallo.

L’Ue invita quindi a sedare gli animi, ma i magiari non ci stanno e alzano il livello dello scontro. Nei giorni scorsi i rappresentanti ungheresi hanno posto il veto al prestito da 90 miliardi destinato a Kiev e poi bloccato il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. Un doppio colpo che interroga l’Unione e mette Bruxelles in una posizione scomoda. «Come può un Paese così piccolo come l’Ungheria bloccare tutto? Significa che ogni voce conta», ha tuonato Volodymyr Zelensky, indicando il nodo irrisolto dell’unanimità necessaria.

Difesa delle infrastrutture e linea dura di Orbán

Orbán intanto rilancia. «Non cederemo ai ricatti», ha scritto dopo la riunione del Consiglio di Difesa, annunciando il dispiegamento dell’esercito a protezione delle infrastrutture energetiche strategiche. Attrezzature e soldati presidiano siti vitali, polizia rafforzata attorno a centrali e snodi di controllo, divieto di volo per i droni nella contea di Szabolcs-Szatmár-Bereg, al confine con l’Ucraina.

Nel Parlamento di Budapest il premier magiaro scalda gli animi: «Non possono tagliarci fuori dall’energia russa, forzare l’adesione dell’Ucraina all’Ue, costringerci a inviare denaro o trascinarci in guerra. Giù le mani! Il futuro dell’Ungheria deve essere deciso esclusivamente dal suo popolo».

Elezioni e incognita Péter Madjar

C’è anche il fronte interno. Le elezioni del 12 aprile sono in bilico. I sondaggi danno Péter Madjar avanti di circa otto punti su Orbán. Ma una sua eventuale vittoria non significherebbe un’immediata svolta filo-ucraina. Il leader di Tisza ha costruito il consenso su corruzione e cattiva gestione, evitando accuratamente di farsi etichettare come candidato di Bruxelles o di Kiev. Il suo partito ha votato al Parlamento europeo contro il credito da 90 miliardi all’Ucraina e Madjar si è opposto all’adesione accelerata di Kiev all’Ue. Si definisce pro-europeo, ma respinge l’idea di un «superstato» e si è detto contrario all’invio di armi. Tradotto: anche senza Orbán l’Ue non può aspettarsi un’Ungheria completamente allineata.

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Intanto, nella lettera inviata al presidente del Consiglio europeo António Costa, Orbán è ancora più netto: «Non sono in grado di sostenere alcuna decisione favorevole all’Ucraina finché la situazione non tornerà alla normalità». Un messaggio chiaro a Zelensky: niente soldi, sanzioni o aiuti finché il petrolio non riprende a scorrere.
Una faglia energetica dentro la guerra militare che infuria sul fronte est. Sotterranea, divide silenziosamente l’Europa proprio nel punto dove si era ripromessa compattezza ma puntualmente si ritrova divisa: l’energia. Germe dormiente pronto ad aggredire il corpo. E, se non gestito, capace di trascinare il conflitto ben oltre i confini ucraini.

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