26 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Feb, 2026

Perfetti: «Putin rischia crisi di consenso. Ma il regime non finirà»

Il presidente russo, Vladimir Putin

Lo storico Francesco Perfetti, già ordinario di storia contemporanea alla Luiss e oggi presidente della Guida Storica Nazionale, commenta la crisi di consenso che la Russia sta attraversando


Limitazione degli spazi di dissenso, propaganda, controllo dei mezzi di informazione. Sono gli strumenti canonici attraverso cui i regimi creano consenso al loro interno. In Russia e non solo, però, quegli strumenti sembrano non essere più sufficienti. Le difficoltà economiche, oltre a quelle militari, fanno sì che il regime debba fare i conti con le proprie fragilità.

Francesco Perfetti (nella foto) è uno dei più importanti storici italiani, allievo di Renzo De Felice, già ordinario di storia contemporanea alla Luiss e oggi alla guida della Giunta Storica Nazionale.

Professore, le cronache restituiscono l’immagine di una Russia in grande crisi di consenso interno. La bolla prima o poi rischia di esplodere?

«Anzitutto dobbiamo ricordare che è molto difficile calcolare il consenso e il dissenso. Esistono diversi tipi di consenso, c’è un consenso attivo e un consenso passivo. Il tutto è legato alle politiche portate avanti dai regimi. Nel caso del fascismo, ad esempio, il periodo di maggior consenso è stato quello compreso tra il 1929 e il ’36, come ha mostrato De Felice rovesciando la vulgata che individuava il periodo di maggior consenso proprio nel ’36 con l’impresa d’Etiopia. Lo studio analitico ha mostrato che c’era maggior consenso in anni in cui non c’era la guerra e in cui l’Italia portava avanti una politica di minor contenimento del dissenso interno. Questo è indicativo del fatto che uno dei fattori che determinano il consenso è anche la politica interna».

In Russia fino a questo momento la guerra è stata impiegata come strumento di consolidamento del consenso.

«Più che per consolidare o allargare il consenso, i regimi autocratici usano la guerra per ridurre i margini del dissenso. Questo perché i conflitti tendono ad avere una funzione “integratrice”: nel momento in cui scoppia una guerra, tendono a sparire i momenti conflittuali all’interno dei singoli paesi. Ma è anche vero che questa funzione resta legata agli esiti del conflitto. Nel caso specifico, il conflitto che viene presentato ai russi come un’operazione speciale finisce per non portare risultati, ed ecco che si ottiene l’effetto contrario a quello che la guerra ha generalmente».

Cioè la guerra non unifica più ma finisce per lacerare?

«Si esasperano gli elementi di dissenso. Questo è un punto decisivo per capire cosa può succedere in Russia. È indubbio che in una prima fase la Russia non ha subito grandi cali di consenso, perché gli effetti della guerra venivano percepiti con molta lentezza. Anzi, la situazione occupazionale, ad esempio, migliorava perché l’economia di guerra implicava una corsa alla piena occupazione. Ma ormai la guerra si protrae da quattro anni e ha finito per comportare un bagno di sangue che si riflette su tutta la popolazione».

Su un piano generale crede che l’allargamento degli spazi di dissenso possa portare alla fine dei regimi?

«Non automaticamente. Di solito i regimi finiscono per spinte che vengono dall’esterno».

Sul fronte interno cosa è più determinante, la stanchezza delle élite o quella della popolazione?

«Quella delle élite. Anche perché l’apparato repressivo è formidabile, quindi chi risente maggiormente di una situazione di crisi sono le élite politiche ed economiche, che in Russia spesso coincidono».

Vede un’analogia tra il modo in cui si è dissolta l’Unione Sovietica e il modo in cui la Russia di Putin può sfaldarsi?

«Sono situazioni molto diverse. Sia sovietologi occidentali che osservatori interni all’Urss facevano notare come ci fosse una debolezza intrinseca del sistema sovietico che lo avrebbe portato alla rovina. Ricordiamoci il celebre saggio di Andrej Amalrik, Sopravviverà l’Unione Sovietica fino al 1984?, che profetizzava proprio questo. Ma, come dicevo, generalmente prevalgono fattori esterni».

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Da questo punto di vista l’Europa, pur nelle sue indecisioni, sta avendo un ruolo nel sostegno dell’Ucraina.

«Europa e Nato devono dare senz’altro la sensazione di compattezza che spesso è mancata, anche a causa della debolezza intrinseca di una struttura che non è politicamente comparabile a quella delle grandi superpotenze. Bisogna fare in modo che non ci siano cedimenti, magari dovuti alle quinte colonne russe in Europa».


In Russia si stanno forzando gli arruolamenti, ad esempio bocciando i giovani universitari in ritardo con gli esami per portarli a entrare nell’esercito. Ora si pensa alla mobilitazione obbligatoria per il fronte. È un segno di debolezza?

«Senza dubbio. Fin dai tempi della prima guerra mondiale la coscrizione obbligatoria riguardava certi paesi nel momento in cui si preparava la guerra ed è sempre stata una misura fortemente impopolare. Un conto è cercare di smuovere il patriottismo di fronte ad un certo problema di politica estera, un altro conto è spingere verso un arruolamento forzato che, nella migliore delle ipotesi, viene vissuto come una catastrofe che piomba sulle famiglie. È quanto successe in Italia quando nella prima guerra mondiale vennero arruolati i contadini. I regimi autoritari o totalitari hanno bisogno di un consenso dinamico, che venga continuamente alimentato».

Quali sono le iniziative generalmente impiegate per alimentarlo?

«Possono essere iniziative di politica economica o anche di politica estera, laddove si faccia appello a un’ingiustizia subita. È il caso della cosiddetta operazione speciale russa e della presunta ingiustizia nei confronti delle minoranze russe. In mancanza di questi elementi, il consenso può diventare passivo. E anche se non si trasforma immediatamente in dissenso operativo, non è più utilizzabile».

Tra i regimi autocratici che si sono succeduti dal Novecento ad oggi, qual è quello che si è imposto e che fa da modello all’attuale Russia?

«I regimi totalitari hanno tutti un elemento in comune, che è l’identificazione del partito con lo Stato. Questo è il modello totalitario, che si distingue da quello autoritario. I modelli imperiali ottocenteschi hanno tutt’altra logica e altre dinamiche operative. Detto questo, il regime che si trova in una posizione di maggiore prestigio e forza è senz’altro quello cinese».

Perché?

«È stato in grado di recepire alcune caratteristiche dei regimi non totalitari. Pensiamo alla capacità che sta dimostrando di intervenire sul mercato economico globale. Accanto a questo, ha delle peculiarità che lo rendono più appetibile e comprensibile da parte delle popolazioni in via di sviluppo. Il marxismo teorico tradizionale postulava la vittoria del socialismo nel momento di massima industrializzazione e il protagonismo della classe operaia. La Cina ha dimostrato esattamente il contrario: la rivoluzione comunista cinese nasce nel mondo agricolo e non in quello operaio, dalla periferia e non dal centro. Questo l’ha resa attrattiva per quei paesi del terzo mondo che si trovavano in condizioni analoghe. Per questo ha avuto molta più capacità attrattiva rispetto all’Urss».

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