15 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

25 Feb, 2026

Quando lo Stato diventa anti-Stato: Rogoredo e le zone grigie del potere

Il boschetto di Rogoredo

Il boschetto di Rogoredo è una sorta di zona grigia in cui la legalità si rovescia nel proprio opposto e lo Stato si confonde con la criminalità


Quando Antonio Di Pietro evoca Rambo (Omnibus, La7, 24 febbraio) per descrivere il poliziotto indagato dalla Procura di Milano per l’omicidio del pusher di Rogoredo, introduce un’immagine potente e consolatoria: l’agente fuori controllo che si identifica con la forza confondendo la funzione con una sovranità personale. Rambo rassicura perché è eccezionale. Il mito circoscrive il male. Ma le periferie non producono miti: producono storie ordinarie, fatte di gesti ripetuti e di confini che si consumano poco alla volta. Rogoredo, lembo problematico di Milano, è uno di quei luoghi dove potere e antipotere convivono in prossimità permanente.

La pattuglia e la piazza di spaccio si osservano, si misurano, talvolta si specchiano. Qui il potere criminale non è un’astrazione: è controllo del territorio, imposizione di regole, riconoscimento dentro una micro-gerarchia.
È in questi spazi che il rischio diventa strutturale, quando chi rappresenta la legge smette di incarnarne il limite e inizia a condividere la logica elementare del comando. L’ipotesi più inquietante non è quella del giustiziere fuori controllo, ma quella dell’aspirante piccolo boss in divisa. Non l’eccesso ideologico della forza, bensì la banalità dell’opportunismo.

L’interrogatorio

Davanti al gip, Cinturrino ha ammesso di aver sparato per «paura», di aver «perso la testa» quando ha visto Mansouri agonizzante. Ha chiesto scusa «a tutte le persone che indossano la divisa», ha negato di aver chiesto il pizzo agli spacciatori. Ma un collega ha riferito agli inquirenti di richieste di soldi e droga, di pestaggi, di un clima di intimidazione. Nel boschetto pare lo chiamassero “Thor”: girava con un martello – ufficialmente per dissotterrare la droga nascosta – che, secondo le accuse, sarebbe stato usato anche per colpire tossici e spacciatori. Un agente presente nel giorno fatidico ha raccontato di aver temuto, mentre correva verso l’auto su ordine del collega, di poter essere colpito alle spalle. Subito dopo lo sparo, Cinturrino avrebbe chiesto di recuperare in commissariato una pistola giocattolo da collocare vicino al corpo.

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Il cortocircuito realizzato

Se le cose stanno così – sarà il processo a stabilirlo – quella dell’assistente capo Carmelo Cinturrino che uccide Abderrahim Mansouri non è una storia epica. È una storia di comune criminalità. Nelle periferie il potere si misura in centimetri: chi occupa un angolo, chi decide chi può vendere e chi no. Quando un agente immagina di inserirsi in questo microcosmo non come antagonista ma come dominatore, il cortocircuito è completo. Il potere istituzionale scivola in quello informale. Lo Stato diventa un attore tra gli attori. Non servono grandi sistemi criminali. Basta la quotidianità. La sottocultura del suburbio – linguaggi, codici, gerarchie – può essere interiorizzata anche da chi dovrebbe contrastarla. Se la divisa diventa un moltiplicatore di forza in quel contesto, la tentazione non è ideologica: è opportunistica. È l’abitudine a considerare la funzione come proprietà, il potere come occasione, il limite come fastidio.

Le zone grigie

Nelle periferie questa torsione è più visibile perché le gerarchie sono nude. Tuttavia non nasce lì. È un riflesso più ampio: è l’idea diffusa in molti luoghi italiani anche meno sfortunati che ogni posizione possa essere usata per ottenere un surplus personale. In posti come Rogoredo in più succede che il confine tra potere e antipotere si assottigli. Se l’autorità entra nel gioco del comando locale, l’antipotere si legittima: “non sono diversi da noi”.
Storie così però non esplodono all’improvviso. Crescono nelle zone grigie. Non servono complotti; basta una somma di silenzi e di sguardi distolti. Lo spirito di corpo può scivolare nella copertura corporativa. E la copertura, se protratta, diventa impunità. Quando il fatto è troppo grave per essere ignorato, l’indagine diventa inevitabile ed ecco che vengono allo scoperto piccoli sporchi segreti noti a molti. A questo punto il danno non è solo giudiziario: è simbolico. La divisa appartiene allo Stato, non all’individuo.

Il ruolo della politica


E poi, a peggiorare le cose, interviene la politica con un doppio movimento speculare. Prima, la difesa preventiva del “poliziotto che spara”: la divisa come totem dell’ordine. Si tentano corsie preferenziali, si evoca la sicurezza come scudo. E meno male che c’è il Quirinale a temperare. Poi, quando i fatti accertati dalla Procura incrinano la retorica, si cerca un capro espiatorio. L’agente diventa concentrato di tutte le ambiguità e gli si chiede di pagare il prezzo più alto e anche di più per ristabilire un equilibrio mediatico. In entrambi i casi, la norma smette di essere misura imparziale e diventa strumento narrativo. O si crea un’eccezione protettiva, o si pretende una pena esemplare. La giustizia viene trascinata nella contesa simbolica.

Il capro espiatorio svolge intanto una funzione sedativa: “Il problema era lui”. Ma se la vicenda è figlia di una cultura diffusa – l’idea che il potere sia rendita e il limite opzionale – la colpa individuale, pur reale, non esaurisce la responsabilità. Sacrificare un singolo senza interrogare il contesto produce solo una pacificazione temporanea. Il cinema americano ha raccontato infinite volte la corruzione e la redenzione. Ma nella realtà non c’è catarsi garantita. C’è bisogno di un lavoro lento, ostinato. Non servono l’immunità corporativa e i giudizi implacabili a uso mediatico. Valgono solo l’applicazione eguale della legge, la trasparenza dei controlli, la distinzione netta tra tutela e privilegio.

Il giudice terzo nel cortile dei poteri – ASCOLTA

L’assenza dello Stato

Rogoredo non è un set cinematografico. È un luogo reale dove la presenza dello Stato dovrebbe significare legalità, non dominio. Se la divisa viene percepita come strumento per comandare o costruire una micro-sovranità, il problema non è solo individuale: è culturale. Il potere tende a espandersi; la funzione pubblica serve a incanalarlo. Se diventa occasione di godimento personale, la linea che separa Stato e sottocultura si assottiglia pericolosamente. Non si tratta di essere contro la polizia e contro l’ordine, ma di difendere l’idea che l’autorità sia servizio e non proprietà. Che la legge sia uguale per tutti, senza corsie preferenziali.

Quando il potere si sottrae al controllo, anche in nome della sicurezza, la sicurezza stessa si svuota di significato. Resta la forza. Ma la forza, senza limite, non è ordine: è arbitrio. Il limite è la sola forza che legittima la forza. Se lo si piega per calcolo elettorale, si alimenta quel degrado culturale che poi si finge di combattere. In fondo, la vera alternativa non è tra protezione e punizione. È tra propaganda variabile e certezza del diritto. E nelle periferie, dove ogni ambiguità diventa esperienza quotidiana, la differenza si vede subito.

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