19 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

19 Apr, 2026

Ddl Sicurezza, polemiche per il contributo agli avvocati per i rimpatri

Non si arrestano le polemiche sul Ddl Sicurezza, all’indomani del “Raduno dei patrioti” con cui sabato il leader della Lega Matteo Salvini ha radunato a Milano i suoi alleati continentali per promuovere la battaglia della remigrazione. L’atteso decreto, contenente misure di sicurezza pubblica e – soprattutto – intervento in materia di trattamento dell’immigrazione clandestina e rimpatri, ha infatti incassato il via libera del Senato e si avvia ora verso il passaggio decisivo alla Camera. Al centro del confronto, in particolare, la norma relativa ai rimpatri dei migranti, destinata a diventare uno dei punti più controversi dell’intero provvedimento.

La norma controversa

Il decreto introduce infatti un contributo economico di 615 euro per gli avvocati che seguono pratiche di rimpatrio volontario, somma che verrebbe erogata solo nel caso in cui il migrante rientri effettivamente nel proprio Paese d’origine. Le risorse risultano già stanziate: 246mila euro per il 2026 e 492mila euro annui sia per il 2027 sia per il 2028. La norma prevede inoltre un coinvolgimento diretto del Consiglio nazionale forense nei programmi del Viminale.

Tuttavia, proprio l’organo di rappresentanza dell’avvocatura ha preso le distanze, dichiarando di non essere mai stato informato, né prima né durante l’iter parlamentare, e neppure dopo l’approvazione. Da qui la richiesta formale al Parlamento di eliminare ogni riferimento al proprio coinvolgimento, ritenuto estraneo alle competenze istituzionali e un’ingerenza nelle attività dell’organo di categoria.

Le critiche dell’opposizione

Intanto il decreto sicurezza corre verso la scadenza del 25 aprile, termine entro il quale dovrà essere convertito in legge per evitare la decadenza. Il governo punta a chiudere rapidamente, anche ricorrendo alla fiducia, dopo le modifiche approvate al Senato tra tensioni interne alla maggioranza. Alla Camera si preannuncia però una battaglia serrata: le opposizioni hanno presentato oltre 1.200 emendamenti, contestando l’intero impianto del testo, definito una «legge liberticida», soprattutto per le restrizioni ai cortei e le maggiori tutele riconosciute alle forze dell’ordine.

L’attacco delle opposizioni si concentra ora anche sulla norma sui rimpatri. Debora Serracchiani, del Partito Democratico, ha denunciato la misura definendola un incentivo economico agli avvocati per favorire la «remigrazione» dei loro assistiti. Riccardo Magi, esponente di +Europa, ha giudicato la norma «incostituzionale», paragonandola alla controversa agenzia anti-immigrazione americana Ice e annunciando di aver scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere un incontro urgente su un decreto che, a suo dire, «incide su diritti fondamentali». Sulla stessa linea il Movimento 5 stelle, con Valentina D’Orso, che denuncia il rischio di un conflitto di interessi economico per i legali, con possibili ricadute negative sia per i migranti sia per l’immagine dell’avvocatura.

Il provvedimento, varato il 24 febbraio scorso, è stato fin dall’inizio al centro di un duro scontro politico. Tra le misure più discusse figurano il fermo preventivo fino a 12 ore per soggetti ritenuti pericolosi in vista di manifestazioni, la stretta sul possesso di coltelli e le nuove norme sui rimpatri. Prevista inoltre la possibilità di introdurre forme di blocco navale, seppur diverse rispetto a quelle ipotizzate durante la campagna elettorale del 2022. Un insieme di disposizioni che continua a dividere profondamente politica e opinione pubblica, mentre il Parlamento si prepara all’ultimo, decisivo passaggio.

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