31 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

31 Lug, 2026

Patriot, gli Usa corrono ai ripari e aumentano la produzione

Dopo il consumo record di intercettori e missili nei recenti conflitti, gli Usa avviano un maxi piano di riarmo industriale per aumentare la produzione di Patriot


La capacità di una forza armate di combattere un conflitto dipende non in minima parte dall’ampiezza e dalla profondità dei propri depositi di munizioni. E tutti gli attuali conflitti, dall’Ucraina all’Iran, hanno dimostrato che anche le più grandi potenze del mondo possono arrivare al punto da dover contare ogni singolo missile e intercettore lanciato per paura di ritrovarsi troppo presto senza colpi. Nessuna più degli Stati Uniti, però, che dopo mesi di conflitto intermittente in Iran si sono resi conto di non avere le capacità industriali per sostenere il pesantissimo attrito sui sistemi più avanzati richiesto dalle guerre moderne.

Il settore più colpito è stato quello degli intercettori, già intaccato dalle forniture continue inviate in supporto di Kiev nella sua guerra contro la Russia. Per questo, lo Us Army ha siglato ieri un accordo con la Lockheed Martin, dal valore di quasi 60 miliardi di dollari (58,6 per la precisione), per aumentare la capacità produttiva dei missili impiegabili dal sistema Patriot. Uno dei cardini della difesa anti-missile di Washington. L’accordo firmato dai militari con Lockheed converte un precedente contratto annuale del valore di 4,7 miliardi di dollari, stipulato ad aprile, in un accordo preliminare di sette anni.

Un piano produttivo fino al 2032

Creando quello che è a tutti gli effetti un imponente piano di approvvigionamento pluriennale per gli intercettori. Piano che vedrà l’azienda impegnata nella produzione dal 2026 al 2032. L’accordo prevede l’aumento della produzione degli intercettori PAC-3 MSE, pesantemente consumati durante la guerra in Iran. Di cui la Lockheed stima di poter arrivare a produrne fino a 2000 unità all’anno grazie all’ampliamento delle linee produttive. Per avere un paragone, l’anno scorso l’azienda riuscì a consegnarne circa 600 unità.

Si tratta, in sostanza, di un aumento che andrebbe a più che triplicare la capacità produttiva degli intercettori in America. Sebbene le stime della stessa Lockheed dicano che serviranno almeno quattro anni prima di riuscire a consegnare annualmente tutti quei missili.

Depositi sotto pressione

Ci vorrà molto tempo, dunque, ma la manovra delle forze armate è comunque un segnale che negli States il problema degli approvvigionamenti è preso molto seriamente. Del resto, stando alle stime del Csis, con meno di 1000 PAC-3 rimasti nei depositi a stelle e strisce la cosa non poteva andare altrimenti. Al ritmo di consumo rilevato durante i recenti conflitti, solo poche centinaia di unità all’anno non sarebbero mai sufficienti a gestire neanche piccoli conflitti regionali. Figurarsi preparare i depositi per un possibile scontro diretto contro un grande avversario come potrebbe essere la Cina o anche la Corea del Nord.

Per questo, già a fine gennaio scorso, gli Usa hanno firmato un primo accordo con la Lockheed per incrementare la produzione di un altro perno fondamentale della difesa aerea statunitense: il sistema Thaad. Nei piani, la Lockheed dovrà tentare di portare la produzione di questi intercettori da difesa terminale ad alta quota dalle attuali 96 unità annue a circa 400. In un lasso di tempo non dissimile da quello previsto per i PAC-3.

Il problema, per gli Stati Uniti, è però tentare di ampliare la produzione non solo degli intercettori, ma anche di tutti gli altri sistemi d’arma fondamentali per poter svolgere operazioni di guerra ad alta intensità. Come, per esempio, i missili d’attacco Tomahawk, anch’essi pesantemente consumati durante il conflitto con Teheran. In tal senso, qualche tempo fa Washington ha stipulato un accordo quadro simile a quello con Lockheed con la società madre di Raytheon, RTX. Aprendo nuove prospettive per incrementare la produzione di Tomahawk dagli attuali circa 60 all’anno per fino a raggiungere, in futuro, le 1.000 unità all’anno.

Un cambio di paradigma strategico

Un progetto anche in questo caso costato miliardi agli Stati Uniti e che richiederà anni prima di veder entrare a regime i previsti ritmi produttivi. Ciò che risulta più rilevante in tutta questa vicenda, comunque, è il cambio di paradigma strategico imposto dalle recenti guerre agli Stati Uniti. Più che un semplice programma di acquisti, infatti, quello avviato dal Pentagono rappresenta un ritorno a una concezione della guerra che sembrava appartenere al passato.

Per oltre trent’anni Washington ha potuto contare sulla superiorità tecnologica e sulla convinzione che eventuali conflitti sarebbero stati relativamente brevi. Le guerre degli ultimi anni hanno invece riportato al centro una realtà che sembrava appartenere al Novecento. Nei conflitti ad alta intensità non conta soltanto la qualità delle armi, ma anche la capacità dell’industria di sostituirle con rapidità e continuità.

Per gli Stati Uniti, oggi, la vera sfida non è progettare il prossimo missile, ma essere in grado di produrne abbastanza da sostenere una lunga guerra di logoramento. I contratti pluriennali firmati dal Pentagono sono il primo passo in questa direzione. In America devono solo sperare che la prossima grande crisi non arrivi troppo presto, perché in quel caso il tempo guadagnato sulla carta potrebbe non bastare.

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