I servizi di Putin accusano il fondatore di Telegram Pavel Durov di favorire le azioni degli 007 di Kiev sulla sua piattaforma, agevolando terrorismo e sabotaggi
Per anni Vladimir Putin ha provato a piegare Pavel Durov. Non ci è riuscito con le pressioni. Non ci è riuscito con i tribunali. Non ci è riuscito neppure con il blocco di Telegram. Ora il Cremlino tenta la mossa più dura: trasformare il fondatore della piattaforma in un ricercato internazionale. È l’ultimo capitolo di una battaglia iniziata oltre dieci anni fa e diventata oggi il simbolo della nuova guerra per il controllo delle infrastrutture digitali.
L’accusa arriva direttamente dall’Fsb, il servizio di sicurezza russo erede del Kgb. Secondo gli investigatori di Mosca, l’amministrazione di Telegram avrebbe consentito l’utilizzo della piattaforma da parte dei servizi segreti ucraini e di organizzazioni definite terroristiche ed estremiste per preparare sabotaggi, attentati, omicidi e frodi informatiche in territorio russo.
L’accusa dell’Fsb contro Telegram
Contestazioni pesantissime, che arrivano dalle autorità russe e che non sono state verificate in modo indipendente, ma che hanno un valore politico enorme. Per il Cremlino, Telegram non è più soltanto una piattaforma difficile da controllare: sarebbe diventata uno strumento attraverso cui il nemico può colpire direttamente la Russia. Al centro dell’inchiesta c’è anche il bot di incontri “Leonardo Dayvinchik”, secondo la ricostruzione dell’Fsb, l’intelligence ucraina lo avrebbe utilizzato per creare falsi profili femminili, avvicinare giovani cittadini russi e coinvolgerli in azioni di sabotaggio.
Secondo i servizi russi, sarebbero 46 le persone arrestate in sedici regioni della Federazione, con un’età compresa tra i 12 e i 22 anni. Una ricostruzione che si inserisce nella guerra d’informazione tra Mosca e Kiev e che non può essere confermata autonomamente. Ma il messaggio del Cremlino è chiaro: chi controlla una grande piattaforma digitale può essere considerato parte dello scontro geopolitico.
Il cambio di posizione di Mosca su Pavel Durov
Il paradosso è evidente. Fino a pochi mesi fa Mosca difendeva Durov quando era finito sotto pressione in Francia. Dopo l’arresto nell’agosto 2024 all’aeroporto di Le Bourget, il Cremlino aveva accusato Parigi di un trattamento selettivo nei confronti del fondatore di Telegram. Il portavoce Dmitrij Peskov aveva osservato che anche i terroristi utilizzano le automobili, chiedendosi provocatoriamente perché allora non venissero arrestati i vertici delle case automobilistiche.
Oggi la posizione russa è completamente cambiata. Lo stesso uomo che Mosca considerava vittima delle pressioni occidentali viene accusato di avere favorito il terrorismo e trasformato Telegram in un canale operativo per il nemico. La vicenda francese resta comunque aperta. La magistratura di Parigi contesta a Durov una presunta collaborazione insufficiente della piattaforma nel contrasto ad attività criminali come traffico di droga, frodi e diffusione di materiale illegale.
Dopo mesi di restrizioni giudiziarie, il fondatore di Telegram ha potuto lasciare la Francia e tornare a Dubai, dove vive, ma il procedimento non è concluso. Due indagini diverse, due sistemi giudiziari diversi, due accuse quasi opposte. Ma entrambe raccontano la stessa realtà: Telegram è diventata un’infrastruttura con un peso geopolitico enorme.
Pavel Durov e il prezzo dell’indipendenza
Pavel Durov conosce da tempo il prezzo dell’indipendenza. Nato a Leningrado nel 1984, aveva costruito il suo primo impero digitale con Vkontakte, il più grande social network russo. Nel 2014 lasciò il Paese dopo avere denunciato pressioni delle autorità per ottenere dati degli utenti e limitare comunità considerate scomode dal potere. Da quell’esilio nacque Telegram, una piattaforma fondata sull’idea della riservatezza delle comunicazioni e della distanza dai governi.
Proprio questo principio lo ha portato più volte allo scontro con le autorità russe. Nel 2018 Mosca tentò di bloccare Telegram dopo il rifiuto della società di fornire strumenti di accesso alle comunicazioni cifrate degli utenti. Il tentativo fallì. L’applicazione continuò a funzionare e, nel tempo, divenne perfino uno strumento utilizzato dallo stesso apparato statale russo.
Oggi Telegram è presente ovunque: nei canali ufficiali dei ministeri, nelle comunicazioni dei governatori, nei gruppi dei blogger militari filo-Cremlino, nelle reti degli attivisti e nelle conversazioni dei soldati al fronte. Sulla piattaforma viaggiano immagini dalla guerra, informazioni operative, propaganda, analisi indipendenti e campagne di raccolta fondi.
La piattaforma digitale diventata campo di battaglia
È proprio questa centralità ad avere trasformato Telegram in un campo di battaglia. Dopo l’invasione dell’Ucraina, Mosca ha aumentato il controllo sulla rete, limitando numerosi servizi occidentali e promuovendo piattaforme nazionali considerate più vicine alle esigenze dello Stato.
In questo scenario Telegram rappresenta ancora un’eccezione: una grande infrastruttura digitale utilizzata quotidianamente in Russia ma non completamente governata dal Cremlino. Per questo l’iniziativa contro Durov va oltre il semplice procedimento giudiziario. È un messaggio politico: in tempo di guerra anche chi gestisce una piattaforma di comunicazione può diventare un obiettivo strategico.
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È la nuova frontiera del potere. Per oltre un secolo gli Stati hanno combattuto per controllare giornali, radio e televisioni. Oggi lo scontro passa attraverso server, algoritmi e applicazioni. Chi governa i flussi di informazione non possiede soltanto una società tecnologica: controlla una leva geopolitica.
Pavel Durov è diventato il simbolo di una nuova epoca, quella in cui chi costruisce una piattaforma digitale può trovarsi al centro dello scontro tra Stati, perché controllare i messaggi significa controllare una parte del potere globale. È il punto in cui si incrociano tecnologia, guerra e politica.































