Gli Stati Uniti preparano con il Regno Unito una coalizione internazionale per difendere la navigazione nello Stretto di Hormuz. Teheran nega di aver chiesto nuovi colloqui. Netanyahu vola alla Casa Bianca per convincere Trump a riprendere gli attacchi
Trump torna a puntare sulla diplomazia dopo due settimane di bombardamenti contro l’Iran, ma questa volta parte da una posizione più difficile. Il presidente americano sostiene che Teheran abbia chiesto di riaprire i colloqui, mentre la Repubblica islamica smentisce e continua a rifiutare negoziati diretti con Washington. Sullo sfondo resta lo stesso nodo che aveva fatto ripartire la guerra: la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.
«C’è una buona possibilità» di arrivare a un’intesa, ha detto Trump ai giornalisti a bordo dell’Air Force One.
Ma il governo iraniano racconta una storia diversa. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ha negato che Teheran abbia chiesto una pausa nei bombardamenti in cambio di nuovi colloqui e ha ribadito che ogni contatto con gli Stati Uniti continuerà ad avvenire esclusivamente attraverso mediatori.
Lo stallo dopo due settimane di guerra
La nuova apertura diplomatica arriva dopo una campagna militare che non ha raggiunto gli obiettivi fissati dalla Casa Bianca.
Gli Stati Uniti avevano ripreso i bombardamenti dopo il fallimento del cessate il fuoco del 17 giugno, accusando l’Iran di ostacolare il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz. Teheran, infatti, aveva interpretato l’accordo come un riconoscimento del proprio controllo sul passaggio marittimo, imponendo alle navi rotte vicine alle coste iraniane e attaccando alcune petroliere che avevano scelto percorsi alternativi.
Nel giro di pochi giorni gran parte del traffico attraverso lo stretto si è fermata e il prezzo del petrolio è tornato oltre i 100 dollari al barile. Neppure la ripresa dei raid americani è riuscita però a fermare gli attacchi contro le navi commerciali.
Lunedì il Pentagono ha confermato che l’Iran continua a molestare le imbarcazioni in transito, mentre l’Arabia Saudita ha annunciato di aver intercettato diversi droni lanciati da milizie irachene sostenute da Teheran.
Trump frena sull’escalation
Nei giorni scorsi Trump aveva minacciato un deciso salto di qualità nella campagna militare, ipotizzando attacchi contro ponti, centrali elettriche e perfino il sito sotterraneo di Pickaxe Mountain, ritenuto uno dei luoghi in cui l’Iran potrebbe ricostruire il proprio programma nucleare. Alla fine ha rinunciato.
Secondo il New York Times, alcuni alti funzionari americani hanno avvertito il presidente che gli Stati Uniti stavano consumando rapidamente gli intercettori antimissile e altre munizioni strategiche. Trump ha smentito pubblicamente qualsiasi problema di scorte. «Abbiamo moltissime munizioni», ha detto.
«Anche se, a dire il vero, mi piacerebbe averne ancora di più. Molte sono state date all’Ucraina».
Netanyahu spinge per continuare la guerra
Martedì Trump riceverà alla Casa Bianca anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo diversi analisti, il leader israeliano proverà a convincere il presidente americano a riprendere la campagna militare contro l’Iran.
Michael Makovsky, presidente del Jewish Institute for National Security of America, ritiene che quattro mesi di diplomazia non abbiano prodotto risultati e auspica un ritorno all’azione militare. «L’alternanza continua tra guerra e negoziati ci fa apparire deboli e indecisi», sostiene.
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Ma Trump deve fare i conti anche con un altro problema: ogni nuova escalation spinge verso l’alto il prezzo dell’energia e della benzina, con conseguenze politiche pesanti negli Stati Uniti a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato.
I repubblicani chiedono di chiudere il conflitto
Anche all’interno del Partito repubblicano cresce l’impazienza. «Dobbiamo chiuderla», ha detto nei giorni scorsi lo speaker della Camera Mike Johnson, dando voce alle preoccupazioni di molti parlamentari per l’impatto economico della guerra.
Secondo Dana Stroul, già responsabile del Pentagono per il Medio Oriente durante l’amministrazione Biden, Teheran è convinta che il tempo giochi a suo favore. «Gli iraniani sanno che i tempi politici di Trump sono molto più brevi dei loro», osserva.
Londra prepara una coalizione per Hormuz
Consapevole dei limiti dell’azione americana, Washington sta ora cercando il sostegno degli alleati. Stati Uniti e Regno Unito stanno organizzando a Londra una riunione ad alto livello per discutere la creazione di una coalizione internazionale incaricata di proteggere la navigazione nello Stretto di Hormuz. L’obiettivo è garantire la sicurezza delle rotte commerciali senza dover ricorrere a una nuova escalation militare. Per Trump rappresenta anche un cambio di strategia.
Dopo aver tentato di gestire da solo il confronto con Teheran, la Casa Bianca sembra riconoscere che la libertà di navigazione nel Golfo Persico difficilmente potrà essere garantita senza il coinvolgimento degli alleati occidentali.
Il programma della Casa Bianca
- 9:30 (Washington) – incontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale.
- 11:00 – incontro tra Trump e Benjamin Netanyahu.
- 14:00 – Trump, Zelensky e Netanyahu partecipano al funerale del senatore Lindsey Graham alla National Cathedral.






























