Le perquisizioni del Ros e l’inchiesta su Maticmind riaprono interrogativi sull’operazione con cui Accenture ha acquisito Fibermind nel 2024. La procura indaga su margini gonfiati e possibile truffa
Mentre le fiamme dell’inchiesta ‘Squadra Fiore’ avvolgevano i vertici di Maticmind, con le perquisizioni del Ros che hanno scosso il mondo della cybersecurity e dei servizi di intelligence, un interrogativo è iniziato a circolare nei corridoi di Via Privata Nino Bonnet a Milano. Quartier generale di Accenture Italia. Quanto è solido l’asset Fibermind, acquisito meno di due anni fa dal gruppo guidato da Carmine Saladino?
L’operazione Accenture-Fibermind
A metà del 2024, nel pieno della corsa ai fondi PNRR per la digitalizzazione e le infrastrutture di rete, Accenture annunciava con una certa enfasi l’acquisizione di Fibermind.
L’operazione era strategica. Integrare competenze d’eccellenza nel campo della progettazione di reti in fibra ottica per consolidare il ruolo di partner privilegiato dello Stato e dei grandi operatori come Open Fiber.
Tuttavia, il tempismo della cessione da parte di Maticmind – avvenuta poco prima che le nubi giudiziarie si addensassero sul gruppo di Saladino – solleva dubbi sulla reale ‘confezione’ dei risultati economici che hanno determinato il prezzo di vendita.
Il nodo dell’EBITDA
In questo contesto si inserisce il nodo dell’EBITDA. L’inchiesta giornalistica del quotidiano Il Domani ha riacceso i riflettori su quello che alcuni osservatori definiscono il ‘metodo Maticmind’. Una gestione aggressiva dei contratti pubblici e della filiera dei costi, volta a massimizzare la marginalità operativa. Il sospetto, che ora agita i sonni dei risk manager di Accenture, è semplice quanto inquietante. Fibermind è stata venduta sulla base di un EBITDA reale o ‘ottimizzato’ attraverso forzature contabili sui costi di produzione?
In un’operazione di M&A (merger and acquisition), il prezzo viene solitamente calcolato come multiplo dell’EBITDA. Se i margini di Fibermind fossero stati gonfiati nascondendo passività o comprimendo artificiosamente i costi operativi nei mesi precedenti al closing, Accenture potrebbe aver pagato un valore di gran lunga superiore al reale valore intrinseco della società.
Le preoccupazioni dentro Accenture
Fonti vicine all’ambiente dei consulenti legali milanesi riferirebbero di un crescente nervosismo interno alla multinazionale americana. Accenture, che fa della compliance e dell’etica aziendale un pilastro della propria reputazione globale, si trova ora a gestire un asset la cui genesi economica è legata a doppio filo a un venditore sotto la lente della Procura di Roma per truffa ai danni dello Stato e peculato.
Il timore, sussurrato a denti stretti tra i dirigenti della service line coinvolta, è che Fibermind possa rivelarsi un ‘cavallo di Troia’ reputazionale. E se le verifiche post-acquisizione dovessero confermare discrepanze tra la redditività dichiarata in fase di due diligence e i costi reali necessari per gestire le commesse PNRR, Accenture si troverebbe nel ruolo di vittima di un errore di valutazione milionario. O peggio, di erede di un modello gestionale oggi giudicato ‘tossico’ dagli inquirenti.
L’ombra lunga dell’inchiesta
Mentre il Gruppo Accenture procede con il rebranding e l’integrazione operativa, l’ombra di Carmine Saladino resta lunga. Ora il mercato inizia a chiedersi se Accenture abbia comprato una eccellenza tecnologica oppure abbia ereditato una mina anti-uomo contabile. La risposta potrebbe arrivare non dai bilanci, ma dalle prossime mosse della magistratura romana, impegnata a scoperchiare il sistema di appalti che ha alimentato per anni il fatturato del colosso Maticmind.


















