Le nuove tariffe sostituiscono il dazio globale temporaneo del 10% e si applicano a gran parte delle merci importate negli Stati Uniti da oltre 80 Paesi. La Casa Bianca le giustifica con la lotta al lavoro forzato. Ma servono a ripristinare i dazi annullati dalla Corte Suprema.
Sono entrati in vigore negli Stati Uniti i nuovi dazi compresi tra il 10 e il 12,5 per cento sulle merci provenienti da oltre 80 Paesi.
L’amministrazione Trump li presenta come uno strumento contro il lavoro forzato. Ma si tratta soprattutto del tentativo di ricostruire con una nuova base giuridica il sistema tariffario globale demolito dalla Corte Suprema.
Le tariffe sono scattate alle 00,01 di venerdì 24 luglio. Nello stesso momento in cui sono decaduti i dazi temporanei del 10 per cento introdotti dopo la bocciatura giudiziaria delle misure precedenti. Si applicano alla quasi totalità delle merci importate negli Stati Uniti, con alcune eccezioni per petrolio, gas, fertilizzanti e prodotti già sottoposti a tariffe legate alla sicurezza nazionale.
La nuova base legale
La Casa Bianca questa volta ha fatto ricorso alla Sezione 301 del Trade Act del 1974, che consente al presidente di imporre tariffe contro Paesi accusati di adottare pratiche commerciali irragionevoli o discriminatorie.
Secondo l’amministrazione, molti partner degli Stati Uniti non avrebbero approvato o applicato in modo efficace leggi capaci di vietare l’importazione di prodotti realizzati attraverso il lavoro forzato. Mancanza che, nella ricostruzione americana, penalizzerebbe le imprese statunitensi soggette a regole più severe.
Ai Paesi che dispongono di norme contro il lavoro forzato è stato applicato un dazio del 10 per cento. Per quelli senza una legislazione adeguata, l’aliquota sale al 12,5 per cento.
Nell’indagine dell’Ufficio del rappresentante per il Commercio figurano, tra gli altri, l’Unione europea, il Regno Unito, il Canada, il Giappone, la Corea del Sud, l’India, la Cina e il Brasile.
Nel mirino anche l’Unione europea e il Canada
Il Canada, sottoposto a un dazio del 10 per cento, vieta già le importazioni di merci prodotte attraverso il lavoro forzato. Anche l’Unione europea ha approvato un divieto, che entrerà pienamente in vigore nel dicembre del 2027.
Secondo i funzionari dell’amministrazione Trump, però le norme esistenti non sarebbero applicate con sufficiente efficacia.
L’India, inizialmente destinata a subire una tariffa del 12,5 per cento, ha ottenuto la riduzione al 10 per cento. Questo dopo aver approvato una legge contro il lavoro forzato. Washington ha lasciato intendere che altri Paesi potrebbero beneficiare dello stesso trattamento qualora rafforzassero le proprie regole.
Le esenzioni
I nuovi dazi non si applicheranno al petrolio e al gas, ad alcune risorse naturali e ai fertilizzanti. Oltre che a numerosi beni che gli Stati Uniti non producono in quantità sufficienti.
Restano esclusi anche i prodotti coperti dall’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada e quelli già sottoposti alle tariffe sulla sicurezza nazionale introdotte da Trump, tra cui automobili, acciaio, alluminio e componenti industriali.
L’accusa: «Il lavoro forzato è un pretesto»
Per molti la lotta al lavoro forzato rappresenta soprattutto il nuovo appiglio legale scelto dalla Casa Bianca per ripristinare i dazi globali già annullati dai tribunali.
Peter Harrell, docente ospite alla Georgetown University ed ex funzionario dell’amministrazione Biden, intervistato dal Nyt punta sulla differenza minima tra le tariffe applicate a Canada e Unione europea e quelle imposte alla Cina. «Non si tratta realmente di lavoro forzato».
La Sezione 301, aggiunge, era stata concepita per esercitare pressioni su singoli Paesi affinché correggessero pratiche scorrette. Non per imporre dazi permanenti sulla quasi totalità delle importazioni.
Il senatore democratico Ron Wyden accusa Trump di voler ricostruire le sue tariffe illegali «sotto la copertura della lotta al lavoro forzato». Sostenendo che gli Stati Uniti dovrebbero innanzitutto esaminare le carenze del proprio sistema di controlli.
La battaglia con i tribunali
La strategia tariffaria di Trump ha già subito diversi stop giudiziari. Nel febbraio scorso la Corte Suprema ha dichiarato illegittimo il ricorso a una legge sulle emergenze internazionali utilizzata dal presidente per imporre i dazi del cosiddetto «Liberation Day» e quelli contro Canada, Messico e Cina legati al traffico di fentanyl.
La Corte ha inoltre ordinato la restituzione di circa 160 miliardi di dollari incassati attraverso quelle misure.
Dopo la sentenza, Trump ha fatto ricorso alla Sezione 122 del Trade Act, una norma mai utilizzata in precedenza per imporre tariffe e valida per un massimo di 150 giorni. Anche quella scelta è stata contestata da un gruppo di piccole imprese e da una coalizione di Stati.
A maggio, la maggioranza dei giudici di un tribunale federale per il commercio gli ha dato ragione. L’amministrazione ha fatto appello e nel frattempo ha continuato a incassare il dazio del 10 per cento.
Una strategia che non cambia
La Sezione 301 è considerata una base legale più solida. Trump l’aveva già utilizzata durante il suo primo mandato per introdurre tariffe contro la Cina, superando diversi ricorsi giudiziari. Non era però mai stata applicata contemporaneamente a decine di Paesi e a una quota così ampia delle importazioni statunitensi.
All’inizio della settimana, il presidente ha inoltre rispolverato una disposizione del Tariff Act del 1930, noto come legge Smoot-Hawley, per imporre dazi del 50 per cento su miliardi di dollari di esportazioni canadesi. La norma, approvata all’inizio della Grande depressione, non era mai stata utilizzata in questo modo.
Il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer ha chiarito davanti al Congresso che la Casa Bianca intende proseguire comunque nella sua politica protezionistica.
«Le specifiche autorità utilizzate da questa amministrazione sono cambiate, ma la strategia commerciale no», ha detto. L’obiettivo, ha aggiunto, resta quello di sostenere la reindustrializzazione degli Stati Uniti, proteggere i lavoratori americani e ridurre il deficit commerciale.






























