Trump prepara una nuova ondata di dazi dopo la bocciatura della Corte Suprema e nel mirino ha almeno 60 Paesi
L’ennesimo capitolo della guerra commerciale americana prende forma dopo la bocciatura della Corte Suprema che aveva congelato la precedente strategia sui dazi. L’attenzione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, resta però concentrata sulla politica tariffaria e la Casa Bianca prepara una nuova offensiva che coinvolgerebbe 60 Paesi accusati di pratiche legate al lavoro forzato.
L’amministrazione punta su una nuova base giuridica per superare i limiti imposti dai giudici e riaprire il fronte commerciale. Nel mirino finiscono anche l’Unione europea, la Cina e numerosi altri partner economici degli Stati Uniti, mentre torna alta la tensione con il Canada.
È ormai un tormentone. La bocciatura della Corte Suprema ha solo congelato la questione dazi. Un tema su cui l’attenzione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, resta sempre alta. E così puntuale è arrivata una nuova minaccia. Ad aprire i giochi l’avvertimento al Canada due giorni fa, legato agli incendi che stanno devastando il Paese. Spiegazione ritrattata ieri quando però è arrivato dalla Casa Bianca un nuovo annuncio. Dazi per 60 Paesi. A confermarlo il rappresentante commerciale Usa, Jamieson Greer, che ha parlato di tariffe che «spaziano dal 10% al 12,5% contro 60 paesi accusati di pratiche associate al lavoro forzato». Una misura che copre il 99% del commercio statunitense.
Lavoro forzato, la nuova giustificazione di Washington
Questa volta la giustificazione della nuova operazione, secondo quanto ha spiegato Greer, sarebbe nella carenza o nel mancato rispetto di leggi contro il lavoro forzato. Nel mirino anche l’Unione europea. «La Ue – ha spiegato il rappresentante commerciale – dirà che ha una legge contro il lavoro forzato». Che però non entra in vigore per un altro anno e mezzo. La nuova ondata di dazi Trump contro 60 Paesi arriva dopo una serie di indagini svolte dall’amministrazione su minerali critici e aeronautica. I funzionari avrebbero però suggerito al Tycoon di avviare trattative, ma senza imporre dazi.
La nuova ondata che colpisce l’Unione europea, la Cina, Singapore, la Svizzera, la Norvegia, l’Indonesia, la Malesia, la Cambogia, la Thailandia, la Corea del Sud, il Vietnam, Taiwan, il Bangladesh, il Messico, il Giappone e l’India arriva dopo una serie di indagini svolte dall’amministrazione su minerali critici e aeronautica. L’Unione europea entra così nel mirino della Casa Bianca, insieme a grandi economie asiatiche e ad altri importanti partner commerciali degli Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato dall’amministrazione è intervenire contro pratiche considerate scorrette.
Trump cerca una nuova strada per superare lo stop della Corte
Tra l’altro la nuova guerra commerciale si riaccende proprio in concomitanza della nuova pesante offensiva scatenata nei confronti dell’Iran. Il presidente sembra comunque determinato a riaprire le ostilità commerciali nel momento in cui stanno per scadere le tariffe al 10% scattate dopo che la Corte Suprema nel febbraio scorso le aveva bocciate. E ora ci riprova alla luce dei risultati di un’indagine sulle pratiche di lavoro forzato condotta sulla base del Trade Act del 1974 che consentirebbe al presidente americano di superare quei “poteri di emergenza” che erano stati messi in discussione dalla Corte. Aggirato l’ostacolo si dovrebbe ripartire con il 10% già in vigore.
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Anche se da Washington avvertono che sono in corso ulteriori indagini che potrebbero consentire all’amministrazione di applicare dazi più elevati. Un’altra indagine riguarda l’eccesso di capacità produttiva che mette sotto tiro Ue, Cina, Singapore, Svizzera, Norvegia, Indonesia, Malesia, Cambogia, Thailandia, Corea del Sud, Vietnam, Taiwan, Bangladesh, Messico, Giappone e India. La strategia della Casa Bianca resta quindi quella di mantenere alta la pressione commerciale, aprendo nuovi fronti di confronto con diversi partner internazionali.
Nuove tensioni con il Canada sugli incendi e sui prodotti colpiti
Sempre ieri Trump ha ribadito dazi al 50% per molti prodotti canadesi dal vino al cemento, anche se ha aggiustato il tiro sostenendo che la “tassa” non è legata agli incendi e al fumo che dal Canada sarebbe arrivato in alcune città americane della costa est. Ma ha comunque criticato il Paese per come sta gestendo gli incendi. Il primo ministro canadese Mark Carney si è dichiarato pronto a discutere con Washington anche se ha dichiarato che «si tratta dell’ultima di una serie di iniziative commerciali unilaterali avviate dagli Stati Uniti con l’imposizione di una serie di dazi doganali in diretta violazione dell’Accordo Canada-Stati Uniti-Messico». Ieri c’è stato un colloquio tra Carney e Trump «abbiamo deciso – ha reso noto il primo ministro canadese – di intensificare le discussioni nelle prossime settimane».
































