Dalle guerre in Ucraina e Medio Oriente alla corsa globale sull’intelligenza artificiale, il Palazzo di Vetro appare sempre più fragile. In un mondo dominato dai rapporti di forza, per l’Europa diventa urgente rafforzarsi
Era inevitabile che arrivasse il buio giorno in cui, di fronte al mondo, si sarebbe dissolta la più luminosa speranza del 1945. L’idea di allora era un’organizzazione delle nazioni che diventa nazione unica dei diritti e della composizione pacifica dei conflitti. Ieri l’Onu ha certificato di essere diventata un gigante immobile.
E ciò sia sulle guerre vere – Iran, Palestina, Ucraina – sia sulla guerra inventata dell’intelligenza artificiale.
Il nulla di fatto finale era già nelle premesse: Assemblea generale e Consiglio di sicurezza si proponevano, negli stessi giorni, di governare ciò che non riescono da anni a fermare, cioè le guerre che insanguinano l’Europa dell’est e il Medio Oriente, e di fermare ciò che non riescono da anni a governare, cioè lo sviluppo tumultuoso dell’IA.
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Il mondo che non sa fermare droni e bombe, si fissa nel prefigurare che un algoritmo, un giorno, sfugga al controllo umano. Missione impossibile.
L’Onu, uno sterile megafono
L’Onu si rivela uno sterile megafono con cui ognuno espone ad altissima voce i torti subìti per mano di altri. Lo fece di recente Netanyahu, lo ha fatto ieri il presidente iraniano, che si è presentato pure come un campione dei diritti umani mentre guida un Paese-lager per le donne e gli oppositori.
E riguardo all’IA, l’Onu non può che registrare il flop di ogni accenno di governance globale dei sistemi. Del resto, come pensare che la Cina stia dietro alle big tech americane, che dopo aver per anni ignorato ogni limite pur di crescere e sfidarsi, oggi chiedono limiti per tutti?
È sempre più evidente che Amodei, Altman e Musk fingono di parlarsi fra loro ma guardano soprattutto ai loro concorrenti cinesi, che galoppano sulle ali del training a basso costo dei modelli, dell’open source, della robotica, dello sviluppo dei microchip fatti in casa.
Le guerre vere e le diplomazie parallele
Ma se la guerra inventata è oggi imprigionata nei veti e nei sospetti, non stanno certo meglio le guerre vere. Le uniche speranze restano affidate alle diplomazie parallele: Zelensky-Trump da una parte, i contatti indiretti Usa-Iran dall’altra, senza che peraltro emergano per ora soluzioni praticabili.
E lo stesso accade a Gaza e a Beirut, dove Israele sembra ormai avvitata nella spirale impossibile di una lotta al terrorismo permanente, che si salda con il fuoco iraniano e quindi contagia e destabilizza tutto il pianeta.
Il ritorno dei rapporti di forza
Dove sono finite le regole minime del diritto internazionale, o meglio dov’è finita la politica che le rendeva sufficientemente forti e rispettate? Il punto è che il Palazzo di Vetro scopre nello stesso giorno che non esistono più la guerra fredda e neppure il mondo unipolare che illuse americani e occidentali dopo il 1989.
Quindi, la geopolitica del XXI secolo funziona allo stesso modo con i missili e con gli algoritmi: nessuna potenza consegna a un arbitro mondiale il vantaggio che crede di avere conquistato.
Donald Trump, con la sua farsesca e fallita trovata del Board per Gaza, in cui si entrava su invito e pagando un miliardo di dollari, aveva già chiarito qual era il nuovo paradigma delle decisioni mondiali, cioè i soli rapporti di forza.
L’Europa prima che sia troppo tardi
Oggi, in attesa di un’alba del diritto in cui una nuova Onu venga riconosciuta come organo davvero sovranazionale, il crack di questi giorni dovrebbe far riflettere soprattutto gli europei. Usa, Russia e Cina duellano su tutto ma concordano nel volere l’Europa ridotta a sola espressione geografica.
Per questo, è urgentissimo cambiare marcia, uscire dal vincolo del voto unanime, concertare politiche industriali, difesa, energia, tecnologie. Prima che sia troppo tardi. Prima che Bruxelles diventi anch’essa un vuoto palco da cui proclamare una qualche inutile superiorità morale.





























