23 Set, 2026

Quando il corpo sostituisce la politica

La gonna al posto del programma, la faccia al posto dell’argomento, l’indignazione al posto del conflitto. Quando il corpo diventa più efficace delle idee, la politica può parlare incessantemente senza dire nulla che debba essere ricordato


Cominciamo dalla gonna. Non perché sia importante, ma precisamente perché non lo è. E tuttavia, nella politica italiana contemporanea, una cosa tanto poco importante può diventare decisiva.

Antonio Tajani parla della lunghezza delle gonne, Vannacci preferisce le donne senza, De Luca attacca Bonelli attraverso la sua faccia, Berlusconi aveva trasformato Rosy Bindi in una questione di bellezza, mentre la statura di Brunetta è stata per anni utilizzata come argomento politico. Non è semplicemente una collezione di cattive battute: è il momento in cui il corpo dell’avversario funziona come sostituto della politica.

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Immaginiamo un politico che dica: «Non sono d’accordo con Bonelli perché ha quella faccia». La frase è assurda, ma proprio per questo è perfetta. Non richiede statistiche o programmi: la faccia è lì, evidente, e l’evidenza non deve essere argomentata. Quanto più la politica dovrebbe essere razionale e fondata sui dati, tanto più ritorna alla forma elementare del giudizio: mi piace la sua faccia, non mi piace la sua faccia. Abbiamo attraversato la post-ideologia, la personalizzazione, lo storytelling e la società della comunicazione e alla fine siamo arrivati alla gonna.

Il corpo come sostituto della politica

Sarebbe però troppo facile dire che siamo semplicemente diventati più volgari. La volgarità è sempre esistita. Il problema è più radicale: il corpo serve a evitare l’incontro politico. Se discuto con te delle tue idee, devo riconoscere che possiedi delle idee e accettare almeno la possibilità che tu possa avere ragione. Se invece dico che hai una faccia ridicola, che sei troppo basso o che una donna porta una gonna troppo corta, ho trasformato il soggetto politico in un oggetto. Non devo più rispondere a ciò che dici: devo soltanto mostrare ciò che sembri essere.

È qui che ritorna, in forma impoverita, la vecchia fisiognomica: l’apparenza pretende di rivelare la verità della persona. La faccia diventa carattere, la statura autorevolezza, la gonna moralità. Il corpo non rappresenta più la persona: la sostituisce.

L’immagine precede il contenuto

Questa sostituzione funziona perché viviamo in un regime nel quale l’immagine precede continuamente il contenuto. Una legge deve essere letta, una riforma compresa. Una faccia deve soltanto essere guardata; una gonna fotografata. Un insulto al corpo può diventare un titolo prima ancora che si capisca ciò che il politico sta dicendo. Il corpo è efficace proprio perché contiene poca informazione.

È la logica della società dello spettacolo: il contenuto non scompare, ma deve passare attraverso una forma immediatamente consumabile. Il corpo è perfetto, perché è già spettacolo. Se il politico deve essere notato, il suo corpo diventa parte del messaggio; quello dell’avversario può diventare un’arma.

Perché proprio adesso? Perché le differenze politiche sono diventate più difficili da rendere visibili. Esistono, ma devono competere con una comunicazione che privilegia la personalizzazione. Se un programma richiede dieci minuti di spiegazione e una battuta dieci secondi, la battuta possiede un vantaggio strutturale. Il sistema ha bisogno soltanto che venga sostituito.

Primitivi in modo tecnologicamente sofisticato

Qui la regressione diventa politica. Non siamo semplicemente diventati primitivi: siamo diventati primitivi in modo tecnologicamente sofisticato. Il cavernicolo diceva: «Quell’uomo è brutto, dunque è cattivo». Noi diciamo: «Quell’uomo ha una brutta faccia», produciamo un video, lo trasformiamo in un meme, lo rilanciamo sui social, lo commentiamo in televisione e infine lo incorporiamo nel discorso politico nazionale. La struttura è la stessa. Abbiamo semplicemente migliorato la distribuzione.

Il problema, dunque, non è più il politico che parla della gonna, della faccia o della statura. È il sistema nel quale parlarne è diventato più efficace che parlare della realtà.

Quando la distrazione diventa una tecnica di governo

La politica deve governare anche l’immaginario dentro il quale la realtà viene percepita. Ed è qui che il corpo rivela la sua funzione più inquietante. Non è che la politica si appigli al corpo perché ha perso le idee. È il contrario: il corpo è il luogo nel quale la politica può fingere di avere ancora idee.

La gonna prende il posto del programma, la faccia quello dell’argomento, l’indignazione quello del conflitto, l’episodio quello della decisione. Quando il conflitto diventa competizione fra immagini, il potere politico non deve convincere che qualcosa è stato fatto: deve produrre l’impressione che qualcosa accada.

La visibilità diventa potere e la distrazione una tecnica di governo. Non occorre censurare il dissenso: basta renderlo secondario, sostituendo ogni questione con un’altra, ogni decisione con un episodio. A quel punto la politica continua a parlare, anzi parla incessantemente, ma proprio questa loquacità può diventare il modo più efficace per non dire nulla che debba essere ricordato.

Perciò il vero problema non è la gonna di Tajani, il sessismo di Vannacci, la faccia di Bonelli o la statura di Brunetta. È il sistema nel quale queste cose riescono a produrre più politica delle decisioni che dovrebbero essere discusse. E mentre tutti discutono della lunghezza della gonna, la domanda decisiva rimane sospesa: che cosa sta facendo il potere?

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