Dopo la crisi di Hormuz, l’indipendenza energetica diventa decisiva: il nucleare torna al centro del dibattito europeo
C’è un fattore storicamente sottostimato dell’economia europea che la crisi iraniana ha per così dire slatentizzato: l’indipendenza energetica. Dopo Hormuz non è più una voce tra le altre dell’agenda pubblica, ma il suo architrave, in quanto priorità nella politica economica delle democrazie liberali europee da qui al futuro, e perimetro entro cui si muove la stessa sovranità, cioè condizione materiale della libertà politica. Da questa priorità bisogna partire per immaginare il dopo crisi.
La fine dell’illusione del mercato globale
Per troppo tempo l’Europa ha trattato l’energia come una variabile economica, comprimibile, sostituibile. L’ha delegata al mercato globale, alla stabilità presunta di fornitori esterni, alla retorica di una transizione immaginata come lineare e indolore. Ma la storia recente ha imposto una correzione brutale. L’energia è geopolitica allo stato puro. Dipendere significa esporsi. Esporsi significa essere ricattabili. E non esiste sostenibilità economica senza sostenibilità geopolitica.
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Il ritardo italiano e la vulnerabilità strutturale
Il nodo diventa ineludibile: nei prossimi vent’anni nessun governo potrà più permettersi di rinviare la questione energetica o di trattarla come un tema divisivo da rimuovere. È esattamente ciò che l’Italia ha fatto per un quarto di secolo. Ha sospeso il problema. Lo ha spostato altrove. Ha costruito una politica dell’energia fondata sull’assenza di decisione. Il risultato è una vulnerabilità strutturale che oggi presenta il conto.
Il ruolo inevitabile del nucleare
Le evidenze scientifiche, del resto, non concedono alibi. La ricerca è ormai univoca nel segnalare un punto: senza una quota significativa di energia nucleare, l’indipendenza energetica è un obiettivo irraggiungibile. Le rinnovabili sono una componente essenziale della transizione, ma non sono autosufficienti. Non garantiscono da sole densità e continuità produttiva, stabilità dei costi, condizioni primarie di autonomia e sicurezza.
Francia e Germania, due modelli a confronto
Il confronto europeo è istruttivo. La Francia ha investito per tempo nel nucleare e oggi dispone di un sistema capace di assorbire gli shock esterni con una resilienza sconosciuta ad altri Paesi. Non è impermeabile alle crisi globali, ma ne è meno dipendente. Ha costruito una sovranità energetica che si traduce in margini di libertà politica.
Diverso il caso della Germania. Negli ultimi due decenni ha sostenuto una strategia ambiziosa sulle rinnovabili, con investimenti ingenti e risultati rilevanti ma non risolutivi. L’uscita dal nucleare ha creato un vuoto che è stato colmato, in larga misura, da fonti fossili e da una dipendenza esterna che si è rivelata fragile. Oggi quella scelta pesa. Non per mancanza di visione, ma per un eccesso di fiducia nella capacità delle sole rinnovabili di reggere l’urto della domanda industriale.
Il bivio italiano e il tabù nucleare
L’Italia si trova ora davanti a un bivio. Il governo ha avviato un cambio di rotta, ma lo ha fatto con una cautela che tradisce il peso di un tabù sedimentato. Il nucleare, nel nostro Paese, non è stato semplicemente rifiutato: è stato rimosso dal campo del possibile. Trasformato in un simbolo negativo, più che in una questione tecnologica da discutere nel merito.
È qui che la politica deve assumersi una responsabilità più profonda e una visione di lungo periodo. Una responsabilità che non risparmia i corpi intermedi di un Paese strutturalmente in declino, che, esaurito l’effetto del Pnrr, mostra l’incapacità del suo sistema produttivo di produrre crescita. Piuttosto che invocare l’acquisto del gas russo, gli industriali italiani farebbero bene ad assumere sulle spalle la battaglia del nucleare come priorità assoluta.
Serve una pedagogia civile
Serve una pedagogia civile. Non propaganda, non forzature. Una ricostruzione paziente del rapporto tra opinione pubblica e conoscenza scientifica. Mezzo secolo di paure, semplificazioni, oscurantismo non si cancella con un decreto. Ma si può correggere restituendo complessità al dibattito, distinguendo tra rischi reali e rischi percepiti, tra memoria storica e innovazione tecnologica.
Una condizione di esistenza, non una scelta
Di certo l’indipendenza energetica non è più un’opzione. È una condizione di esistenza per le democrazie europee in un mondo che ha smesso di essere stabile. Significa investire, decidere, e soprattutto riconoscere che la transizione ecologica, per essere credibile, deve essere anche una transizione verso la sovranità. Senza questa consapevolezza, resterà una promessa tradita, destinata a voltarsi in una dipendenza penalizzante.


















