17 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

17 Apr, 2026

Salviamo i nostri ragazzi dall’insostenibile peso delle aspettative

Due storie spezzate e una riflessione urgente: il peso delle aspettative sui giovani può diventare insostenibile. Serve cambiare sguardo


Inizio anni ‘90, appena crollato il Muro, tutti assaporano l’illusione della nuova era. In un’aula dell’università di Roma, Sabino Cassese parla di competizione, successo, conflitti e senso profondo delle cose. E con il suo stile asciutto e affilato, come se pronunciasse il comma di una legge, conclude: «L’ambizione è importante. Ma la vita non è una corsa».

È una frase che ha segnato il mio cammino. Perché non era una massima da convegno, ma una sterzata rispetto all’Italia da bere e da consumare, al mondo divorato dall’adrenalina di una democrazia che sembrava aver vinto per sempre. Con la sobria fermezza di chi ha visto passare abbastanza cose e persone, Cassese ricordava che l’urgenza è spesso un abbaglio che ti fa vedere solo davanti. Gli obiettivi, i traguardi, la sagoma di ciò che devi per forza diventare. E ti offusca gli occhi rispetto a ciò che ti sta intorno.

Carlotta e Matteo, due storie che si spezzano

Quella frase sarebbe stato bello dirla a Carlotta e Matteo, un attimo prima che decidessero il loro addio alla vita. Non sono i loro veri nomi, quelli per rispetto nessuno deve citarli. Sono due ragazzi che, nella Roma distratta dal traffico e dal primo sole, ieri hanno detto basta a tutto. Perché sentivano di aver deluso sé stessi e chi credeva in loro.

Carlotta aveva 23 anni e aveva finto di essere in procinto di laurearsi. I genitori erano in arrivo dalla Sicilia per festeggiare qualcosa che non esisteva. Si è lanciata dalla tromba delle scale. Meglio non esserci più, quando papà e mamma sapranno che non è vero, che non c’è nessuna laurea alla Luiss pronta per me.

Per Carlotta, la sua storia, la sua età e il suo futuro valevano meno di quella delusione. Matteo di anni ne aveva 13, e si è buttato dalla finestra dopo aver lasciato scritto su un pezzo di carta una frase raggelante: “Sono stanco della scuola”. Non della vita. Della scuola. Non dei genitori, delle ragazze, degli amici, della Roma o della Lazio. Sono stanco di non sentirmi all’altezza degli sguardi altrui, o forse del mio stesso viso riflesso nello specchio.

Quello che non si può più dire

Sì. Sarebbe dolce, ora, fare ciò che è impossibile. Piegarsi su di loro e offrirgli un sorriso e una carezza, per dirgli che tutto è ancora davanti. Che un insuccesso a scuola o all’università non descrive nulla di ciò che sono, e tantomeno di ciò che diventeranno. Sussurrargli che nessun voto decide il loro valore, nessun giudizio li inchioda a un destino già scritto. Rassicurarli.

Loro hanno il cuore in gola, è vero, ma la vita non è una corsa, la vita è come Roma, è un cammino fatto di tante vie laterali che spesso ti folgorano con le luci incerte del pomeriggio, con quel piccolo bar assorto e nascosto, con l’amico ritrovato, con la ragazza o il ragazzo che in una smorfia ti raccontano l’universo. Ripetergli, fino a che Carlotta e Matteo finalmente si calmano per riposare, che nulla è perduto, che il libro decisivo che li proietterà nel futuro forse ancora non l’hanno aperto. E che finora, forse, hanno studiato quelli sbagliati e con le persone sbagliate. Sarebbe bellissimo, ma non si può più.

Restare indietro non è una colpa

Si può solo ripetere a tutti i bambini e le bambine, le ragazze e i ragazzi, che restare indietro è possibile. Accade. Non è per sempre. Magari è per inseguire un sogno che domani si dissolverà. Ma non c’è un timer che suona per sbatterti nel vuoto. L’ambizione, come disse Cassese, è una molla importante. Ma non è obbligatoria. Il successo è un approdo che merita una festa, ma non esiste una linea del tempo obbligata, un percorso senza deviazioni dove ogni ritardo diventa una colpa e ogni inciampo una sconfitta definitiva.

Non esiste il Tribunale delle attese degli altri, né il reato di deluderle. Questo possiamo farlo. Sono i nostri figli. E dobbiamo ricordarci per sempre che se un giovane dice “non ce la faccio, ho sbagliato, voglio cambiare strada”, non è un fallito. È una persona vera, e in quel momento sta solo correndo verso sé stesso.

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