8 Ott, 2026

Caso Armao, Forza Italia scarica Schifani. Sicilia verso il voto anticipato

Renato Schifani e Gaetano Armao

Il partito è commissariato da tempo per via degli scandali nell’isola. La richiesta di rinnovamento. La drammatica telefonata tra il presidente della Regione e il presidente Tajani: «Ricordati quando Berlusconi mi chiese di scendere in campo in Sicilia»


Ci mancava anche la Sicilia. Non c’è pace in Forza Italia. Del resto quando si mettono in moto certi movimenti, è difficile fermarli. Il rinnovamento è uno di questi. Anche perché un signore che dalla politica ha avuto tutto, che è stato la seconda carica dello Stato (presidente del Senato dal 2008 al 2013) e ha ormai 76 anni, potrebbe capire da solo che è giunto il momento di lasciare il posto a qualcun altro.

Renato Schifani non ha voluto capire quando era il momento ed è chiaro che la sua uscita di scena adesso sarà più dolorosa e non immune da effetti collaterali.

Sarebbe sbagliato parlare di giustizia a orologeria. L’inchiesta per corruzione con la richiesta di arresto nei confronti di Gaetano Armao, ex vicepresidente della Regione, consigliere giuridico del governatore e marito dell’ex zarina del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi, è solo l’acceleratore di una tendenza in essere da mesi.

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Di sicuro i soldi in contanti nascosti in buste dentro un orologio, in università e anche nel cruscotto dell’auto – secondo l’accusa frutto di presunte mazzette – chiudono la stagione di Schifani alla guida della Regione Sicilia.

Non è questione di essere colpevolisti o garantisti: siamo all’ennesimo scandalo sulla giunta da lui guidata dal 2022 e l’immagine e l’azione politica del governo dell’isola sono logorate e paralizzate.

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La telefonata tra Schifani e Tajani

Il governatore, tra i padri fondatori di Forza Italia, ha tentato anche questa volta di resistere. Martedì le parole di Nino Minardo, da mesi commissario di FI nell’isola, hanno chiuso la partita.

«I fatti di queste ore – ha detto – impongono la necessità di una nuova fase politica per Forza Italia nell’isola».

Tradotto dal politichese, significa lo stop alla ricandidatura di Schifani nel 2027 per il secondo mandato. Cadono gli dei e i loro regni nell’isola che per Forza Italia è sempre stata una cassaforte di voti. Memorabili quei 61 collegi su 61 conquistati nel 2001.

Almeno una parte di Forza Italia legge con favore i fatti di queste ore. «Si chiude una porta e si apre un portone» sorride un deputato siciliano iscrivibile alla corrente del rinnovamento richiesta e caldeggiata da Marina e Pier Silvio Berlusconi.

Il presidente Antonio Tajani ha dovuto abbozzare. Anche questa volta. Schifani è un suo uomo e lo ha difeso finché ha potuto.

Martedì, prima che il commissario di Forza Italia nell’isola Minardo, uomo scelto perché figura mediana e di dialogo tra le due anime del partito, parlasse di «necessità di riflessione» e quindi scaricasse il governatore, c’era stata una lunga e difficile telefonata proprio tra Tajani e Schifani.

«Toni molto duri» raccontano i collaboratori. E qualche rivendicazione dal passato: «Ricordati – ha detto il governatore – quando Berlusconi mi chiese di scendere in campo in Sicilia».

Le grandi alleanze politiche sono come certi amori: quando finiscono unilateralmente lasciano odio e risentimento.

La giunta convocata e l’ipotesi dimissioni

Una notte di riflessione. Ieri mattina la proposta di Minardo: «Nei prossimi giorni ci sarà un incontro a Roma fra il segretario nazionale Antonio Tajani e il presidente Schifani. Insieme stabiliremo il percorso politico».

Dopo poche ore il governatore ha convocato la giunta per oggi. All’ordine del giorno «provvedimenti urgenti».

L’ipotesi sono le dimissioni che comporterebbero lo scioglimento dell’Ars e il voto anticipato di circa un anno.

«Sto valutando, con senso di responsabilità, le decisioni da assumere, che comunicherò a breve» le parole di Schifani.

Il rinnovamento di Forza Italia passa dalla Sicilia

Tutto questo capita per caso ma non del tutto. Da tempo la corrente del rinnovamento del partito azzurro – tra cui il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, il vicepresidente della Camera e siciliano doc Giorgio Mulè, il ministro della Funzione Pubblica Paolo Zangrillo, i capigruppo Enrico Costa e Stefania Craxi – chiede di rinnovare non solo le squadre dei parlamentari ma anche i presidenti di quelle regioni che sono tradizionalmente riserve di voti per Forza Italia.

La Calabria è diventata una regione di cui si parla per idee brillanti che diventano leggi, dal reddito universitario per chi studia nella regione ed è in pari con gli esami al contributo di 15 milioni per il gasolio degli agricoltori schizzato alle stelle.

La Sicilia vorrebbe diventare ugualmente un «laboratorio di novità che mandano in soffitta per sempre un grumo di potere insopportabile e deleterio».

Tra i candidati alla guida di Palazzo d’Orléans c’è lo stesso commissario Minardo. Ma anche Giorgio Mulè che per molti sarebbe «l’uomo giusto al posto giusto».

Si tratta anche di far combaciare i tempi con la fine della legislatura, il rito della campagna elettorale e, anche in Sicilia, quelli per il riscatto della pensione.

E, magari, trovare l’ennesima via d’uscita politica per l’intramontabile Schifani: un bel seggio garantito al Senato.

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