La Corte d’Assise di Roma condanna tre agenti egiziani a 10 anni per il sequestro di Giulio Regeni e assolve Tareq Sabyr. La legale della famiglia: «Fede nella giustizia ben riposta, ora il governo rompa i rapporti con l’Egitto»
Dopo 3.890 giorni dal ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, e quasi otto ore di camera di consiglio, la Corte d’Assise di Roma ha condannato tre dei quattro 007 egiziani. Sono accusati di avere sequestrato, torturato e ucciso il ricercatore italiano al Cairo nel 2016.
Il generale dei servizi segreti egiziani, Tareq Sabyr, è stato assolto. I colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim hanno avuto 10 anni. Stessa pena per il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Solo tre condanne dunque a quasi 11 anni dalla lunga e travagliata vicenda, e non per tutte le accuse: cade quella di omicidio e resta il sequestro di persona.
«La nostra fede nella giustizia è stata ben riposta»
I genitori del giovane dottorando di Cambridge che nel 2015 era in Egitto per effettuare una ricerca sui sindacati indipendenti e sul movimento dei venditori ambulanti erano presenti in Aula. Alla lettura del verdetto hanno detto. «Siamo soddisfatti». Poi hanno lasciato il tribunale.
A parlare è stata invece l’avvocata Alessandra Ballerini.
«Oggi sappiamo che la nostra fede nella giustizia è stata ben riposta. Al di là delle singole condanne, è evidente che l’impianto probatorio sostenuto dalla Procura ha superato il vaglio della Corte. Dovremo evidentemente leggere le motivazioni».
La legale ha richiamato le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella secondo il quale «verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi». Aggiungendo che «oggi hanno trovato concretezza in una sentenza emessa nel nome del popolo italiano. È questo presidio quello che noi abbiamo sempre chiesto e invocato», ha detto ancora.
Poi la frecciata al Paese che in questi 10 anni ha insabbiato e non ha collaborato con la politica e i magistrati italiani.
«Ora anche il nostro governo dovrà prenderne atto» e «rompere i rapporti con un Paese che, lungi dall’essere sicuro, tortura e uccide anche i cittadini degli Stati cosiddetti amici».
Per l’avvocata della famiglia Regeni il governo dovrebbe ora «reclamare il risarcimento del danno, come richiesto dall’Avvocatura di Stato. Da stasera tutti i regimi, i loro apparati, le loro divise saranno costretti a ricordarsi che la dignità delle persone è inviolabile. Così come i loro corpi, che l’impunità può essere sconfitta e l’arbitrio può trovare un argine nelle democrazie».
Lo Voi: «Cooperazione egiziana non particolarmente proficua»
Parole che si intrecciano a quelle del procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi. Se le condanne «non sono state per tutti i reati contestati, di sicuro sono state comminate per una attività che era stata posta in essere da rappresentanti dello stato egiziano. E si è riusciti a raggiungere questo risultato nonostante quella che possiamo definire cooperazione non particolarmente proficua da parte delle autorità egiziane».
Per Lo Voi è stato importante «uscire da quella sorta di pantano» in cui si rischiava «di non poter procedere» grazie al supporto della Corte Costituzionale. Ed ora «il resto lo rinviamo a quando avremo possibilità di leggere le motivazioni della sentenza. Se faremo ricorso? È tutto da vedere a seguito della lettura delle motivazioni».
Una sentenza da subito esecutiva
Una sentenza di fatto ‘inappellabile’ e da subito esecutiva. Che potrebbe chiudere di fatto la lunga e travagliata vicenda giudiziaria iniziata dopo il ritrovamento del corpo senza vita del ricercatore universitario di origine friulana fuori dalla città del Cairo.
In base a quanto stabilito dal codice di procedura penale e dalle modifiche introdotte con la riforma Cartabia, un imputato contumace non può ricorrere in appello. E tutti gli accusati in relazione alla morte di Regeni non sono mai stati presenti nelle aule del tribunale di Roma.
Ma se uno degli ufficiali della National Security egiziana dovesse comparire davanti ad un pubblico ufficiale o produrre una nomina di fiducia al proprio legale si arriverebbe alla cosiddetta ‘rescissione del giudicato’.
Dieci anni di ostacoli e depistaggi
Il pm aveva chiesto un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di carcere. In particolare il carcere a vita è stato sollecitato per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e le altre pene per Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr.
Sharif – secondo gli inquirenti – sarebbe colui che ha materialmente ucciso Regeni. E ora una prima verità arriva a oltre 10 anni dall’omicidio del giovane. Dieci anni di ostacoli e depistaggi, un ‘muro’ eretto dall’Egitto alle richieste di collaborazione provenienti dalla politica italiana e dai magistrati della Procura di Roma che si sono visti rifiutare sistematicamente le proprie richieste.
Anche gli investigatori italiani inviati al Cairo nel 2016 si sono trovati ad operare senza reali poteri di iniziativa. La loro presenza è stata limitata a quella di osservatori. Senza la possibilità di indirizzare le indagini o partecipare concretamente alle decisioni assunte dagli apparati locali.
Una corsa ad ostacoli anche quella dei magistrati italiani, che fin dalle prime fasi dell’inchiesta avevano indicato come prioritario ricostruire i fatti. Individuare i responsabili delle torture e dell’omicidio del ricercatore e assicurarli alla giustizia.
Le risultanze investigative hanno però restituito un quadro opposto, caratterizzato da una collaborazione giudiziaria ritenuta solo apparente. E finalizzata, secondo la Procura, più all’occultamento della verità che al suo accertamento. Dalle autorità egiziane tanti i tentativi di insabbiare il caso, facendolo passare una volta per incidente stradale, un’altra volta per un delitto passionale e infine un rapimento di criminali comuni.
Ma fin dal primo rapporto dei medici legali di Roma è stato indicato il possibile coinvolgimento dei servizi di sicurezza egiziani. Dalle indagini successive è emersa l’ipotesi che volessero punire Regeni per le ricerche che stava svolgendo sui sindacati indipendenti, un tema considerato particolarmente delicato dal governo egiziano di Abdel Fattah al Sisi.
Patrick Zaki: «In Egitto migliaia di prigionieri di coscienza»
A parlare nel giorno della sentenza Regeni è anche Patrick Zaki, attivista egiziano protagonista di una lunga vicenda giudiziaria che ha mobilitato un forte attivismo in Italia. «In Egitto ci sono migliaia di prigionieri di coscienza la cui sorte è diversa da quella di Regeni, poiché nessuno sa della loro esistenza», afferma il ricercatore arrestato nel 2020 e che ha passato oltre due anni dietro le sbarre per il suo impegno sui diritti umani.































