L’inchiesta sui minori suprematisti svela le simpatie delle nuove generazioni per Hitler e la jihad islamica: segno che tra i giovani continua a spopolare l’antisemitismo più becero e violento
Chi sono questi giovani, in alcuni casi giovanissimi, che esaltano in rete Hitler e le SS, diffondono propaganda razzista e video di terroristi? L’indagine che polizia e carabinieri hanno svolto con 17 perquisizioni in varie parti d’Italia nell’ambito di un’inchiesta su una rete digitale non va assolutamente sottovalutata, né considerata un episodio isolato.
Un fenomeno inquietante
Il fenomeno è seguito dalle forze di sicurezza già da almeno un anno e coinvolge anche minorenni. In alcuni casi compaiono armi, istruzioni per ordigni, fantasie di attentati in stile Columbine, svastiche; in altri la propaganda islamista. Se leggiamo tutto questo, però, soltanto attraverso le ideologie, qualcosa non torna, se è vero che il suprematismo bianco considera l’Islam un nemico, il jihadismo combatte l’Occidente e il nazismo storico e l’islamismo radicale hanno genealogie, fini e visioni del mondo differenti. Forse bisognerebbe chiedersi, allora, questi adolescenti radicalizzati che cosa cercano, piuttosto che in che cosa credono. Può esserci indubbiamente un’adesione ideologica reale al neonazismo, ma i casi che mescolano estremismi differenti ci dicono che quella spiegazione non basta.
La società della visibilità
Parliamo di una generazione cresciuta dentro piattaforme social che misurano continuamente la significanza, in una società della visibilità che rende continuamente quantificabile la propria irrilevanza. Forse non c’è mai stata, prima, una generazione che ha avuto a disposizione tanti strumenti per mostrarsi e, nello stesso tempo, per misurare quanto poco venga guardata. Che cosa promettono, allora, Hitler, il jihad o la fantasia della strage a un adolescente frustrato che sente di non essere nessuno? La possibilità di diventare qualcuno, di trasformare la propria irrilevanza in elezione. L’odio può offrirgli identità, appartenenza e importanza.
Il ruolo delle ideologie
In questo senso le diverse ideologie – suprematismo, jihadismo, accelerazionismo – finiscono per svolgere la stessa funzione psicologica. L’antisemitismo, in particolare, offre qualcosa di particolarmente efficace, dal momento che le teorie antisemite cospirazioniste trasformano fenomeni astratti e complessi – finanza, globalizzazione, media, cambiamento culturale, guerre – in un’unica trama intenzionale. Il giovane complottista acquista uno status epistemico – gli altri dormono, mentre io ho capito – in una forma di aristocrazia cognitiva immaginaria. Inoltre l’adolescente del 2026 non deve, naturalmente, inventare da zero una teoria cospirazionista, poiché la trova già confezionata nell’archivio della cultura antisemita e rimessa in circolazione dalla rete.
Universi accomunati dall’antisemitismo
Ed è per questo che dopo il dibattito di questi giorni sulla definizione IHRA, un fenomeno del genere ricorda che accanto alle controversie sui confini fra antisionismo e antisemitismo continua a esistere un antisemitismo molto meno ambiguo e che la difficoltà di delimitare le zone grigie non dovrebbe farci perdere di vista la ricomparsa della zona nerissima, che dovrebbe unire tutte le forze politiche e civili. L’antisemitismo può diventare così uno dei punti di contatto fra universi ideologici altrimenti incompatibili, dal neonazismo a certe forme di jihadismo, che offrono un’identità totalizzante e una comunità eletta, perfino la possibilità del sacrificio e la promessa dell’eroismo.
Il ruolo dei social network
E l’opportunità di entrare in questo ecosistema radicale senza uscire dalla propria camera rende il tutto molto più facile. Mezzi come Telegram, Discord, forum e gruppi chiusi diventano così macchine di riconoscimento in cui la radicalità è una valuta sociale. Per una parte di questi adolescenti, cioè, l’estremismo – Hitler, la superiorità razziale, la decapitazione jihadista, la strage scolastica – è anche la ricerca dell’ultimo tabù capace di scandalizzare davvero il mondo adulto. Essere estremi significa, per alcuni di loro, finalmente essere visti. Ma il rischio aumenta quando la ricerca di riconoscimento trova una causa concreta, un nemico visibile, e una comunità che trasforma la violenza in prestigio.
Insegnare la storia e contrastare la propaganda
Dunque se trattiamo questi ragazzi solo come nazisti da rieducare storicamente rischiamo di fallire. Naturalmente bisogna insegnare la storia e contrastare propaganda razzista e jihadista. Ma se l’ideologia risponde a un bisogno di significanza, tolto uno schema di senso potrebbe arrivarne un altro, che venga dall’universo incel o dal culto dei mass shooter, se resta intatto il meccanismo che spinge a cercare un’identità eccezionale contro un mondo percepito come insignificante. Ed è precisamente ciò che l’ibridazione sembra suggerire.
Come deradicalizzare gli adolescenti
La prevenzione non può fermarsi, dunque, alla censura dei contenuti, ma deve interrogarsi anche su quali forme alternative di appartenenza, riconoscimento e riuscita una società sia capace di offrire al bisogno di significanza degli adolescenti. Solo così si può davvero costruire un modello efficace di strategia di deradicalizzazione per una gioventù che rischia di smarrirsi in questa epoca di polarizzazioni feroci in cui il futuro appare spesso più come una minaccia che come una promessa.































