Il decreto era già pronto e urgente per altri temi. Sono stati aggiunti tetto, multe e corsi italiano. Ma il 30% scatta il prossimo anno con mille prevedibili deroghe. Così come i corsi di italiano. Subito invece le multe per il velo (anche dei genitori)
Un giovedì da leonessa per Giorgia Meloni e celebrato come tale. Nel pomeriggio il Consiglio dei ministri approva il decreto – da convertire entro fine novembre – che fissa il tetto del 30% di studenti stranieri nelle classi delle scuole italiane (dal prossimo anno) e il divieto di ogni tipo di travisamento, sebbene simbolo religioso, come il burqa e il niqab negli ambienti scolastici. All’ora dell’aperitivo l’intervista con il direttore de Il Tempo Daniele Capezzone, in pratica una celebrazione dei risultati di quattro anni di governo.
«Noi diciamo e poi facciamo, ecco la differenza con la sinistra» rivendica la premier: stranieri in classe, sicurezza, immigrazione, un nuovo approccio europeo grazie all’Italia, il taglio delle tasse, le periferie risanate sul modello Caivano, il nucleare che abbatterà il costo dell’energia (qui ha dovuto ammettere tra qualche anno, almeno sei o sette). «Ecco tutto quello che abbiamo fatto e continueremo a fare per questa Nazione» sorride Giorgia Meloni che appare su uno schermo nella sala nobile di palazzo Wedeking (ma lei è a 150 metri, nel suo ufficio a palazzo Chigi).
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Tra le domande non c’è stato tempo di parlare di cosa succederà sulla legge di bilancio dopo la doccia fredda dell’Istat e la conferma del deficit al 3,1% né di politica estera che pure, fino a giugno, è stata il cavallo di battaglia di Giorgia Meloni.
E che in questi giorni di Assemblea generale alle Nazioni Unite vede gli occhi del mondo puntati sul Palazzo di Vetro, sulle liti Iran-Usa, sugli affondi apocalittici di Trump, sui tanti bilaterali a cominciare da quello cruciale tra Xi e il presidente Usa. Meloni non c’è, è lontana, distante, si occupa di velo a scuola. Ma anche di bollo auto, degli italiani e della Nazione.
Il decreto e il tetto agli studenti stranieri
Il decreto sul tetto agli studenti stranieri in classe si è rivelato per quello che doveva essere. Tanta propaganda e una serie di norme annacquate (non potevano essere diversamente) di cui valuteremo in seguito il reale impatto.
Come del resto aveva fatto capire il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, travolto da questo insolito destino – fare il pompiere di una norma leghista ma rivenduta da Meloni – mentre era in missione a New York.
«Non stravolgeremo le classi, nessuna caccia allo straniero, una serie di norme inclusive e migliorative per studenti stranieri e italiani».
E infatti, a ben vedere, questo sono i dodici articoli approvati perché il tetto vero, e quindi il limite delle presenze straniere, scatterà il prossimo anno e non poteva essere diversamente.
Ciò che scatta subito è il divieto di indossare ogni cosa che rende non riconoscibile il volto (burqa o niqab) per chiunque entri nello spazio fisico della scuola. È prevista una multa dai 200 ai mille euro, sarà il preside il pubblico ufficiale incaricato di accertare la violazione e il prefetto colui che la dovrà riscuotere. Da alcune stime pare che siano circa 500 le ragazze che indossano il burqa o il niqab nelle scuole italiane. Se non c’era altro modo per farlo togliere, diciamo subito che è un bene che sia intervenuta una legge.
Ma erano necessari cinque giorni di baccano che hanno autorizzato ogni altra ipotesi islamofoba e razzista? Vedremo quali e quanti emendamenti fioccheranno al testo in sede di conversione. Matteo Salvini, che ha sofferto lo scippo della notizia (non ne sapeva nulla così come del bollo auto), ha convocato una lunga conferenza stampa. Ha parlato di una calamità sociopolitica imminente. L’Islam politico che «si comincia a combattere dalla scuola».
Le altre misure nel decreto
Tutto ciò detto e premesso, il decreto legge si giustifica nei primi 10 articoli che si occupano di misure urgenti «per garantire il sostegno didattico agli alunni con disabilità». Contro la dispersione scolastica, il ritorno del latino, il fondo contro il cyberbullismo, la scuola europea di Brindisi e le scuole del Friuli Venezia Giulia. Varie misure urgenti come le Olimpiadi internazionali di chimica.
Necessitavano di decreto una serie di norme per «l’accompagnamento delle misure del Pnrr», per la «revisione del monte ore degli istituti tecnici». Insomma, per farla breve, il decreto era in stesura da tempo, anzi era in ritardo, perché si tratta di cose da far partire con l’anno scolastico nuovo iniziato il 14 settembre. Un testo di cui non avremmo saputo nulla se non fosse che domenica scorsa la premier ha urlato al popolo dei giovani di Fratelli d’Italia: «Lo volete levare il burqa a scuola? Volete restituire dignità a quelle ragazze-bambine? Volete che nelle scuole italiane si impari l’italiano?».
E certo che tutti vogliono che si impari e bene l’italiano. In generale, però, non solo gli stranieri. Comunque giusta anche la norma (art. 11) sulla promozione dell’integrazione degli studenti stranieri nell’ambito scolastico, ovvero corsi di sostegno per studenti e adulti «su segnalazione dei servizi sociali» ma senza «nuovi oneri per la finanza pubblica». Cioè, non ci sono fondi specifici. Circa il tetto al numero degli studenti stranieri, se ne riparla il prossimo anno con una lunga sfilza di deroghe legate al domicilio e alle esigenze familiari.
Le modifiche chieste dal Quirinale
Il Quirinale ha preteso, tra le altre cose, la decorrenza dal prossimo anno e la specifica che i nuovi criteri fossero finalizzati non solo alla piena fruizione del diritto allo studio (versione del governo) ma anche «alla piena integrazione degli studenti stranieri».
La versione di Meloni: «Oggi abbiamo approvato il decreto sulla scuola. Limite del 30% nelle classi per gli studenti che non conoscono adeguatamente l’italiano, più strumenti per imparare la nostra lingua e stop a burqa e niqab a scuola. Strumenti di buonsenso che non dividono ma aiutano a integrare davvero».
Elly Schlein mette il dito sulla piaga: «Il governo vive su un altro pianeta, le famiglie italiane sono preoccupate per le condizioni degli edifici scolastici. Solo nell’ultimo anno 68 crolli e 80mila infortuni. Per gli oltre 500 euro da spendere per i libri di testo, mentre gli stipendi degli insegnanti italiani restano tra i più bassi d’Europa. Di fronte a tutto questo la risposta del governo è una nuova caccia alle streghe sulla pelle dei più piccoli indicandoli come bersaglio».
Irene Manzi, responsabile scuola del Pd, parla di «pasticcio che conferma l’intenzione soprattutto propagandistica. Tra mille deroghe, adempimenti scaricati sulle scuole e sanzioni pecuniarie, il risultato è quello di complicare ancora di più l’organizzazione e la vita delle scuole».































