23 Set, 2026

Indulto responsabile, l’ultima «crociata» contro l’emergenza carceri

Quasi 20mila detenuti oltre i posti effettivamente disponibili, sovraffollamento, suicidi e carenza di agenti. Alla Camera nasce il Comitato per l’«indulto responsabile»: «Non una proposta normativa, ma un’idea che vuole accendere una speranza»


L’ultima ‘crociata’ per contrastare l’emergenza carceri si chiama ‘indulto responsabile’: non è una proposta normativa che vuole sostituirsi alla politica, ma una dichiarazione di intenti per scuotere le coscienze e tenere accesa la speranza dove non sembra esserci più.

Servono riforme strutturali per una situazione che è disastrosa, tra sovraffollamento alle stelle, suicidi e rivolte, e invece le timide proposte lanciate dalla politica sono rimaste finora disattese, nonostante i tanti appelli a fare presto, compreso quello accorato del Capo dello Stato ad una soluzione bipartisan.

Così è nato il Comitato promotore di ‘Indulto responsabile’, composto da esponenti della società civile, Avvocatura, Magistratura e Accademia, la cui proposta è stata presentata ieri a Montecitorio. Un’iniziativa che nasce da una riflessione sui numeri e la situazione nei penitenziari.

Quasi 20mila detenuti oltre i posti disponibili

«Siamo a contatto costante con le carceri e conosciamo la situazione» nei penitenziari, ha detto la presidente di ‘Nessuno Tocchi Caino’ Rita Bernardini, secondo la quale lo «stato di illegalità è quasi certificato dallo Stato italiano quando, in 5mila casi, i magistrati di sorveglianza riconoscono ogni anno trattamenti inumani e degradanti. Ce ne vogliamo fare carico attraverso un impegno trasversale tra tutte le forze politiche».

Bernardini ha anche aggiunto che sono 19.635 le persone detenute in più rispetto ai posti disponibili, quasi 20mila persone in più. I reclusi al 19 settembre sono 65.933, i posti regolamentari previsti sono 51.345, i posti inagibili sono 5.047 e i posti effettivamente disponibili sono 46.298.

A fronte di questo si registra una «forte carenza di agenti penitenziari», ha proseguito sottolineando che «l’aumento della popolazione detenuta si è registrato con qualsiasi governo abbiamo avuto in Italia e per questo è necessario intervenire».

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«Una proposta che vuole accendere una speranza»

Nicola Mazzamuto, presidente del Comitato promotore, ha sottolineato che «quando parliamo di sovraffollamento dobbiamo ragionare in termini di flussi. Nel 2025 i detenuti in ingresso sono stati pressoché il doppio dei detenuti in uscita quindi se non si adottano misure capaci di incidere sul dato sistemico, la situazione non può che peggiorare».

Ed ha aggiunto che quella del Comitato «non è una proposta normativa con un articolato, non vogliamo invadere la sfera della politica, spetterà alla politica scegliere l’entità dell’indulto e selezionare le condizioni ostative, ma un’idea che vuole accendere una speranza». Una proposta dal carattere «trasversale, che vuole unire» e che «coniughi clemenza, speranza, sicurezza e prevenzione della recidiva».

«Indulto, una parola diventata impronunciabile»

La vicepresidente dell’Unione delle Camere penali italiane Giulia Boccassi ha ricordato che i penalisti sono da sempre in prima linea su questo fronte e al momento «sono in astensione anche per l’indecorosa situazione delle carceri. Abbiamo sollecitato provvedimenti clemenziali – ha concluso – La giunta ha dato adesione alla proposta soprattutto perché si torna a parlare di indulto, una parola che era diventata improponibile e impronunciabile».

C’è anche una piattaforma per la petizione popolare, annunciata da Bartolomeo Romano, componente del Comitato: «sarà online un sito www.indultum.it tramite cui chiunque voglia potrà sottoscrivere e aderire a questa proposta».

«L’unica reazione a uno Stato inerte»

Presente anche Mario Serio, membro del comitato promotore e componente del collegio del Garante nazionale dei diritti dei detenuti, secondo cui quello delle carceri è un tema «non più rinviabile. L’indulto non è la migliore delle misure – ha continuato – ma è l’unica reazione a uno Stato inerte e insensibile. Se lo Stato fosse capace di umanizzare il periodo dell’esecuzione penale, non parleremmo di indulto e forse nemmeno di amnistia».

A portare un «convintissimo sostegno» all’iniziativa è stato Andrea Vacca, presidente della Commissione di studio per il Diritto penitenziario dell’Associazione nazionale magistrati.

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