Dalla Lombardia alla Calabria, attivisti ed ex dirigenti lasciano Futuro Nazionale e attaccano il leader. C’è chi denuncia un movimento «privo di guida, metodo e credibilità» e chi accusa Vannacci di circondarsi soltanto di yesmen
Numeri, fatti e persone: letti insieme e con un po’ di distanza dicono che l’infatuazione Vannacci si sta raffreddando.
I sondaggi con le intenzioni di voto registrano fluttuazioni di qualche decimale (BiDiMedia lo dà in calo dello 0,2% rispetto a fine agosto), è sempre testa a testa con Forza Italia e la Lega è staccata di 2-3 punti ma sembra essersi arrestata la corsa al vannaccismo.
In aggiunta le cronache registrano addii anche di peso (relativamente alla storia politica di Fn) causa «eccesso di protagonismo e di propaganda, superficialità e incapacità di ascolto».
Per un leader politico che ambisce a fare il ministro dell’Interno non è un grande viatico. Il tutto sembra coincidere, ma può essere una suggestione, con l’inchiesta giornalistica pubblicata dal Financial Times una settimana fa in cui il quotidiano finanziario britannico alludeva all’ex generale come al «cavallo di Troia» di Putin.
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Il «cavallo di Troia» di Putin
Da allora sono diventati pubblici divorzi ed espulsioni. Ed alcune relazioni pericolose. Questo giornale una settimana fa ha raccontato le amicizie coltivate dall’allora generale Vannacci quando era addetto militare all’ambasciata italiana a Mosca.
L’ambasciatore Starace ha spiegato come il generale fosse convinto, all’indomani dell’invasione russa in Ucraina, che Putin sarebbe entrato a Kiev «come un coltello nel burro».
Dinamiche e legami che ora sono all’attenzione della Procura militare. Repubblica, con due inchieste distinte, racconta come il libro “Il mondo al contrario”, trampolino politico di Vannacci nell’agosto 2023, sia stato preceduto mesi prima da una pagina Facebook curata dall’account Hockler 73, cioè Tiziano Ciocchetti, analista militare che scrive su varie riviste del settore.
Ciocchetti, con Fabio Filomeni, un altro ex militare, entrambi critici con la Nato e amici della Russia. Entrambi però hanno già lasciato l’avventura Vannacci.
«Difficile stargli accanto – ha detto Ciocchetti a Repubblica – si circonda solo di yesmen e sa benissimo di fare solo slogan e propaganda». Nel mondo di Vannacci, prima e dopo la crescita della sua leadership, ci sono molti ex militari e tutti filorussi.
Non è tutto oro quel che luccica
Fin qui notizie sul contesto, il brodo di coltura del fenomeno Vannacci. Che poi attecchisce nella società civile. Due, tre anni di crescita e consenso. Fino allo strappo con la Lega (febbraio 2026) e la corsa in solitaria. Ma non è tutto oro quel che luccica. Come spiegano gli attivisti che stanno lasciando Fn.
Al di là dei numeri, sono le motivazioni che colpiscono. Stefania Bardelli, ad esempio, giovane signora di Varese, nome di battaglia “la Bersagliera”.
È stata la prima, in terra leghista, ad issare la bandiera di Futuro Nazionale. Ma è stata anche la prima a lasciare con motivazioni piuttosto nette:
«Fa il macho ma in realtà è solo un micio (sic)».
In varie interviste ha spiegato di averlo sostenuto «con grande passione, sono stata a Viterbo, poi a Bari, a Como, in Toscana e ho investito molto per la crescita del suo movimento. Ma quando la mia visibilità accanto a lui era massima e gli ho chiesto più impegno per i territori, mi sono accorta che non gli interessava. Preferisce una politica fatta di slogan. Sta costruendo sul nulla».
«Fa il macho ma in realtà è solo un micio»
Bordate. Che argomenta con documenti firmati dai responsabili di quattro sezioni di Fn che l’hanno seguita: “23 ottobre” a Milano, “Decima bustense” a Busto Arsizio, “Umberto Boccioni” a Verona, la “Decima Laghi” a Varese. Si legge in quei documenti: «Fn è un movimento chiuso in se stesso, scollegato con la base, incapace di garantire una comunicazione minima con chi lo rappresentava nelle piazze e nelle città. Una dirigenza il cui unico vero interesse sembra essere quello di organizzare incontri pubblici a pagamento, trasformando quello che avrebbe dovuto essere un movimento politico in una sorta di circuito commerciale, mentre i circoli vengono lasciati soli, senza strumenti, senza indicazioni e senza risposte». Altro che bordate. Mauro Montavani, uno degli ex, lamenta ad esempio che «la remigrazione non può essere realizzata ma è solo una parolina magica utile alla propaganda».
Alessandro Cavallini, da Verona, parla di movimento che in realtà «è un caos permanente privo di guida, metodo e credibilità».
Da nord a sud, quelli che scendono dalla barca
Un altro fuggitivo è Francesco D’Aleo, ex leghista a Reggio Calabria poi affascinato da Vannacci. La storia è già finita. «Sono stato tra i primi sostenitori, lo abbiamo radicato sul territorio ma ora io e altri settanta scendiamo da questa barca che ha perso la trebisonda. Il programma proposto dal partito è irricevibile. Sono impensabili ed improponibili molte delle misure proposte». I ripensamenti corrono il Paese da nord a sud, da Rovigo a Lamezia Terme. Si contesta anche la scarsa selezione degli affiliati.
I «grilli parlanti» e le «cornacchie nere»
Poi ci sono gli espulsi. Clamoroso il caso di Luca Sforzini, considerato l’ideologo di Fn (oltre che direttore del Centro studi Rinascimento nazionale). È stato radiato per le sue parole: «A Vannacci i grilli parlanti non piacciono e le cornacchie nere si sono ormai impossessate della gestione del partito. Non sono disposto, per quieto vivere o per convenienza (essendo detentore della tessera numero 18 del partito), ad accettare disvalori propagandati come valori».
Concetti condivisi da Stefano Ruvolo che però è titolare della bella sede di Fn nel centro di Roma, in via in Lucina. Cacciarlo è, per questo, un po’ più difficile.































