7 Settembre 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

7 Set, 2026

L’AfD ora vuole governare: «Parleremo con tutti». Ma la Cdu non abbatte il muro

Alice Weidel e Tino Chrupalla

Dopo il terremoto elettorale, l’ultradestra in Germania prova a trasformare i voti in potere e guarda soprattutto alla Cdu. Il cordone sanitario entra nella sua prova più difficile, mentre l’AfD punta già alle elezioni federali del 2029


La Germania si è svegliata lunedì davanti a quello che Friedrich Merz ha definito uno «spostamento tettonico» del sistema politico. In Sassonia-Anhalt l’AfD ha ottenuto il 43,8% dei voti, conquistando 39 degli 83 seggi e infliggendo alla Cdu, ferma al 17,2%, il peggior risultato da decenni.

Ma il dato decisivo non è soltanto la dimensione della vittoria: è ciò che quel voto apre nella politica tedesca. Per la prima volta dal dopoguerra, un partito di estrema destra è a un passo dalla possibilità concreta di guidare un Land. All’AfD mancano tre seggi per la maggioranza assoluta: non può governare da sola, ma proprio qui comincia la partita destinata a ridefinire gli equilibri tedeschi.

Il partito di Alice Weidel e Tino Chrupalla ha annunciato di voler parlare con tutti. «Invieremo proposte di dialogo a tutti i partiti», ha detto Chrupalla, rivolgendosi in particolare alla Cdu. L’obiettivo è trasformare la vittoria elettorale in potere politico. La risposta dei partiti tradizionali sarà il vero test del «muro di protezione», il cordone sanitario che dalla nascita dell’AfD ha impedito qualsiasi collaborazione con la destra radicale. Quel muro è oggi sottoposto alla sua prova più difficile.

Il muro contro l’AfD alla prova più difficile

La Cdu ha ribadito che non intende collaborare con l’AfD. Ma Merz non può limitarsi a difendere l’esistente. Ha riconosciuto la gravità della sconfitta, escluso le dimissioni e confermato la necessità di «riforme fondamentali». La sua risposta non sarà dunque una svolta verso l’AfD, ma il tentativo di dimostrare che il sistema tradizionale può ancora cambiare la Germania senza rinunciare ai propri principi.

È la contraddizione che attraversa il Paese. Più i partiti tradizionali cercano di isolare l’AfD, più devono interrogarsi sulle ragioni che spingono una parte crescente dell’elettorato verso di essa. Economia, immigrazione, sicurezza, costo della vita e sfiducia nelle forze di governo hanno alimentato una frattura che non può essere liquidata come semplice protesta locale.

La vittoria di Ulrich Siegmund racconta questa trasformazione. Il trentacinquenne ha dato all’AfD un volto più rassicurante, combinando promessa di cambiamento, messaggi populisti e nostalgia per un’identità dell’Est tedesco ancora presente. La sua capacità di parlare agli elettori delusi dal sistema ha contribuito a trasformare il partito da forza di protesta in candidato credibile al governo regionale.

L’AfD non vuole più protestare, vuole governare

E ora l’AfD non vuole più soltanto protestare. Vuole governare. È questo il salto di qualità prodotto dal voto di Sassonia-Anhalt. Il partito considera il risultato un passo verso la conquista del potere nazionale, con il 2029 come orizzonte federale. Ma prima dovrà dimostrare di saper trasformare il consenso in una maggioranza politica. Le prossime elezioni regionali saranno quindi test sulla tenuta del sistema costruito nella Germania del dopoguerra.

E c’è un elemento che rende il risultato ancora più delicato: la politica estera.

La partita si sposta su Mosca e sull’Ucraina

L’AfD non è soltanto una forza anti-immigrazione. È anche il principale partito tedesco che propone una revisione radicale della politica di Berlino verso Mosca e della strategia sulla guerra in Ucraina. Il suo rafforzamento rende sempre più difficile ignorare una domanda: fino a quando la Germania potrà mantenere immutata la propria linea verso la Russia mentre cresce il consenso per una forza che vuole riaprire il dialogo con Mosca?

Nelle ore successive al voto, dalla Russia sono arrivati messaggi inequivocabili di soddisfazione. Kirill Dmitriev, inviato speciale di Vladimir Putin, ha celebrato la vittoria dell’AfD come una bocciatura del governo tedesco, presentandola come l’inizio di un ritorno al «buon senso» in Germania e in Europa.

Questo non significa che Mosca abbia determinato il voto tedesco: non ci sono elementi per ridurre il successo dell’AfD a un’operazione russa. Le ragioni principali sono interne: immigrazione, economia, sicurezza, sfiducia nei partiti tradizionali e distanza tra una parte dell’Est e le élite di Berlino. Ma è evidente che il Cremlino guarda all’ascesa dell’AfD con interesse: una Germania più divisa e meno compatta sul sostegno all’Ucraina rappresenterebbe un cambiamento strategico per l’Europa.

La soddisfazione del Cremlino e la risposta di Merz

Merz lo sa e ha risposto proprio su questo terreno. Parlando del risultato, ha osservato che «a 2.500 chilometri da qui, verso est, c’è una gioia particolarmente grande», riferendosi alla Russia. Ha collegato la crescita delle forze favorevoli a Mosca alla più ampia sfida che Berlino attribuisce alla Russia per la sicurezza europea e l’ordine politico occidentale. Ha quindi ribadito che la Germania non arretrerà sul sostegno all’Ucraina e manterrà il proprio ancoraggio europeo.

Il passaggio è cruciale: la battaglia politica tedesca non riguarda più soltanto immigrazione, welfare o riforme economiche. Riguarda anche la collocazione internazionale della Germania.

Il terremoto tedesco che spaventa l’Europa

Un’AfD più forte significa un dibattito più difficile su Russia, Ucraina, Nato e ruolo di Berlino nell’Europa della sicurezza. Merz ha promesso di resistere. Ma il problema non è soltanto quanto a lungo riuscirà a mantenere il muro contro l’AfD. La domanda decisiva è se i partiti tradizionali sapranno comprendere perché quel muro stia diventando sempre più difficile da difendere.

Perché il 43,8% della Sassonia-Anhalt non è soltanto una vittoria dell’AfD. È la fotografia di una crisi profonda della politica tedesca. E quando una forza che il sistema ha cercato per anni di tenere fuori dal governo arriva a un passo dalla maggioranza assoluta, il problema non è più soltanto per chi ha vinto. È soprattutto per chi, fino a ieri, pensava di poter continuare a governare come prima.

E il terrore che attraversa l’Europa nasce proprio da qui: dal timore che il terremoto tedesco non sia un’eccezione, ma l’inizio di una nuova fase.

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