Il rapporto dell’International Institute for Strategic Studies ricostruisce 144 episodi in tredici Paesi tra agosto 2024 e febbraio 2026. Nel mirino basi militari, aeroporti e infrastrutture critiche. L’IISS ritiene probabile una campagna coordinata dal Cremlino
I numeri aiutano sempre. «Nulla si conosce se non possiamo misurarlo» diceva Lord Kelvin, ingegnere irlandese. Quindi per parlare di guerra ibrida, concetto di per sé sfuggevole, partiamo dai numeri.
Tra agosto 2024 e febbraio 2026 sono stati schedati 144 “incidenti” di matrice russa in ben tredici Paesi europei. Circa il 48% di questi “incidenti” riguarda installazioni militari, il 18% aeroporti civili, il 26% infrastrutture critiche come porti, impianti energetici e siti industriali.
La Germania guida la classifica con 58 episodi, seguono Belgio, Danimarca e Paesi Bassi. Il salto di “qualità” avviene tra settembre e dicembre 2025: da una media di quattro episodi al mese si passa ad una media di 22,5 episodi.
La guerra ibrida
S’intitola “Russia’s UAV campaign over Europe” il report di 38 pagine elaborato dall’International Institute for Strategic Studies, tra i più stimati think tank che si occupano di analisi strategiche e militari con esperienza pluridecennale.
Tre analisti – Charlie Edwards, Rex Fox O’Loughlin, Louis Bern – hanno esaminato gli archivi delle varie polizie e i report delle intelligence europee e hanno analizzato cosa è successo nel vecchio continente tra agosto 2024, cinque mesi dopo l’inizio dell’invasione russa in Ucraina, e hanno unito i puntini delle decine di fatti anomali accaduti nei cieli europei fino a febbraio scorso.
La guerra ibrida è multiforme, usa varie armi e colpisce distinti obiettivi. Ci sono i siti di informazione farlocchi, le influencer, i bot Farm che cercano di spostare l’opinione pubblica (è il caso di Ceuta come documentato dall’agenzia francese; è successo per le elezioni in Bulgaria) come ha alla fine ammesso anche il vicepremier Tajani accendendo i fari sulle elezioni politiche italiane. Ci sono i droni che monitorano e studiano le nostre difese. L’obiettivo è lo stesso: dividere e indebolire l’Europa.
IISS ha preso in esame questo aspetto della guerra ibrida, forse la più subdola e pericolosa. E quello che ne viene fuori (lo studio è disponibile sul web) è agghiacciante. Per cui fa specie che un “militare” come Roberto Vannacci ironizzi sui “cosacchi” in giro per l’Europa e pubblichi card e meme con se stesso vestito da cosacco.
Le petroliere della flotta fantasma
La dinamica spiegata dal Rapporto è a suo modo “semplice”: una delle circa 1300 petroliere appartenenti alla flotta fantasma russa che «nel febbraio 2026 – si legge nel rapporto – trasportavano circa il 70% delle esportazioni clandestine russe di greggio via mare», si avvicina alle coste europee. A quel punto si “spegne”, azzera i radar, o comunque falsifica il transponder (il meccanismo che riceve e trasmette segnali circa la presenza della nave). Da quella stessa nave partono uno o più droni che entrano dove non dovrebbero entrare.
I governi europei singolarmente interessati al sorvolo devono decidere cosa fare rispetto a quell’oggetto volante senza pilota ma potenzialmente armato e quindi offensivo: se è davvero un drone, chi lo ha mandato, chi è autorizzato a fermarlo e se conviene fermarlo.
In quelle ore caccia, jammer, polizie, aeroporti reagiscono e così facendo producono informazioni preziosissime sulla difesa europea – mezzi, tecniche e tempi di reazione – utili per chi ha fatto alzare i droni. Cioè Mosca e i vari apparati legati al Cremlino come dimostrato dal fatto che la maggior parte di questi droni, si legge nel Rapporto, «è stata lanciata e recuperata da navi commerciali legate alla Russia e alla cosiddetta flotta ombra».
La prova arriva dall’incrocio di immagini satellitari che dimostrano come navi non identificate (perché hanno cancellato la propria identità elettronica) siano nei pressi delle località europee oggetto del sorvolo dei droni. Vengono così assunte migliaia di informazioni strategiche con il minimo sforzo.
I droni su Copenaghen
Il Rapporto fa una serie di esempi illuminanti. Il 22 settembre 2025, ad esempio, l’aeroporto di Copenaghen viene chiuso per circa quattro ore dopo l’avvistamento di tre droni. Lo scalo viene chiuso, migliaia di passeggeri bloccati. Nei giorni successivi altri droni vengono segnalati nei pressi di altri aeroporti civili come Aalborg, Billund, Esbjerg e Sonderborg.
Il punto è che Aalborg è anche una base dell’aeronautica danese. Un altro scalo – Skrydstrup – ha ospitato l’addestramento dei piloti ucraini sugli F-16. Altri avvistamenti hanno riguardato installazioni militari.
Le autorità danesi – citate nel Rapporto – dopo qualche giorno riscontrano che nelle acque internazionali nei pressi della Danimarca era in navigazione la Boracay, una petroliera della flotta ombra. Il 28 settembre unità francesi la intercettano al largo di Saint-Nazaire e a bordo trovano il capitano cinese ma soprattutto due russi che risultano pagati da Moran Security Group, società militare privata fondata da ex uomini dell’FSB, il servizio segreto una volta guidato da Putin.
La domanda che si fanno gli analisti è la seguente: le navi della flotta fantasma sono militarizzate da apparati russi e usate per lanciare droni a caccia di informazioni sensibili? Il riscontro è positivo. Del resto un drone Orlan-10 russo può operare fino a 500 km, ha un’autonomia di dodici ore e può viaggiare tra i 90 e i 130 km/h.
Il porto strategico della Nato
Andiamo al 3 gennaio 2025: venti grandi droni volano in formazione sopra il porto di Koge, una manciata di km da Copenhagen. Passano, sorvolano e se ne vanno. In tutto circa 30-40 minuti. Ora il problema è che Koge è stato nel 2022 il principale punto d’imbarco del più grande dispiegamento di militari danesi in partenza per il fianco est della Nato. Quel porto quindi è un “nodo” strategico del movimento mezzi e truppe verso il fianco orientale della Nato. Quello interessato da anni al movimento truppe russe sul lato della Bielorussia.
Ancora una volta gli investigatori danesi ed europei hanno trovato le prove di una nave della flotta fantasma. In quel periodo infatti l’Arctica navigava nelle acque internazionali al confine con la Danimarca mentre la petroliera Mulan si spostava tra Norvegia e Danimarca, acque dove è intensa la presenza di cavi sottomarini spesso oggetto di misteriosi incidenti. O sabotaggi?
La Germania nel mirino
La Germania è nel mirino. E questo prima ancora che ci fosse il salto di qualità del 4 agosto scorso. Quando i droni non si sono “limitati” a sorvolare ma sono stati piazzati armati nell’aeroporto di Lipsia. «Quei droni sono stati armati militarmente nel nostro territorio e questo è intollerabile» la denuncia di Ursula von der Leyen.
Le carte del Bundeskriminalamt citate nel Rapporto dell’IISS hanno contato nel 2025 1.072 “incidenti” (IISS solo 58) e il coinvolgimento di circa 1955 droni. Gli obiettivi dicono tutto: basi militari, industrie, porti e aeroporti.
Sei droni-spia hanno sorvolato tra novembre 2024 e marzo 2025 Ramstein, quartier generale delle forze aeree Usa in Europa e del Allied Air Command della Nato. Altri sorvoli hanno riguardato il Polo chimico della Basf e della Rheinmetall, azienda leader nella produzione di munizioni e mezzi tutti diretti all’Ucraina.
Le basi nucleari
Il Rapporto è ricco e vale la pena leggerlo. Tra il 20 e il 26 novembre 2024 droni “sofisticati” sorvolano in Gran Bretagna le basi Usa di Raf Fairford e Lakenheath, possibile sito di ricovero di armi nucleari americane. In Belgio nel novembre 2025 i droni entrano per tre notti consecutive nello spazio della base Kleine-Brogel dove sono custodite armi nucleari.
L’obiettivo, questa ed altre volte, è stato obbligare il nemico a reagire per “rubare” i segreti dei nostri sistemi di difesa e di reazione. Come in Francia quando cinque droni vengono avvistati sopra l’Ile Longue, la base bretone dei sottomarini nucleari francesi.
Trentotto pagine zeppe di documenti e riscontri. Altro che «ansia antirussa».































