3 Settembre 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

3 Set, 2026

Gas prezzo da record, effetto Hormuz: la Bce pronta ad alzare i tassi

Le tensioni nello Stretto di Hormuz spingono il gas europeo fino a 74,5 euro per megawattora. L’inflazione dell’Eurozona risale al 3,3% e i mercati danno ormai per quasi certo un nuovo rialzo dei tassi Bce a settembre


I mercati hanno ancora il fiato corto. E non è soltanto colpa delle Borse. A togliere ossigeno agli investitori ci pensa soprattutto il gas, tornato a correre come se l’inverno fosse già alle porte e il Medio Oriente avesse deciso di aggiungere benzina a una situazione energetica che sembrava finalmente sotto controllo.

In Europa il prezzo del gas ha raggiunto nel corso della giornata 74,5 euro per megawattora, il livello più alto dall’inizio del 2023. I future hanno poi chiuso a 73,44 euro, con un rialzo dell’1,7%. Un movimento che racconta bene l’umore dei mercati: basta che Hormuz scricchioli e il prezzo dell’energia ricomincia a salire.

Hormuz fa correre il prezzo del gas

Il problema è proprio lì, nello Stretto attraverso il quale passa circa un quinto del Gnl mondiale. Gli ultimi raid americani contro obiettivi in Iran e la rappresaglia di Teheran hanno trasformato una rotta marittima in una variabile impazzita dei mercati energetici. È una vecchia storia, ma nei mercati le vecchie storie funzionano sempre. Quando il petrolio e il gas cominciano a muoversi verso l’alto, gli investitori ricordano immediatamente l’inflazione. E quando ricordano l’inflazione, cominciano a guardare le banche centrali con un’attenzione molto meno benevola.

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Così anche il mercato del gas britannico è salito fino a 184 pence, il massimo degli ultimi 43 mesi. E la particolarità è che il rialzo arriva nonostante una domanda attesa più debole, anche per effetto della maggiore produzione eolica che riduce il ricorso alle centrali a gas. Il mercato, insomma, non sta comprando soltanto molecole: sta comprando soprattutto paura.

La Bce verso un nuovo rialzo dei tassi

Ed è qui che entra in scena Joachim Nagel, presidente della Bundesbank. Il suo messaggio è apparentemente rassicurante, ma contiene una dose abbondante di prudenza. Il rialzo dei tassi Bce dal 2,25% al 2,5% nella riunione del 10 settembre appare ormai praticamente scritto. I mercati gli attribuiscono una probabilità superiore al 95% e Nagel, senza bisogno di fare il profeta, conferma che gli operatori hanno capito bene la direzione di marcia.

Il problema comincia subito dopo. Perché il presidente della Bundesbank evita accuratamente di promettere altre strette. Dice che la Bce continuerà a procedere caso per caso, come ha fatto in passato. E soprattutto mette sul tavolo le parole che oggi contano più di qualsiasi calendario: petrolio e gas continuano a oscillare, i mercati finanziari sono molto volatili e l’incertezza è elevata.

L’inflazione risale al 3,3%

È la fotografia di una Banca centrale che si trova davanti a un paradosso. Da una parte l’inflazione torna a salire. Dall’altra, almeno per il momento, l’aumento dei prezzi energetici non sembra essersi trasformato in una nuova spirale generalizzata.

Ad agosto l’inflazione dell’Eurozona è salita infatti al 3,3%, dal 2,9% di luglio, riportandosi ai massimi dal settembre 2023. Il principale responsabile ha un nome preciso: energia. I prezzi energetici sono aumentati del 14,3%, contro il 10,3% di luglio. Ma sotto il cofano la macchina è meno surriscaldata di quanto suggerisca il numero generale. L’inflazione core è scesa al 2,4%, dal 2,5%, mentre quella dei servizi è arretrata al 3% dal 3,3%. Gli alimentari sono rimasti all’1,2%.

È una differenza tutt’altro che marginale. Significa che per ora il gas sta facendo danni soprattutto dove il conto arriva direttamente dalla bolletta energetica, senza ancora trasformarsi in un contagio generalizzato di beni e servizi. È esattamente la differenza che separa uno shock energetico da una nuova crisi inflazionistica.

Il gas torna al centro dell’economia europea

La Bce lo sa bene. E anche per questo la sua reazione quest’anno è stata più misurata rispetto al 2021-22. Allora non c’era soltanto l’energia. C’erano le catene di approvvigionamento inceppate dalla pandemia, la domanda esplosa dopo i lockdown e il massiccio sostegno dei governi. Oggi il motore dell’inflazione sembra avere un cilindro quasi unico: l’energia.

Ma proprio per questo il gas diventa ancora più importante. E i mercati, che hanno poca pazienza e moltissima memoria, cominciano già a comportarsi di conseguenza. Il rialzo dei tassi di settembre è ormai incorporato nei prezzi. Ma gli operatori vedono anche altre due strette entro febbraio e giugno 2027.

Sul dopo cala la nebbia

Il calendario, dunque, è già scritto nelle quotazioni. Quello che nessuno riesce ancora a scrivere è il finale. Perché tutto dipenderà da quanto durerà la crisi energetica. Nel frattempo, però, i mercati non aspettano che il temporale finisca. Si coprono.

Ed è questa la ragione per cui le Borse restano deboli e il nervosismo continua a serpeggiare. Il gas è diventato ancora una volta il filo elettrico dell’economia europea. Basta sfiorarlo perché tutto il quadro cambi.

Nagel lo sa. E infatti non promette nulla oltre settembre. La Bce alzerà i tassi. Sul dopo, invece, cala la nebbia. E quando sul mercato dell’energia soffia il vento di Hormuz, è meglio non fingere di vedere troppo lontano.

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