L’allarme sulle possibili interferenze russe riapre una questione delicata: come proteggere la democrazia senza controllare il pensiero
Da Wicklow, in Irlanda, alla riunione informale dei ministri degli Esteri dell’Ue, il ministro Antonio Tajani ha detto, rispondendo ai giornalisti, di considerare possibile che la Russia tenti di interferire nelle «libere elezioni democratiche» dei Paesi dell’Unione, compresa l’Italia. E ha aggiunto che bisogna intervenire «in anticipo».
Ma che cosa significa, precisamente, «in anticipo»? Tajani non ce lo ha spiegato, eppure l’allarme non è ipotetico, né fantapolitico.
Il rapporto 2026 dell’EEAS (Servizio europeo per l’azione esterna) individua nelle elezioni uno degli obiettivi prioritari delle operazioni russe di manipolazione informativa, descrivendone il modello.
Come funziona questo modello? Più o meno così: mesi prima del voto si parte con la delegittimazione dei leader ostili agli interessi russi, durante la campagna si sfruttano le fratture interne – l’immigrazione, la guerra, il costo dell’energia, la paura, la sfiducia nelle élite -, e nelle ultime settimane si procede con l’attacco alla credibilità stessa del procedimento elettorale. In altre parole, il metodo consiste nell’esasperare polarizzazioni già esistenti, nel trovare cioè una crepa reale all’interno della società e dell’opinione pubblica e, una volta individuata, allargarla.
L’allarme di Calenda
In verità l’allarme era stato lanciato, prima di Tajani, da Carlo Calenda, che il 30 aprile dello scorso anno, con Marco Lombardo, ha presentato due ddl, uno sull’integrità del processo elettorale dalle ingerenze straniere e uno sull’istituzione di uno «scudo democratico». Quest’ultimo prevede un ruolo centrale di Agcom, obblighi informativi anche per il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza e il monitoraggio delle piattaforme con contrassegni per i contenuti «in fase di verifica», e persino la revisione preventiva dei contenuti di un utente (a tutt’oggi, però, l’esame parlamentare non è ancora iniziato).
Calenda, poi, è tornato due volte sull’argomento quest’estate, la prima affermando che lo scudo dovrebbe rafforzare la capacità dei servizi di «tracciare flussi di denaro o attività anomale da parte di attori stranieri», e successivamente dando vita con Pina Picierno all’iniziativa «Stop alla propaganda russa in Italia».
Calenda, dunque, ha individuato il metodo giusto – ovvero monitorare soldi, strutture e operazioni straniere – ma ciò non toglie che ricorrere a una legge per classificare ufficialmente ciò che è opinione, ciò che è vero e ciò che è disinformazione, significa procedere su un terreno assai scivoloso, poiché il discrimine tra la sacrosanta repressione dell’interferenza e la regolazione del pensiero politico è molto labile. A dimostrarlo è anche il caso Vannacci, che lo stesso Calenda aveva sollevato a giugno, chiedendo provocatoriamente se il leader di Futuro Nazionale o Di Battista fossero finanziati dalla Russia, e che proprio ieri ha rilanciato il Financial Times, dedicando al generale un’analisi il cui titolo lo presenta come un «cavallo di Troia della Russia». Ma un conto è lanciare accuse e provocazioni, un altro è, come ha risposto Tajani, interrogato sul punto, «provare quello che si dice».
Il caso Vannacci
Vannacci può sostenere l’abolizione delle sanzioni, un riavvicinamento a Mosca, la fine degli aiuti all’Ucraina e una politica estera gradita al Cremlino. Tutto questo è politicamente contestabile, perfino deprecabile, ma non dimostra, di per sé, un’interferenza. Per farlo non basta una legge, servono intelligence e capacità investigative, ma anche garanzie che impediscano di confondere la difesa della democrazia con la censura.
E dunque? Tajani dice, sibillinamente o fin troppo genericamente, che bisogna «intervenire in anticipo». Bene. A questo punto gli si dovrebbe chiedere come intenda farlo, con quale programma preciso. Chi coordinerà la difesa delle prossime politiche? Francia e Svezia, ad esempio, hanno già predisposto, con modelli diversi, strutture specifiche per la protezione delle elezioni dalle interferenze straniere. Noi non ancora.
Quando sarà pubblicata una valutazione del rischio e un protocollo che indichi quali Paesi e quali strumenti possono tentare di intervenire, quali infrastrutture sono più vulnerabili, quali scenari sono considerati plausibili? Come intende il governo utilizzare e rendere effettivi gli strumenti già esistenti per obbligare le piattaforme alla trasparenza operativa, in modo da chiedere a Meta o TikTok di rendere visibili i meccanismi attraverso i quali un contenuto viene artificialmente amplificato?
La protezione dei partiti dalle interferenze
E ancora: saranno coinvolti tutti i partiti con una struttura antinterferenza che preveda una formazione sui tentativi di infiltrazione, sul phishing, sui finanziamenti sospetti, i deepfake e i contatti con emissari stranieri (la Svezia, ancora una volta, lo sta facendo con tutti i partiti rappresentati in Parlamento) o si pensa di proteggere solo il governo per controllare l’opposizione?
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Come verranno seguiti i flussi economici stranieri – finanziamenti, campagne pubblicitarie, società di consulenza, eventi, viaggi, produzione di contenuti, sponsorizzazioni e intermediari – e, più in generale, quei canali culturali e associativi che possono diventare strumenti di influenza, come mostrano le controversie sorte attorno alla Casa Russa di Roma e alla presenza russa alla Biennale di Venezia? Chi deciderà quando un’operazione può essere attribuita a Mosca e quali contrappesi impediranno al governo di trasformare la lotta all’interferenza in lotta contro le opinioni sgradite?
È questo, infatti, il vero punto della questione: lo «scudo democratico» dovrebbe concentrarsi molto più sul controllo di soldi, reti, algoritmi e apparati che sulla verità delle singole opinioni. Lo Stato sarà capace di farlo?


































