3 Settembre 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

2 Set, 2026

Legge elettorale, il ballottaggio perde quota: la parola all’Aula

Le resistenze di Forza Italia e Lega fanno perdere quota all’ipotesi di inserimento del ballottaggio nella nuova legge elettorale: sul punto si pronuncerà direttamente il Senato quando sarà chiamato a vagliare l’emendamento presentato da Pera (FdI)


Dopo tutto questo gran vociferare sull’opportunità per la maggioranza di reintrodurre il ballottaggio nella nuova legge elettorale, alla fine l’emendamento depositato è uno solo e ormai è dato per scontato che la partita sulle modifiche allo Stabilicum si giocherà direttamente in assemblea. Il provvedimento approderà in aula al Senato il 9 settembre e, salvo incidenti di percorso, da calendario sarà approvato in via definitiva il 15 del mese corrente.

Forza Italia dice no

Ieri, nell’ultima giornata per depositare gli emendamenti in Commissione Affari Costituzionali, all’ultimo minuto Forza Italia ha deciso di far saltare tutto, sebbene in precedenza dagli azzurri non fossero arrivati segnali di dichiarata ostilità a questa proposta di modifica. Anzi, dopo che Marcello Pera (FdI) aveva annunciato di avere depositato a sua firma un emendamento dedicato al ballottaggio, strumento in cui l’ex presidente del Senato ha sempre creduto tantissimo a livello personale, gli azzurri si erano messi al lavoro per fare altrettanto, ma poi invece hanno cambiato idea. Stefania Craxi, capogruppo al Senato, però avverte: «Su una materia così strategica è necessario privilegiare il dialogo nella coalizione e la ricerca di soluzioni condivise».

L’altolà della Lega

È certamente vero che lo schema dell’emendamento, con sbarramento al 40% per accedere al secondo turno, non piaceva a molti, ma soprattutto non piaceva alla Lega, sia perché secondo il Carroccio far tornare alle urne l’elettorato leghista una seconda volta, dopo il primo turno, è sempre piuttosto complicato, e sia perché una legge elettorale con il doppio turno avrebbe avuto l’effetto potenziale di diminuire l’importanza di quel tanto strombazzato “voto utile” da esercitare al primo turno da parte dell’elettorato che sostiene la maggioranza. La Lega ha quindi intimato lo stop: troppo rischioso per il Carroccio andare al ballottaggio per cercare di recuperare al secondo turno i voti destinati a Futuro Nazionale.

La posizione del Pd

Un po’ diverso il giudizio del vicepresidente della Commissione Affari Costituzionali, Dario Parrini del Pd, ricordando quanto accaduto con la prima stesura dello Stabilicum: «Alla Camera la destra aveva eliminato il doppio turno dal testo perché la ministra Casellati aveva detto che i costituzionalisti lo avevano criticato». Un’ipotesi che invece, in questi ultimi giorni, era tornata in voga perché, secondo le ultime rilevazioni sulle intenzioni di voto, per la coalizione di maggioranza sembrerebbe quasi impossibile raggiungere il 42% al primo turno, necessario per aggiudicarsi il premio di governabilità, un tesoretto che vale ben 70 deputati e 35 senatori in più.

L’appello bipartisan

«Siamo molti a pensare che il ballottaggio sia una cosa da discutere seriamente per due motivi: ci sarebbe un vincitore scelto dal voto dei cittadini, ricatti e condizionamenti di forze estremiste peserebbero molto meno. Un bene per il Paese con qualunque schieramento risultasse vincente. Per questo abbiamo apprezzato l’appello bipartisan di circa trecento personalità democratiche e progressiste in favore di questa ipotesi» scrivono in una nota alcuni ex parlamentari dem come Castagnetti, Parisi, Andreatta e membri della Direzione Pd come Fassino, Gori, Mancina, Pezzopane e Montanari. E anche costituzionalisti, tra i quali Ceccanti e Clementi. «Questa destra ha una concezione proprietaria del confronto parlamentare e pensa di confezionarsi i sistemi elettorali a proprio uso e consumo. Ma per non “inquinare” il tema alto del ballottaggio in mezzo a questo cinismo, combatteremo una battaglia limpida insieme all’opposizione» aggiungono i senatori Pd Bazoli, Verini e Zampa.

L’affondo del M5S

«La legge elettorale per la destra cambia ogni volta che cambiano i sondaggi, mentre le regole della democrazia devono rimanere neutrali» riassume il capogruppo dem al Senato Francesco Boccia, durante la conferenza stampa delle opposizioni per presentare gli emendamenti unitari al testo. Gli fa eco il presidente dei senatori M5s Luca Pirondini: «Il governo ha paura di perdere le elezioni e quindi tenta di cucirsi addosso il sistema di voto. Da un lato hanno lo spauracchio Vannacci e dall’altro l’obiettivo di arrivare alla loro festa a Bari il 4 settembre cercando di evitare che Tajani e Salvini si mandino pubblicamente a quel paese».

Le priorità

«È normale che a settembre il Parlamento si ritrovi a discutere della legge elettorale, anziché del gasolio che sfiora i tre euro o di quanto costa il ritorno a scuola alle famiglie, con il caro-libri che ha fatto segnare picchi fino a 1.300 euro? Si sono chiusi a casa della Meloni non per discutere di questo, ma per parlare di listini, premi e ballottaggio, litigando su tutto. Il loro unico collante è quello di rimanere imbullonati alla poltrona» conclude Pirondini.

Il “taglia-cespugli”

I principali emendamenti depositati dal centrodestra in Commissione sono quindi due: quello che rivede la norma del “taglia-cespugli”, prevedendo che al calcolo dei voti di coalizione contribuisca soltanto il primo partito sotto la soglia del 3%; nonché quello che modifica il reinserimento delle preferenze (se ne potranno votare tre, oltre al capolista) con l’alternanza di genere (ad esclusione dei capolista). Il centrodestra, quindi, ha scelto di non imporre più il 60/40 sui capilista, mantenendo però l’alternanza di genere nel meccanismo delle liste per il premio di governabilità.

Lo scontro su preferenze e parità di genere

Ma è proprio questo il punto sul quale le opposizioni insorgono, andando all’attacco di Giorgia Meloni. «C’è un centrosinistra unito che condivide una proposta unitaria accogliendo le battaglie storiche di Iv su preferenze e parità di genere. Con l’emendamento unitario, a prima firma Paita-Musolino, chiediamo che nelle candidature, sia delle liste uninominali che plurinominali, la parità di genere sia piena, con un rapporto fra uomini e donne al 50%». Così le senatrici di Iv, Raffaella Paita, capogruppo al Senato, e Dafne Musolino, capogruppo in Commissione Affari Costituzionali. «Meloni non vuole le donne nelle istituzioni: cancellare il vincolo di equilibrio di genere sui capilista significa non volerci nelle istituzioni. È un arretramento che non possiamo accettare» l’affondo di Chiara Gribaudo, vicepresidente del Pd.

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