C’è un senso dell’umorismo a Viale Mazzini che meriterebbe una cattedra universitaria. Proprio mentre si avvicina l’inizio dell’anno scolastico, con milioni di studenti pronti a tornare sui banchi, la Rai decide di spegnere il canale che della scuola portava perfino il nome. Dal primo ottobre, sul 57 del digitale terrestre, Rai Scuola non ci sarà più. Al suo posto arriverà “Italiana”, un nuovo canale dedicato al racconto dell’identità italiana e dei suoi territori. Che la nostra scuola abbia bisogno di identità è possibile. Che per trovarla si debba togliere di mezzo Rai Scuola è un ragionamento un po’ più difficile da seguire. Nel catalogo del servizio pubblico non era esattamente un programma chiamato a inseguire l’Auditel come un concorrente di un talent. Era, o avrebbe dovuto essere, una di quei canali tematici che giustificano l’esistenza stessa di una tv pubblica: informare, divulgare, educare, raggiungere anche pubblici piccoli. E invece, sorpresa: l’Auditel è arrivato anche in classe.
Cosa cambia dal primo ottobre
La Rai si affanna a spiegare che non si tratta di una chiusura. «Non è prevista alcuna cancellazione dell’offerta editoriale di Rai Scuola», dice la nota aziendale. I contenuti saranno preservati e valorizzati attraverso nuove modalità di distribuzione e una presenza più forte su RaiPlay. Rai Scuola non muore: cambia casa, sostiene il vertice Rai . Solo che il canale 57 viene spento. Come dire: non chiude, semplicemente si tolgono l’edificio, l’ingresso e la targa, invitando gli studenti a cercarla altrove.
I numeri dietro la decisione
La spiegazione è nei numeri. Lo share medio è stato dello 0,14% nel 2024, dello 0,13% nel 2025 e attorno allo 0,09-0,10% nei primi mesi del 2026. Troppo poco, sostiene la Rai, per continuare a puntare sulla televisione lineare. Le nuove generazioni stanno altrove: on demand, piattaforme, social, RaiPlay. Argomento persino sensato. Se non fosse che il servizio pubblico dovrebbe forse chiedersi perché, dopo anni di riduzione delle produzioni e di crescente ricorso alle repliche, un canale educativo abbia finito per parlare sempre meno a quelli che avrebbe dovuto raggiungere. Prima si svuota la classe, poi ci si chiede perché gli alunni non vengono più.
Il ruolo di Rai Scuola durante la pandemia
Eppure Rai Scuola ha dimostrato di saper essere utile quando il Paese ne aveva bisogno. Durante il Covid, mentre scuole e università erano chiuse e studenti e insegnanti confinati davanti a uno schermo, quel canale diventò una sorta di aula pubblica. Ora, però, la campanella suona e qualcuno stacca la spina.
Le proteste della politica e il precedente del 2020
Il consigliere di amministrazione Roberto Natale denuncia il «colpevole silenzio» dell’azienda e ricorda che il progetto illustrato in Cda il 18 giugno era più articolato. Si parlava del superamento del modello lineare e della costruzione di una piattaforma digitale con percorsi dedicati alle materie e ai diversi ordini scolastici. Ma tra il progetto discusso e il canale che sparisce dal telecomando c’è una distanza che la nota di Viale Mazzini riempie di parole, non ancora di certezze. Il Movimento 5 Stelle è già passato all’attacco. La presidente della commissione di Vigilanza Rai, Barbara Floridia, denuncia l’ennesimo colpo inferto al servizio pubblico. Il Pd, con Stefano Graziano e altri deputati dem, ha presentato un’interrogazione al governo. Tutto giusto. Ma la politica, quando si indigna davanti allo specchio, dovrebbe ogni tanto controllare l’album delle fotografie. Perché nel 2020, quando a Palazzo Chigi c’era un governo sostenuto dal centrosinistra, un piano di spending review discusso in Rai ipotizzò la chiusura o l’accorpamento di canali come Rai Storia e Rai Sport. A rendere pubblica quella prospettiva fu Michele Anzaldi. Partirono proteste e petizioni, poi arrivò la smentita e Rai Storia restò dov’era.
Contro la chiusura di Rai Scuola è partita una petizione. In un clima già avvelenato si raccolgono firme (già 36 mila). Da mesi la Rai è attraversata da polemiche per programmi cancellati, ridimensionati o messi in discussione. I casi di Geppi Cucciari e Pietrangelo Buttafuoco sono diventati, ciascuno a modo suo, simboli di una battaglia più ampia: chi resta, chi va e soprattutto chi decide. In questo risiko permanente il servizio pubblico rischia di diventare la prima vittima.
La lezione del maestro Manzi, oggi
Basterebbe allora non andare troppo indietro nel tempo per ricordare che cosa è stata la televisione pubblica quando ha deciso davvero di fare il proprio mestiere. Non è mai troppo tardi, le lezioni del maestro Alberto Manzi, entravano nelle case di un’Italia che aveva ancora un enorme problema di analfabetismo. Con una lavagna, un gessetto e una straordinaria capacità di spiegare, Manzi contribuì a rendere il Paese meno analfabeta. Oggi nessuno pretende di riportare il maestro Manzi davanti alla lavagna. Il mondo è cambiato e gli studenti hanno in tasca strumenti che allora sembravano fantascienza. Ma spegnere anche quel segnale, proprio mentre si celebra l’identità italiana, non sembra il modo migliore per affrontarlo. Ieri la Rai provava a insegnare agli italiani a leggere. Oggi che è meglio cambiare canale.






























