Sotto la facciata unitaria del campo largo, cresce nel Pd la sintonia con Conte: un sondaggio lo dà al 43% in un’ipotetica primaria contro Schlein, e Speranza avverte del rischio di un “clamoroso autogol”.
Il «partito di Conte» nel Pd ufficialmente non esiste. E soprattutto, almeno per ora, nessun dirigente democratico ha ipotizzato di voltare le spalle a Elly Schlein per sostenere Giuseppe Conte in un’eventuale sfida per la leadership del campo largo. Ma sotto la superficie la questione esiste eccome. Perché se il Pd resta compatto attorno alla sua segretaria, una parte del suo mondo politico ed elettorale guarda alle posizioni del leader del Movimento 5 Stelle con una sintonia che su alcuni dossier, a cominciare dalla guerra in Ucraina, appare persino maggiore rispetto a quella con la linea ufficiale dem.
Cosa lega Conte a una parte dell’elettorato Pd
È qui che il dibattito sulle primarie smette di essere soltanto una discussione sul metodo con cui scegliere il candidato premier e diventa una questione politica. Conte può pescare fuori dal perimetro dei Cinque Stelle, soprattutto nell’ala più radicale del centrosinistra, tra chi contesta il sostegno militare a Kiev e chiede una postura più nettamente pacifista. Un’area che attraversa anche il Pd e che negli anni ha trovato un punto di riferimento in Goffredo Bettini, storico teorico dell’alleanza strutturale tra democratici e Movimento. Fu proprio Bettini a indicare nel secondo governo Conte la possibile base di una nuova fisionomia del centrosinistra e a sostenere la necessità di inglobare stabilmente i Cinque Stelle nell’area progressista.
Non significa che Bettini o altri dirigenti dem siano pronti a schierarsi contro Schlein. Il punto è un altro: nel Pd esiste una sensibilità politica che su ecologismo, rapporto con l’establishment europeo e soprattutto guerra in Ucraina si sovrappone in parte a quella grillina. Lo stesso Bettini ha sostenuto Schlein al congresso del 2023, ma ritiene da tempo che il Pd possa recuperare una parte del proprio elettorato anche facendo proprie alcune battaglie care ai Cinque Stelle.
Perché Speranza teme le primarie
È anche per questo che le eventuali primarie preoccupano Roberto Speranza. L’ex ministro, intervistato dal Corriere della Sera, le definisce «un errore politico» e vede «il rischio di un clamoroso autogol». La sua non è una candidatura alternativa né un’apertura a Conte: alla domanda se nel Pd esista un partito pronto a votare il leader M5S, la risposta è categorica: «No. Il Pd è tutto con la sua segretaria». E proprio a Schlein riconosce di avere «tutte le carte in regola» per sfidare Giorgia Meloni.
Il problema, per Speranza, è quello che potrebbe accadere il giorno dopo. Una competizione Schlein-Conte costringerebbe due partiti che stanno faticosamente costruendo un’alternativa comune a misurarsi l’uno contro l’altro. E gli elettori dello sconfitto potrebbero non seguire automaticamente il vincitore alle politiche. «C’è un rischio oggettivo di ridurre il livello di mobilitazione», avverte l’ex ministro, ricordando l’errore del 2022 che consegnò alla destra una larga maggioranza parlamentare. Nessuna apertura neppure all’ipotesi di un terzo nome, come Silvia Salis: per Speranza non ci sono «né i tempi, né lo spazio».
Il sondaggio Piepoli: Conte al 43%, Schlein al 36%
Eppure la discussione è ormai partita. A rendere il quadro più complicato c’è proprio la capacità di Conte di parlare a un pezzo dell’elettorato democratico. Un sondaggio dell’Istituto Piepoli riportato nei giorni scorsi assegna al leader M5S il 43 per cento in un’ipotetica primaria contro il 36 di Schlein e stima che circa un quarto degli elettori Pd potrebbe scegliere l’ex premier. Numeri da prendere per quello che sono, una fotografia molto anticipata di una competizione che ancora non esiste, ma sufficienti a spiegare perché il tema agiti il centrosinistra.
Intanto il campo largo continua a mostrarsi insieme. Alla Festa del Pd di Bologna arriveranno Conte, Matteo Renzi, Nicola Fratoianni e Riccardo Magi, prima della chiusura affidata a Schlein il 20 settembre. Quasi una fotografia della coalizione che i democratici vorrebbero portare alle prossime politiche.






























