6 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

6 Ago, 2026

Francesco Guccini, addio all’ultimo gigante della canzone d’autore

Francesco Guccini

Cantautore, scrittore e poeta delle radici, della politica, dell’amicizia e del tempo che passa. Con Francesco Guccini scompare uno degli autori più grandi e irripetibili della cultura italiana


Era nato il 14 giugno a Modena, quattro giorni dopo l’entrata dell’Italia nella seconda Guerra mondiale, nel 1940. Francesco Guccini è morto oggi, nel più caldo 6 agosto della storia. Questa mattina a Pavana, circondato dall’affetto della moglie Raffaella, della figlia Teresa e dei familiari si è spento, a 86 anni. Con lui una bellissima storia oggi diventa per sempre. La musica, la poesia, le note, l’arte.

La famiglia ha detto che “nel rispetto delle sue volontà, le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata”. Ha inoltre chiesto che questo momento di dolore sia vissuto nel massimo riserbo, ringraziando fin da ora tutti coloro che vorranno condividere il lutto “con affetto, discrezione e rispetto”. Una cerimonia commemorativa si terrà a settembre, i dettagli saranno comunicati, non ora, non ancora.

Un «burattinaio di parole»

Guccini. Un nome e quello sguardo serio che si spezzava in un sorriso, accogliente, ironico, senza barriere. Ha scritto e narrato un’Italia che nelle sue canzoni ritrovava radici e sconfitte, illusioni politiche, amicizie perdute. Un poeta del tempo che passa e che non passa mai, torna, si muove, balla, parla.

Un «burattinaio di parole» si era definito in una sua canzone, capace di portare nella musica popolare Dante e Leopardi, l’anarchia e la provincia, Bisanzio e la via Emilia, l’Olocausto, la Resistenza, i bar di Bologna e le montagne dell’Appennino.

Guccini ha raccontato il Novecento italiano attraverso ballate lunghe, parole antiche, personaggi marginali, domande senza risposta e una voce profonda, solo sua, riconoscibile e riconosciuta. Ha cantato per più generazioni senza mai inseguire una moda. Sempre diffidente verso l’industria dello spettacolo.

L’infanzia tra Modena e Pàvana

Quando nasce nel 1940, il padre Ferruccio viene chiamato alle armi e, dopo l’8 settembre, internato in Germania per essersi rifiutato di giurare fedeltà alla Repubblica sociale italiana e ai nazisti.

Il piccolo Francesco si trasferìsce con la madre dai nonni paterni a Pàvana, sull’Appennino tosco-emiliano. Quel paese di montagna diventa poi il centro geografico e sentimentale della sua opera: il luogo delle origini, della memoria familiare e di una civiltà contadina destinata a scomparire. A Pàvana dedica romanzi, racconti e canzoni, da Radici ad Amerigo.

Dopo la guerra torna a Modena. La città dell’adolescenza, amata meno della montagna, la «piccola città, bastardo posto» di una delle sue canzoni più celebri. Frequenta l’istituto magistrale Carlo Sigonio, inizia a suonare la chitarra. E comincia a trasformare le storie quotidiane in melodie, in arte le insofferenze e dubbi. La vita, a cantarla.

Da cronista a cantautore

Prima della musica c’è anche il giornalismo. Guccini lavora per due anni alla Gazzetta di Modena, occupandosi soprattutto di cronaca giudiziaria. Ricorda quella esperienza come «massacrante»: dodici ore al giorno per ventimila lire al mese. Tra gli incontri decisivi quello con Domenico Modugno, che intervista nel 1960. Grazie a lui lascia un primo rock’n’roll per scrivere le prime canzoni da autore.

Suona nelle balere con diverse formazioni, dagli Hurricanes agli Snakers fino ai Gatti, accompagnando anche Nunzio Gallo durante alcuni spettacoli in Svizzera. Nel frattempo scrive brani per altri: i Nomadi e l’Équipe 84, soprattutto.

L’incontro con la tradizione dei Cantacronache e la scoperta di Bob Dylan sono fondamentali. Nascono Auschwitz, Noi non ci saremo, L’antisociale e poi Dio è morto, censurata dalla Rai ma trasmessa da Radio Vaticana.

Una canzone che piace moltissimo papa Paolo VI che comprende il profondo messaggio spirituale e la critica al consumismo.

«Dio è morto» e il debutto

Il primo album, Folk beat n. 1, esce nel 1967 e vende pochissimo. Conteneva però già tutto il Guccini che sarebbe venuto dopo: la guerra, l’Olocausto, il suicidio, il disagio sociale, la morte e una forma italiana di talking blues. Nello stesso anno arriva il debutto televisivo, nella trasmissione Diamoci del tu di Giorgio Gaber e Caterina Caselli, dove canta Auschwitz.

La notorietà arriva piano, gentilmente. Guccini non aveva il fisico, la voce o l’atteggiamento della popstar. Sul palco parlava a lungo, raccontava storie, beveva vino, scherzava con il pubblico e spesso sembrava voler ritardare il momento in cui avrebbe dovuto cominciare davvero a cantare.

I concerti diventano spettacoli teatrali, lunghi dialoghi collettivi, con introduzioni che durano quanto le canzoni. Il pubblico lo assorbe, ne diventa parte, lo ama.

La rivoluzione di Radici

La svolta arriva nel 1972 con Radici, uno dei dischi fondamentali della canzone italiana. Dentro ci sono La locomotiva, Incontro, Piccola città, Il vecchio e il bambino, Canzone dei dodici mesi e La canzone della bambina portoghese.

La locomotiva, ispirata alla storia vera dell’anarchico Pietro Rigosi, diventa un inno alla libertà, alla giustizia sociale e alla rivolta. Per decenni Guccini chiude i concerti con quella ballata lunghissima, cantata dal pubblico parola per parola.

Ma Radici non è soltanto politica. È memoria, famiglia, nostalgia e ricerca delle origini. La copertina con i parenti nel cortile della vecchia casa di Pàvana. La storia privata in racconto di tutti, la provincia diventa l’universo.

L’Avvelenata e Via Paolo Fabbri 43

Dopo il difficile Stanze di vita quotidiana, attaccato duramente da una parte della critica, Guccini risponde nel 1976 con L’Avvelenata. Requisitoria ironica e rabbiosa contro critici, discografici, pubblico e contro la stessa immagine del cantautore impegnato.

«Però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni», canta. Rifiuta il ruolo di profeta che molti vogliono attribuirgli.

Il brano contenuto in Via Paolo Fabbri 43, è il suo grande successo commerciale. Il titolo è l’indirizzo della casa bolognese dove viveva e dove passano musicisti, poeti, amici, studenti. Nel disco ci sono anche Il pensionato e Canzone quasi d’amore.

Guccini ha un suo linguaggio, da gattaccio, colto e popolare, letterario e da osteria. Ci sono manate di Borges, Barthes, Leopardi, Gozzano e Dylan. Ci sono bestemmie, dialetto, vino, nebbia e interminabili discussioni tra amici.

Eskimo, Amerigo e la generazione sconfitta

Nel 1978 esce Amerigo. La storia di un prozio emigrato negli Stati Uniti, la povertà e il sogno americano osservato da chi era rimasto sull’Appennino. Nello stesso album c’era Eskimo, autobiografia sentimentale e politica di una generazione. Il cappotto indossato dai ragazzi della sinistra, le manifestazioni, le speranze rivoluzionarie e la fine di una storia d’amore.

Guccini cantava la politica passandola tra le mani della sua vita. Non celebrava mai una generazione senza mostrarne anche le contraddizioni, la retorica e le sconfitte.

Bologna, Bisanzio e i viaggi impossibili

Negli anni Ottanta arrivarono Metropolis, Guccini, Signora Bovary e il grande live Fra la via Emilia e il West. Le città diventano luoghi simbolo. Bologna, Venezia, Milano, Bisanzio. Il viaggio non spostamento ma ricerca. Fallimento e impossibilità di sfuggire a sé stessi.

Bisanzio, ambientata nell’epoca di Giustiniano, racconta la decadenza di una civiltà al confine tra due epoche. Autogrill trasforma un incontro mancato in una delle più delicate canzoni d’amore italiane. Scirocco parla di una separazione, il vento e Bologna. Un fotogramma di un film.

Nel 1984 il concerto di piazza Maggiore riunisce intorno a Guccini Giorgio Gaber, Paolo Conte, Lucio Dalla, Roberto Vecchioni, i Nomadi e l’Équipe 84.

Le domande consuete e il tempo che passa

Negli anni Novanta Guccini continua a interrogarsi sul tempo, sull’amore e sull’identità. Quello che non, Parnassius Guccinii, D’amore di morte e di altre sciocchezze e Stagioni contengono alcune delle sue canzoni più amate: Canzone delle domande consuete, Farewell, Cirano, Vorrei, Quattro stracci, Stelle e Addio.

Il pubblico, invece di invecchiare con lui, continua a rinnovarsi. Migliaia di ragazzi riempiono i palasport. Tre generazioni. Lo seguono senza che lui debba adattarsi, se ne stupisce perfino, Guccini, davanti a tanti ragazzi, stretti stretti ai suoi concerti.

Il ritiro e l’ultima Thule

Nel 2012 pubblica L’ultima Thule, registrato nel mulino di Pàvana. Dopo quel disco annuncia che non avrebbe più inciso album di nuove canzoni e non sarebbe più tornato in tournée.

Non smette però di cantare. Partecipa a progetti di amici, torna sulle canzoni della tradizione popolare e pubblica Canzoni da intorto e Canzoni da osteria. Nel 2024 incide anche due versioni di Bella ciao, una insieme a Tosca in italiano e in farsi.

Il ritiro dai concerti non è un addio alla parola. Da tempo Guccini aveva affiancato alla musica la vita da scrittore.

Il Guccini scrittore

Con Cròniche epafàniche, pubblicato nel 1989, trasforma di nuovo Pàvana in un letteratura. Seguono Vacca d’un cane e Cittanòva blues, che completano un’autobiografia in tre tempi: l’infanzia in montagna, l’adolescenza modenese e la scoperta di Bologna.

Scrive inoltre il Dizionario del dialetto di Pàvana e numerosi romanzi gialli insieme a Loriano Macchiavelli. Nasce il maresciallo Santovito e, più tardi, l’ispettore della Forestale Marco Gherardini, detto Poiana.

Guccini cerca per tutta la vita di salvare una lingua e, insieme alla lingua, il mondo a cui appartiene: quello degli ex contadini, degli emigranti, degli artigiani, degli anziani capaci di recitare Dante a memoria e improvvisare versi.

La politica senza appartenenze

Guccini è sempre stato identificato con la sinistra, ma è difficile dargli un’appartenenza politica precisa. Si definiva anarchico e socialista liberale. Aveva sostenuto il Psi, il Pds, i Ds e poi il Pd, senza risparmiare critiche ai partiti e ai leader del centrosinistra.

La politica attraversa molte delle sue canzoni: La locomotiva, Primavera di Praga, Piccola storia ignobile, Canzone per Silvia, Piazza Alimonda, Su in collina. Ma Guccini non vuole vedere le sue opere trasformate in manifesti.

La sua era soprattutto una posizione morale: stare dalla parte degli ultimi, diffidare del potere, conservare la memoria e non smettere di dubitare. Le sue canzoni hanno accompagnato manifestazioni, amori, partenze, sconfitte e funerali per quasi sessant’anni.

Il poeta che non voleva essere chiamato poeta

Guccini respingeva con ironia la definizione di poeta. Eppure i suoi testi sono entrati nelle scuole, nelle antologie e negli esami di maturità. Canzone per Piero fu proposta nel 2004 tra i materiali della prova sull’amicizia, accanto a Dante e Raffaello. Cantava il tempo perché sapeva che tutto sarebbe finito: le stagioni, le amicizie, gli amori, le ideologie, le osterie, i paesi e perfino le parole. Riusciva a salvarle sempre. Si è battutto tutta la vita, non è mai stato in silenzio. Ci lascia così tanto, il maestro che non voleva esserlo. Ci lascia a guardare l’orizzonte che anche lui guardava, domandandosi quanto restasse della notte prima di un’altra alba.

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