Il governo avvia l’esame del decreto di riordino della magistratura contabile. I magistrati chiedono tempo per valutarlo. Le opposizioni parlano di un tentativo di indebolire i controlli sui conti pubblici
La guerra delle toghe cambia uniforme. Dopo quella con la magistratura ordinaria, culminata in mesi di scontri sulla separazione delle carriere e archiviata con la sonora bocciatura referendaria della riforma costituzionale, il governo apre un nuovo fronte. Stavolta nel mirino finisce la magistratura contabile.
Ieri il Consiglio dei ministri ha avviato l’esame preliminare del decreto legislativo di riordino delle funzioni della Corte dei conti previsto dalla legge delega del gennaio scorso. E la reazione è stata immediata.
Da una parte le toghe contabili, pronte a dare battaglia. Dall’altra le opposizioni che parlano apertamente di un tentativo di addomesticare l’organo chiamato a vigilare sui soldi dei cittadini.
«La destra non vuole controlli, però vuole controllare il lavoro della magistratura», ha attaccato il capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra al Senato, Peppe De Cristofaro, definendo il provvedimento «più che una riorganizzazione, un commissariamento».
Per il Pd, Debora Serracchiani, Federico Gianassi, Alfredo Bazoli e Walter Verini denunciano invece «l’ennesima forzatura sui temi della giustizia e un nuovo attacco alla magistratura», accusando il governo di voler «svuotare la Corte dei conti di competenze, limitare i controlli e la vigilanza sull’utilizzo delle risorse pubbliche».
Parole che fotografano un clima da resa dei conti.
Il nodo del Ponte sullo Stretto
Perché la sensazione, neppure troppo nascosta, è che questa riforma arrivi nel momento meno neutrale possibile. Troppo fresca la bocciatura, da parte della Corte dei conti, di alcuni passaggi decisivi relativi al Ponte sullo Stretto di Messina. Una vicenda che il governo considera strategica e simbolica e sulla quale i magistrati contabili hanno osato fare ciò che la Costituzione affida loro: verificare la legittimità degli atti e la sostenibilità dei conti.
È proprio qui che nasce il sospetto. Ufficialmente nessuno parla di ritorsione. Ufficiosamente la coincidenza è troppo evidente per non alimentare interrogativi.
Del resto gli stessi magistrati hanno sentito il bisogno di affrontare l’argomento.
«Non vogliamo credere che ci sia alcun collegamento fra le vicende concrete che riguardano lo svolgimento delle nostre funzioni, nella specie la vicenda del Ponte sullo Stretto, dove però ci teniamo a precisare che i colleghi hanno doverosamente applicato le norme che impongono alla Corte dei conti la legittimità degli atti», ha spiegato Elena Papa, componente del direttivo dell’Associazione dei magistrati della Corte dei conti.
Una frase che, proprio perché nega ogni collegamento, finisce inevitabilmente per evocarlo.
Il presidente dell’Associazione magistrati della Corte dei conti, Donato Centrone, ha scelto invece la via della prudenza istituzionale, ma il messaggio al governo è altrettanto netto.
«Abbiamo ricevuto il testo soltanto ieri. Si tratta di decreti ad alto contenuto tecnico. È necessario meditarli e approfondirli adeguatamente. Un breve rinvio non inciderebbe sull’iter di approvazione».
Tradotto: fermatevi prima di riscrivere gli equilibri di una magistratura senza nemmeno consentire a chi dovrà applicare quelle norme di valutarne tutte le conseguenze.
Che cosa cambia con la riforma
Nel merito, il decreto ridisegna profondamente l’assetto della giustizia contabile.
Introduce la separazione tra funzioni requirenti e giudicanti, rafforza i poteri del procuratore generale, riduce l’autonomia delle procure regionali, limita il numero dei presidenti e attribuisce criteri di priorità nell’azione delle procure.
Un intervento che si inserisce nella più ampia riforma approvata con la legge delega 1 del 2026, la quale ha già modificato la disciplina della responsabilità amministrativa, ridefinito la nozione di colpa grave, ampliato le competenze consultive della Corte sui grandi investimenti del Pnrr, previsto coperture assicurative per il danno erariale e delegato il governo al riordino complessivo delle funzioni della magistratura contabile.
I timori sull’autonomia dei controlli
Palazzo Chigi parla di modernizzazione, efficienza e semplificazione. Ma il punto non è soltanto cosa cambia. È chi deciderà, domani, dove indirizzare le energie investigative della magistratura contabile. Quando un governo stabilisce le priorità di chi dovrebbe controllarlo.
La Corte dei conti è l’istituzione chiamata a verificare come vengono spesi miliardi di euro di risorse pubbliche, dal Pnrr agli appalti, dalle grandi opere ai bilanci degli enti locali. Ogni riduzione della sua autonomia produce inevitabilmente un arretramento della capacità dello Stato di difendere il denaro dei contribuenti.
Difficile ignorare la sequenza degli eventi. Prima la magistratura contabile mette sotto la lente il Ponte sullo Stretto, contestando aspetti decisivi dell’operazione. Poi arriva una riforma che concentra maggiormente il potere ai vertici, riduce gli spazi di autonomia territoriale e introduce meccanismi che, secondo le opposizioni e gli stessi magistrati, rischiano di rendere più permeabile la Corte alle indicazioni dell’esecutivo.
Forse è davvero solo una coincidenza. Forse no. Ma quando un potere dello Stato interviene sull’assetto dell’organo chiamato a controllare i conti, il dubbio non è un esercizio di malizia. È un dovere democratico.
Perché la vera posta in gioco non è il destino delle toghe contabili. È la libertà di dire a un governo, qualunque governo sia, che i numeri non tornano.































