L’autopsia dovrà chiarire le cause della morte di Abderrahim Fakir, 42 anni, durante l’intervento della polizia. Intanto la Procura apre il fascicolo con il nuovo modello previsto dal decreto Sicurezza
Ci sono 50 secondi che valgono più di qualsiasi slogan sulla sicurezza. Cinquanta secondi in cui un uomo grida: «Basta… aiuto… aiuto». Poi la voce si spegne. È l’agonia di Abderrahim Fakir, 42enne marocchino, morto domenica nel quartiere Pilastro di Bologna durante un intervento della polizia.
Un video girato da un residente mostra gli ultimi istanti di Fakir, a terra, in posizione prona, mentre due agenti cercano di immobilizzarlo. Le immagini raccontano una scena che colpisce per la sua durezza, ma non bastano da sole a spiegare perché quell’uomo sia morto. Per questo sarà l’autopsia, affidata a un collegio di medici legali, a chiarire se il decesso sia stato provocato dalle modalità del contenimento, da condizioni patologiche pregresse, da un malore improvviso o da una combinazione di fattori.
Una persona in crisi psichiatrica
La Procura ha già acquisito il filmato. Dai primi accertamenti emerge che i poliziotti, prima ancora del decesso, avevano richiesto l’intervento del 118 segnalando una persona in crisi psichiatrica. È un dettaglio tutt’altro che secondario. Significa che chi interveniva aveva percepito di trovarsi davanti a una persona in grave alterazione psicofisica, non a un terrorista, non a un rapinatore armato, non a un uomo intenzionato a uccidere. Eppure il video consegna l’immagine di un contenimento fisico estremo che inevitabilmente alimenta interrogativi.
Quelle immagini aprono una questione che va ben oltre il destino giudiziario dei due poliziotti. Ogni volta che una persona sotto il controllo dello Stato muore il problema non riguarda soltanto eventuali responsabilità individuali. Riguarda il modo in cui quello Stato prepara, forma e sostiene chi esercita il monopolio legittimo della forza.
Prova dello scudo penale
Questo caso rischia inoltre di inaugurare una stagione completamente nuova. La Procura di Bologna ha infatti aperto il fascicolo utilizzando il nuovo modello 45-bis, introdotto dal decreto Sicurezza, il cosiddetto “scudo penale” previsto per gli appartenenti alle forze dell’ordine quando i fatti potrebbero essere coperti da una causa di giustificazione.
È una procedura nuova, destinata inevitabilmente a diventare un banco di prova politico oltre che giudiziario. La storia italiana, purtroppo, insegna quanto sia pericoloso semplificare. Il caso di Federico Aldrovandi resta una ferita aperta. Il 18enne morì a Ferrara nel 2005 durante un controllo di polizia e quattro agenti furono condannati in via definitiva per omicidio colposo.
Ancora più vicino, per dinamica, è il caso di Riccardo Magherini. Anche lui era in evidente stato di alterazione. Anche lui venne immobilizzato a terra in posizione prona. Anche lui gridò di sentirsi morire. Dopo anni di processi, assoluzioni e ricorsi, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia sottolineando soprattutto una grave lacuna: la mancanza, all’epoca, di linee guida sufficientemente chiare e di un’adeguata formazione degli operatori sulle tecniche di immobilizzazione.
La formazione è il cuore del problema
Non è un dettaglio tecnico. È il cuore del problema. Perché un agente di volante oggi è chiamato a fare contemporaneamente il poliziotto, il mediatore, il soccorritore e spesso anche il primo interlocutore di persone affette da disturbi psichiatrici o sotto l’effetto di sostanze. Compiti enormi che richiedono addestramento continuo, esperienza e aggiornamento. Lo denuncia da tempo anche Felice Romano, segretario generale del SIULP.
Romano difende l’operato dei colleghi del Pilastro, invita ad attendere l’autopsia e ricorda come gli agenti abbiano persino rinunciato a utilizzare il taser, ritenendo che potesse aggravare le condizioni dell’uomo. Ma lo stesso dirigente sindacale ammette che la formazione avanzata rappresenta ancora un punto debole.
Esistono corsi specifici, come quelli BJJ4POLICE, basati sul Brazilian Jiu Jitsu applicato alle tecniche di contenimento, che insegnano de-escalation, controllo non violento e gestione dello stress. Tuttavia, per carenze di organico e necessità operative, non tutti gli operatori riescono a frequentarli.
L’emergenza non è soltanto numerica
Il problema è destinato ad aggravarsi. Romano ricorda che entro il 2030 circa 40mila poliziotti andranno in pensione. Saranno sostituiti da giovani agenti motivati ma inevitabilmente privi dell’esperienza accumulata da chi ha trascorso trent’anni sulle volanti. L’emergenza, dunque, non è soltanto numerica. È qualitativa. Perché la differenza tra un intervento che finisce con un arresto e uno che si trasforma in una tragedia spesso si misura in pochi secondi, nella capacità di leggere una situazione, di scegliere la tecnica meno rischiosa, di riconoscere i segnali di un’emergenza sanitaria.
Il filo rosso tra Bologna, Ferrara e Firenze
Naturalmente sarebbe sbagliato sostenere che ogni morte durante un fermo dipenda da una cattiva formazione. Ogni vicenda ha la propria storia clinica, investigativa e processuale. Ma sarebbe altrettanto miope ignorare che esiste un filo rosso che collega Bologna, Ferrara, Firenze e altri episodi che hanno segnato la cronaca italiana. Ogni volta emerge la stessa domanda: gli operatori dispongono davvero degli strumenti migliori per affrontare persone in grave alterazione psicofisica senza mettere in pericolo loro stessi e chi hanno di fronte?
La risposta che deve dare lo Stato
La risposta non arriverà né dai talk show né dalle curve della politica. Arriverà dalle perizie, dalle immagini, dalle testimonianze e, soprattutto, dalla capacità dello Stato di imparare dai propri errori. Se il decreto Sicurezza serve soltanto a proteggere chi indossa una divisa senza investire contemporaneamente nella preparazione di quella stessa divisa, il rischio è evidente: ogni nuova tragedia diventerà un referendum ideologico sulla polizia.
Se invece questo caso diventerà l’occasione per rafforzare addestramento, protocolli e cultura della de-escalation, allora quei cinquanta secondi di agonia non saranno stati soltanto l’ennesimo frammento di cronaca destinato a dividere il Paese. Saranno almeno serviti a impedire che qualcuno, domani, debba gridare ancora una volta: «Aiuto».































