Alla direzione nazionale del Pd la leader dem Schlein ribadisce la testarda unitarietà del campo largo. Su Renzi: è contro Meloni quindi nel centrosinistra
La politica estera, dalla guerra in Medio Oriente ai rapporti con gli Stati Uniti, il no alla nuova legge elettorale, la costruzione dell’alternativa di centrosinistra e il rilancio del partito. È stata una direzione nazionale a tutto campo quella andata in scena ieri al Nazareno, con Elly Schlein che ha rivendicato la linea del Pd e lanciato un messaggio ai possibili alleati: «L’alleanza progressista è già una realtà, semmai dobbiamo allargare ancora, non certo restringere». Ma se la relazione della segretaria ha rappresentato il perno della giornata, il dibattito interno ha fatto emergere anche sensibilità differenti sul profilo del partito, sul rapporto con l’area riformista e sui contenuti da condividere con Movimento Cinque Stelle e Avs.
Ampio il capitolo dedicato allo scenario internazionale. Sul Medio Oriente la leader dem ha accolto positivamente ogni segnale di de-escalation tra Stati Uniti e Iran, pur ribadendo che «questa guerra illegale non avrebbe mai dovuto cominciare». «Non esiste una scorciatoia militare alla sicurezza nel Medio Oriente e non si esporta la democrazia con le bombe», ha aggiunto, chiedendo inoltre che «si fermi anche il Libano». Quanto a Gaza, Schlein ha attaccato il governo: «Il Board of Peace non ha fatto nulla per la pace. Passi dai tweet ai fatti».
L’America e l’attacco a Meloni
Proprio il rapporto con Washington è stato uno dei temi centrali della relazione. «Non siamo disposti a rinunciare alla storica amicizia con gli Stati Uniti, ma bisogna pretendere rispetto e reciprocità», ha affermato la segretaria, accusando Palazzo Chigi di avere avuto nei confronti di Donald Trump un atteggiamento «remissivo» che «si è rivelato fallimentare e dannoso». Da qui l’invito rivolto a Giorgia Meloni a uscire dal Board of Peace, organismo nel quale, secondo Schlein, «non avremmo nemmeno mai dovuto entrare».
Altro fronte internazionale è stato quello ucraino.
«Continuiamo a garantire il nostro pieno sostegno a un Paese che si difende da un’aggressione criminale», ha spiegato la segretaria, chiedendo però «un maggiore protagonismo diplomatico dell’Unione europea» e la nomina di «un negoziatore europeo con un mandato chiaro». Più in generale Schlein ha indicato nell’integrazione europea «una questione di sopravvivenza» e ha chiesto un nuovo piano di investimenti comuni, sociale, industriale e di difesa.
Sul terreno interno l’affondo più duro è arrivato sulla riforma elettorale proposta dalla maggioranza. «Solo un governo chiuso nel palazzo può pensare che la priorità degli italiani sia cambiare la legge elettorale», ha attaccato Schlein, definendo l’iniziativa un tentativo di realizzare «il premierato per legge». Per la leader dem il testo presenta «chiari profili di incostituzionalità», a partire dal premio di maggioranza e dalle liste bloccate. «Faremo muro in Parlamento e fuori. Non faremo passare questa legge elettorale», ha assicurato.
Testardamente unitari
Schlein ha poi rivendicato il lavoro di ricucitura del centrosinistra. «Non abbiamo alcuna pretesa di autosufficienza o di egemonia, ma uno spirito testardamente unitario», ha spiegato, annunciando che da settembre partirà il lavoro sul programma insieme agli alleati. «Non lo dobbiamo fare chiusi nelle nostre stanze, ma tra la gente».
Nel dibattito interno Goffredo Bettini ha insistito sulla necessità di ampliare ulteriormente il campo. «Quella fotografia è stato un passo importante», ha detto riferendosi all’incontro tra Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni. Ma soprattutto ha voluto chiudere le polemiche sul leader di Italia Viva: «Renzi, per me, sta nel centrosinistra perché combatte da tempo con efficacia contro il governo Meloni».
Delrio più cauto
Una posizione che ha trovato alcune sfumature diverse nell’intervento di Graziano Delrio. «Noi non siamo un blocco con Avs e M5S. Siamo il Pd», ha affermato l’ex ministro. «Il partito non deve appaltare il riformismo ad altri». Delrio ha inoltre sottolineato come gli alleati debbano confrontarsi sul profilo europeista dei democratici: «L’adesione dell’Ucraina all’Unione europea non è solo una questione economica, ma valoriale, umanitaria e politica». E ha avvertito: «Meloni è ancora forte nel Paese, non pensiamo di avere già vinto».
La posizione di Bonaccini
Stefano Bonaccini ha invece concentrato l’attenzione sulla legge elettorale e sull’unità del campo progressista. «Meloni ha detto per anni che era scandaloso non avere le preferenze e ora ci impone di nuovo i listoni bloccati», ha osservato. Per il presidente del Pd «non c’è legge elettorale possibile che non restituisca agli elettori lo scettro per eleggere i propri rappresentanti». Sul fronte delle alleanze il messaggio è stato altrettanto netto: «Se non troveremo l’accordo sul programma sarà giusto che ci mandino tutti a casa a calci nel sedere».
E ancora: «Mi auguro che Carlo Calenda rifletta, perché non è la stessa cosa stare con una destra a trazione Fratelli d’Italia e magari domani Vannacci, piuttosto che con un centrosinistra a trazione Pd».































