23 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

23 Mag, 2026

Gaesa, ultima roccaforte del regime di Castro

Il regime castrista ha costruito negli anni un centro di potere che negli ultimi anni ha subito colpi (quasi) mortali


Il trionfo di Fidel Castro era Caracas. Il potere di Raul Castro passa per Gaesa, ma gli Usa hanno appena arrestato la sorella del presidente del complesso aziendale cubano Gaesa, Adys Morera. Con il blitz di Trump in Venezuela, la supervisione politica, ideologica e militare di Cuba sul chavismo è finita. Anche dal punto di vista simbolico: gli uomini delle forze speciali cubane, che proteggevano e controllavano il dittatore Nicolas Maduro, si sono fatti ammazzare; gli amici del capo del chavismo si sono messi invece agli ordini di Trump.

La cupola comunista

Il greggio venezuelano che Cuba utilizzava da decenni per il funzionamento dell’isola o per il contrabbando non arriva più: in un paese che la dittatura comunista aveva reso economicamente e socialmente sottosviluppato, con infrastrutture da terzo mondo. Si è determinato il crollo finale del più grande legato storico di Fidel Castro.


Alla cupola comunista di Cuba resta solo l’impressionante realtà di Gaesa, il termine con cui si definisce il Grupo de Administración Empresarial Sa. Si tratta di un impressionante blocco di potere legato e controllato dalle forze armate del regime, ma con un potere pressoché totale su ogni aspetto della vita civile, economica e sociale. Una struttura di cui si conosce poco, con vertici e organizzazioni coperte Gaesa, secondo il Financial Times, vale da sola almeno il 40% del Pil del paese, se non di più. Quando crollò l’Unione sovietica fu messa in piedi per gestire l’apparato civile, controllare la produzione e il turismo, diventando un vero e proprio leviatano della società cubana. Raul Castro ne diventò presidente nel 2008, trasformandolo definitivamente in un vero e proprio para-stato cubano.

L’arresto di Madura duro colpo per il regime


Persa Caracas quindi resta Gaesa, ma la vera sconfitta resta il 3 gennaio del 2026, l’arresto di Maduro. Castro era uscito dalla Guerra fredda vincitore: impedì il crollo del regime evitando qualsiasi apertura alle libertà democratiche, ai diritti civili, all’impresa privata. Invece si inventò un modello ideologico, un marxismo populista post-sovietico, quello che poi diventerà per una parte del mondo latino il castro-chavismo, ad uso del discorso pubblico ma ovviamente extra cubano. Intrecciò denunce di povertà e corruzione, giustificazione di violenza selettiva e intolleranza autoritaria, collocando idee post-coloniali e di guerra al passato, al posto di quelle classiste e operaiste. Castro puntava sulla tradizionale copertura e simpatia per questo tipo di dittature e di discorsi anti-occidentali, prima nei salotti e nelle accademie radicali, ora nei talk show latini ed europei e nella società militante euro-americana.

Il sistema di potere


Il suo capolavoro fu la collocazione di questa operazione all’interno di una più ampia alleanza internazionale (all’inizio con un sostegno anche di partiti democratici), il Foro di Sao Paulo, ma con un filo netto e indissolubile, oltre che con Chavez e Maduro, con i narco-terroristi colombiani, il feroce regime di Daniel Ortega in Nicaragua e i partiti gemelli in Ecuador, Bolivia e paesi simili. Oggi però questa strategia è a pezzi: le sinistre radicali sono travolte ovunque: in almeno dieci paesi latini hanno vinto presidenti di destra, centro destra o liberisti, con idee tra loro molto diverse, ma tutti convergenti nel considerare Cuba e il chavismo il tumore del continente. Anche in Colombia le prossime elezioni, con la probabile vittoria di un candidato dell’opposizione, potrebbero togliergli uno dei pochi riferimenti ancora in campo.

Tra Chavez e Putin


Peggio ancora è la situazione del progetto imperiale di Castro, che aveva visto i suoi uomini intervenire prima in Africa, poi come interlocutori di guerriglie (e narco-guerriglie) di mezzo continente, poi come gestori del paese più ricco di materie prime d’America. Chavez, ispirato e suggerito da Castro, aveva distrutto l’antica democrazia venezuelana, mentre consiglieri, militari e funzionari cubani stabilivano l’Invasion Consentida, il controllo del Venezuela, gestendo un massiccio ricavato di petrolio venezuelano, raggiungendo anche un livello di centomila barili al giorno, arrivando ad imporre Nicolas Maduro come successore di Chavez, quando il presidente morì a Cuba sotto lo stretto controllo di Fidel Castro.

La perdita del Venezuela e la possibile sconfitta degli alleati in Colombia non sono compensati dalla preoccupata simpatia della presidente messicana Claudia Sheinbaum: manda aiuti ma si espone poco, ha subito le politiche dell’amministrazione americana e non vuole un duello con l’erratico Donald Trump. Soprattutto Cuba ha perso il quadro di sicurezza garantita dall’alleanza autocratica con Russia e Iran (e la Cina sullo sfondo) in cui si era collocata: Khamenei è morto, Putin è nel suo momento peggiore. Il presidente Miguel Díaz Canel era stato tra i pochi a sostenere l’invasione dell’Ucraina, ma ora non serve a nulla. A fronte dell’isolamento quasi completo, della miseria e della protesta, al regime restano solo Gaesa e Raul.

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La continuità del potere


La società, sempre secondo questi studi internazionali, dispone di profitti e risorse immense, garantendo il blocco di potere politico-militare comunista, e legandone il suo status e la sua sopravvivenza alla élite del regime. Non è una novità: tutte le autocrazie del XXI secolo sono anche cleptocrazie. Dalla boliborguesia chavista agli oligarchi russi e ai pasdaran iraniani, ma nel caso cubano contano le proporzioni. Gaesa controlla hotel di lusso, turismo, finanza, conti bancari, nel resto dell’isola non esiste praticamente nulla di privato, la povertà è generale, la concorrenza possibile inesistente. La sua direttrice, la generale di brigata Ania Guillermina Lastres Morera, ha praticamente le chiavi di tutto quello che resta dell’economia e delle risorse del paese (per conto di Raul Castro).
Il segretario di stato Marco Rubio così vuole colpire entrambi.

Innanzitutto con l’incriminazione di Raul Castro, poi puntando attenzione e azione dell’amministrazione americana proprio su Gaesa: se nell’isola si tenta una qualsiasi liberalizzazione democratica, è impossibile qualsiasi azione senza toccare il centro del potere dell’élite comunista e della cupola dei Castro. Rubio, dopo aver ottenuto il blocco delle petroliere fantasma, sta guidando l’accerchiamento di Cuba. Con lui ci sono tutti i cubano-americani, ufficialmente negli Usa sono quasi due milioni, oramai integrati, socialmente e spesso economicamente affermati. Centinaia di migliaia sono riusciti poi a fuggire negli ultimi anni, mentre nell’isola la popolazione è scesa sotto i dieci milioni. Tutti quelli che sono negli USA hanno parenti e relazioni a Cuba, cercano di comunicare e sostengono qualsiasi intervento che determini la crisi del regime. Anche in questo caso, Gaesa è a centro di interventi, dichiarazioni, polemiche.

La resistenza del regime


Il regime cerca di resistere, un po’ trattando sottobanco, un po’ minacciando, un po’ arrestando i dissidenti, un po’ sperando che succeda qualche cosa, che si possa cambiare la pressione o l’agenda politica nordamericana. Questa volta però gli manca tutto: il petrolio di Chavez e le navi di Putin, le dichiarazioni dei presidenti latini e la minaccia di una seconda baia dei Porci. A fianco della dittatura comunista ci sono solo i militanti euro-americani che agognano la perduta giovinezza dai salotti o dai talk show occidentali, e coloro che non hanno mai vissuto un regime, e quindi possono permettersi di difenderlo.

In realtà, caduto Maduro, Díaz Canel vuole salvare il suo potere e quello della cupola, ma sa che non può sfidare gli USA. Saranno loro a decidere il futuro dell’ultima dittatura della Guerra fredda. Soprattutto, da questo dipende il destino del popolo più sfortunato dell’Atlantico, l’unico a dover subire e sopportare un regime perverso e diabolico, durato quasi settant’anni.

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