Più di settant’anni fa il ministro francese Schuman parlava di un’Europa che rendesse impossibile la guerra; l’illusione è evaporata, ma l’Unione può ancora avere un ruolo
Non è per il gusto della rievocazione storica che, in occasione del vertice della Comunità politica europea tenutosi a Erevan, in Armenia, converrà ricordare che proprio in questi giorni, ai primi di maggio del 1950, cadde la dichiarazione di Robert Schuman. L’allora ministro degli esteri francese annunciò che il suo Paese e la Germania avrebbero messo insieme la produzione del carbone e dell’acciaio, e cioè le materie prime e la potenza industriale che aveva alimentato lo sforzo bellico, fino a cinque anni prima appena. Sono belle e forti le parole che Schman usò allora, parlando di pace e di sicurezza, di solidarietà di fatto e di primi fondamenti di una integrazione economica che avrebbe reso la guerra «non solo impensabile, ma materialmente impossibile».
Una nuova Unione?
Purtroppo, oggi, la guerra è di nuovo pensabile e di nuovo possibile, e sono dunque richiesti ai paesi europei analoghi «sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano», come disse Schuman.
Ve n’è stata traccia, a Erevan? Sì, almeno in parte. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha rimarcato la novità di un vertice sui temi dell’unità e della stabilità dell’Europa tenutosi nella capitale armena, vertice che segna l’avvicinamento dell’intera regione caucasica all’Unione europea, perseguito attraverso il rafforzamento dei legami economici così come delle istituzioni democratiche.
L’Europa e Kiev
Ciò è tanto poco scontato, che anzi si dovrebbe aggiungere: vedi alla voce Ucraina. Vedi, cioè, lì dove lo spazio europeo ha subito l’urto dei mezzi corazzati russi, fermati fortunatamente prima che giungessero a Kiev. A quattro anni dall’invasione russa, si fa forse fatica a ricordare, ma prima del Donbass, prima delle pretestuose rivendicazioni russofone, prima della Crimea, prima della presidenza del filo-russo Fedorovyč Janukovyč e di Euromaidan, prima persino del temuto accerchiamento della Nato nel «vicino estero» di Mosca, c’è stata la scelta europeista dell’Ucraina, la richiesta di entrare nell’Ue, di far lega con Bruxelles. E Putin ha sbagliato i suoi calcoli: non solo Kiev ha tenuto, ma oggi l’attrazione dell’Unione in quell’area è più forte di prima.
Il fronte ovest
Si è tuttavia aperto un altro fronte, a ovest. Converrà ragionare freddamente, ma quando si prende atto che con i nuovi annunci di dazi al 25% sull’industria automobilistica europea si è tornati esattamente al punto in cui si era un anno fa, la prima considerazione che viene da fare è che, dunque, è stato inutile scervellarsi correndo dietro ai furori day by day del mai moderato Presidente Trump, dietro alle sue minacce e alle sue promesse (più le prime delle seconde, però).
Che l’Occidente non abbia più lo stesso «ubi consistam» di trenta, venti o anche solo dieci anni fa è semplicemente un dato di fatto, e non basterà la visita di Marco Rubio – a Roma per ricucire col Papa e forse anche con Meloni – né la pronosticata batosta elettorale per Trump nelle elezioni di mid-term, e nemmeno una vittoria democratica alle prossime presidenziali, a fare che così non sia, a riportare indietro le lancette dell’orologio.
Il ruolo delle medie potenze
C’è poco da dubitare: l’Europa deve ripensare la propria dottrina economica così come la propria dottrina in materia di sicurezza. Il fatto che a Erevan ci fosse persino il Canada ha reso peraltro evidente un punto cruciale: l’Europa non è, non può essere soltanto un’espressione geografica (non lo è nemmeno l’Occidente, perché Erevan non si trova a Occidente). Mark Carney, il premier canadese, aveva peraltro già chiarito mesi fa la posta in gioco: «Noi medie potenze se non siamo al tavolo delle trattative, finiremo nel menu».
Per non finire nel menu, le medie potenze europee e occidentali devono trovare un nuovo collante, che non può formularsi nei termini di un mero auspicio: l’auspicio che né Putin sul piano militare né Trump sul piano commerciale tireranno ancora a lungo la corda. Si è capito bene, nel ’22, cosa c’è scritto nel menu di Putin: la Russia si pensa come una grande potenza imperiale e ritiene di aver diritto a una propria zona di influenza, dal Baltico al Mar Nero. Nel menu americano c’è scritto invece, in maniera forse ancora più spiccia: l’Unione europea deve finire in frantumi.
L’illusione evaporata e il progetto da costruire
Cosa allora scriverà Bruxelles? Qual è il collante? Cosa i paesi europei sono disposti a mettere sotto un’Alta autorità comune, per dirla ancora con le solenni parole di Schuman? Se non ci si fa questa domanda, e soprattutto non si prova a dare una risposta, non si riuscirà a rispondere neppure all’osservazione sconsolata di Mario Draghi: «Per anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali. Quest’anno sarà ricordato come l’anno, in cui questa illusione è evaporata».
Che le illusioni evaporino è persino un bene, dal momento che, per l’appunto, si trattava solo di una illusione. O, detta con più garbo, di una speranza maturata in un’altra stagione e epoca del mondo. Ma è ormai tempo che qualcos’altro ne prenda il posto. È il tempo di nuovi sforzi creativi, così disse Schuman, forse di nuove Dichiarazioni che, prendendo il posto di anodini comunicati di fine vertice, si dimostrino più coraggiose e più lungimiranti. Dicano ai popoli europei che cosa c’è da fare, e provino a farlo per davvero.


















