6 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

5 Mag, 2026

Yerevan e il nuovo Occidente: l’Europa alla prova del cambiamento

Dal vertice della Comunità politica europea a Yerevan emerge la necessità di una nuova alleanza tra medie potenze in Occidente e in Europa


La location non poteva essere più suggestiva. La città di Yerevan, capitale dell’Armenia, prescelta per il summit della Comunità politica europea inaugurato ieri, rappresenta infatti in qualche modo una perfetta metafora per qualcosa di in bilico. Posta a oltre mille metri d’altezza, la città è sempre stata considerata in bilico tra cielo e terra. A poca distanza, il monte Arat – dove, secondo la Bibbia, si arenò l’arca di Noé – e centinaia di chiese antichissime rilanciano l’idea di un Paese sospeso tra passato e presente.

Un passato fatto anche, significativamente, della lunga dominazione russa. In bilico tra Europa e Asia, geograficamente, e tra Unione Europea e Russia, politicamente, il piccolo Stato caucasico ha fortemente insistito affinché il vertice della Cpe potesse essere la cartina tornasole delle intenzioni europeiste armene. Del resto, la Comunità politica europea è a sua volta un’entità a metà: non è un’istituzione dell’Unione Europea, pur essendone – di fatto – una sua creatura.

La natura della Comunità politica europea

Fondata nel 2022, la Cpe funge da piattaforma di discussione per quelle riunioni incentrate sugli interessi e sui valori del Vecchio Continente, imperniati sull’azione Ue ma estesi anche a diversi Stati non membri. Alla sua ottava edizione, tra le vette del Caucaso si sono incontrati fra gli altri la presidente della Commissione europea Ursula von der Layen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Oltre all’alta rappresentante per la politica estera europea Kaja Kallas, la presidente dell’europarlamento Roberta Metsola.

Il segretario generale della Nato Mark Rutte, il premier canadese Mark Carney, il primo ministro italiano Giorgia Meloni, il presidente francese Emmanuel Macron, il premier polacco Donald Tusk, il primo ministro britannico Keir Starmer e il leader spagnolo Pedro Sànchez. In qualche modo, la missione dei leader riuniti è quello di trovare un nuovo perimetro che impedisca che la fine dell’ordine internazionale vigente sfoci in una sorta di legge della giungla globale.

Per farlo, di fronte alla deriva sempre più aggressiva e militaresca delle grandi potenze, si profila così quella “alleanza delle medie potenze” proposta pochi mesi fa dal primo ministro canadese Mark Carney. «Sappiamo bene che la nostalgia non è una strategia, ma non crediamo che il nostro destino sia quello di arrenderci a un mondo più transazionale, chiuso e spietato», ha esordito il premier canadese.

Un nuovo Occidente da costruire

«Siamo qui per gli imperativi morali e di sicurezza che derivano dalla nostra cooperazione nei paesi baltici, in Ucraina e in tutta Europa, ma anche per l’immenso potenziale delle nostre alleanze nel costruire un mondo migliore, più prospero, sostenibile e giusto per i nostri cittadini». Non una questione di format o di narrativa, bensì un imperativo morale e di auto-preservazione che impone ai Paesi presenti di pensarsi come parte di qualcosa di nuovo.

Un nuovo profilo occidentale, ancora tutto da scrivere, ma le cui basi sembrano essere ben chiare a Carney: «È mia ferma convinzione che l’ordine internazionale verrà ricostruito, ma verrà ricostruito a partire dall’Europa». E il Vecchio Continente può uscire dal vertice di Yerevan con un pezzo in più. Il Regno Unito infatti ha annunciato la sua intenzione di aderire al prestito da 90 miliardi varato dall’Unione Europea a sostegno dell’Ucraina.

Il premier britannico Starmer ha indicato infatti la necessità che il suo Paese e i partner europei facciano «di più e più in fretta» per la difesa collettiva. «Quando il Regno Unito e l’Unione Europea lavorano assieme – ha detto – tutti ne traiamo beneficio e in questi tempi incerti abbiamo bisogno di fare di più e più in fretta sul fronte della difesa per garantire la sicurezza dei nostri popoli».

Macron e la svolta europea

Una sicurezza che secondo il presidente francese Macron dovrà essere costruita primariamente dagli europei e per gli europei. «Stiamo pagando il prezzo delle nostre eccessive dipendenze quando parliamo dell’ombrello americano in materia di difesa e sicurezza», ha dichiarato il leader francese. Aggiungendo senza giri di parole: «Siamo onesti, questo è l’elefante nella stanza».

Macron ha quindi rivendicato un cambio di passo di tutta l’Europa. «Gli europei stanno prendendo in mano il proprio destino, aumentando la spesa per la difesa e la sicurezza e costruendo soluzioni comuni», ha spiegato ai cronisti. Citando la coalizione di volenterosi a sostegno di Kiev e la missione per garantire la libera navigazione nello stretto di Hormuz.

LEGGI Canada primo Paese non europeo al vertice EPC: Carney cerca alleati

Con una stoccata nei confronti dell’iniziativa Project Freedom lanciata da Donald Trump per liberare le navi bloccate a Hormuz: «Non so quale sia questa iniziativa», ha tagliato corto il presidente francese. Aggiungendo che Parigi non parteciperà «a nessuna operazione di forza in un contesto che, per quanto mi riguarda, non mi sembra chiaro».

Una freddezza non dovuta certo al clima, ma alla crescente presa di coscienza che l’Europa dovrà – in un futuro non molto lontano – combattere le sue battaglie e gli Stati Uniti le loro. Per farlo il Vecchio Continente dovrà però trovare la forza di cambiare, stavolta per davvero.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA